La carenza nella disponibilità di chip a livello globale (chip shortage) non è un fulmine a ciel sereno che solo in questi giorni è arrivato ad occupare le pagine dei quotidiani. Gartner, fotografando una situazione che perdurava da mesi, già a maggio segnalava una serie di problemi alla supply chain del comparto, allertando i mercati che la carenza mondiale di semiconduttori sarebbe durata almeno “fino alla metà del 2022, con interruzioni anche gravi nella catena di approvvigionamento e limitazioni alla produzione di diverse tipologie di apparecchiature elettroniche nel corso dell’anno”, non sono mancate le analisi puntuali anche da parte di Idc, in tempi non sospetti, durante il pieno della pandemia.
Meno persone al lavoro nelle fabbriche, una produzione sbilanciata geograficamente, ed eccessivamente concentrata per quanto riguarda i siti di produzione, l’incremento della domanda anche in relazione allo smart working ed alla didattica a distanza, e poi alla ripresa del mercato auto, sono alcune delle cause che hanno portato alla situazione attuale, ma non le uniche.

Così, una crisi iniziata con la carenza di chip per la gestione dell’alimentazione elettrica, per i dispositivi di visualizzazione e i microcontroller, prodotti su pochi nodi della filiera – anche per gli standard elevati richiesti in determinati casi agli stabilimenti di produzione – di fatto si sta estendendo ad ogni tipologia di dispositivo elettronico, anche a quelli di utilizzo più comune come smartphone, smartwatch e computer. Ed ha già impattato in modo significativo il mercato dell’automotive, forse anche meno preparato, su questa tipologia di prodotti, a fare scorte ragionate (i chip per le auto evolute solo negli ultimi anni sono diventati un must have per le case automobilistiche).

Gartner le previsioni relative allo chip shortage di maggio 2021
Gartner le previsioni (a maggio 2021) relative allo chip shortage

Il mercato IT, che dipende da sempre dalla disponibilità di chip, da tempo ha dato evidenti segnali di “riorganizzazione“, puntando su una minor dipendenza dai fornitori esterni. In questa direzione si è mossa Apple, si sono mosse Amazon, Alibaba, Facebook ed ora si muove anche Google che, secondo diverse fonti, ha deciso di sviluppare internamente i chip che dal 2023 saranno ospitati su smartphone, ma anche computer e tablet basati su Chrome.

Sundar Pichai, Ceo di Google e Alphabet
Sundar Pichai, Ceo di Google

Tra i primi device previsti nel nuovo paradigma, c’è il prossimo smartphone Pixel che sfrutterà le funzionalità avanzate del chip Tensor combinate con il chip Titan M2.

I nuovi processori Tensor, basati su architettura Arm, così come già accaduto nel caso di Apple, rappresentano l’apertura di un nuovo fronte di sfida quindi nei confronti di Qualcomm, Nvidia e Intel

Con il mercato dei laptop e dei notebook accelerato vistosamente dall’inizio della pandemia, con la ripresa attuale del mercato degli smartphone – le aspettative dei consumatori durante il lockdown sono rimaste frenate in attesa di una più ampia disponibilità di modelli 5G ma, come indicano i numeri di Idc e Gartner, ora si parla di un mercato in ripresa a doppia cifra (tra il 10 e l’11,5%) – e con il comparto automotive che reclama chip, ecco allora che sembra quasi configurarsi una tempesta perfetta ai danni dei consumatori.

Chip shortage, a pagare saranno aziende e clienti

Gli uffici acquisti delle aziende, almeno in parte, potrebbero compensare chiedendo ai dipendenti di pazientare ed aspettare per il prossimo ricambio dei device o rinunciare ai chip più costosi, ma è indubbio che gli scaffali (anche quelli online) documentano tempi di attesa lunghi e prezzi non del tutto amichevoli (per laptop e ibridi soprattutto). Bisogna poi tenere conto che nel mercato pc, è imminente il rilascio di Windows 11: difficile togliere il piede dall’acceleratore. E quindi è quasi scontato che alla fine il chip shortage presenterà il conto da pagare ai consumatori finali.

Per quanto riguarda gli smartphone, qualche vendor sta valutando e ha già valutato la possibilità di ritardare il rilascio di nuovi modelli (per esempio Samsung) ma non sempre è questa una via percorribile senza conseguenze significative. Si pensi al caso di Apple che per gli iPhone (già costosi) utilizza i chip prodotti da Tsmc a Taiwan, azienda che, secondo il Wsj, prevede di aumentare i prezzi dei suoi chip più avanzati di circa il 10%.

Con le restrizioni imposte dagli Usa nel 2020, infatti, tante aziende hanno dovuto cambiare fornitore di chip ed acquistare da produttori non cinesi, tra cui proprio Tsmc che non è riuscita a stare dietro agli ordini. Del blocco Usa ha patito anche Huawei che ha pianificato di continuare a sviluppare le tecnologie per i suoi dispositivi supportando i partner locali per migliorare le capacità di produzione, dal momento che la vendita a Huawei di parte dei componenti necessari per i modelli di punta era del tutto bloccata. Purtroppo anche l’avvio dei progetti IoT e IIoT potrebbe patire la carenza di chip, in un momento in cui, invece, sarebbero disponibili i fondi per lavorarci.  

In ambito automotive, infine, l’utilizzo dei semiconduttori è aumentato a livello globale con nuovi modelli dotati di sempre più funzionalità elettroniche come la connettività Bluetooth di serie, sistemi di assistenza alla guida, alla navigazione, ibridi ed elettronici. Ed ora per esempio aziende come Suzuki Motor Gujarat (sussidiaria della giapponese Suzuki Motor Corporation) iniziano a prevedere di ridurre la produzione proprio per la carenza di chip. Non è l’unica.
Nel cuore del mese di agosto anche Volkswagen (fonte Reuters) ha valutato la riduzione della produzione, in un momento in cui la ripresa della domanda avrebbe avuto bisogno invece di trovare le supply chain ben oliate. In ambito automotive tra i principali produttori di chip c’è per esempio anche Infineon, che invece ha dovuto però rallentare la produzione per problemi ancora di Covid-19 in uno dei suoi stabilimenti asiatici.

Una supply chain, quindi, quella dei chip decisamente da rivedere. Torna ancora utile la lezione di Gartner in proposito che sottolinea l’importanza di estendere la visibilità della catena di approvvigionamento, consiglia agli Oem con requisiti di componenti critici di cercare di collaborare con realtà simili alla loro e “avvicinarsi” alle fabbriche di chip. Nessuno si salva da solo, anche in questi casi.

Ultimo punto, ma non meno importante, riguarda proprio la capacità di tenere sotto costante osservazione gli indicatori che offre il mercato sfruttando i sistemi più avanzati di elaborazione. Proprio dagli insights, in velocità, può arrivare l’aiuto più importante, per superare le crisi.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi l'articolo: