Nel corso dell’ultimo anno, gli spunti di ripresa delle attività commerciali, della domanda di mercato, ed in genere dell’economia, hanno trovato un freno nell’incapacità delle supply chain di mantenere lo stesso ritmo della crescita e, tra le varie cause, anche il conflitto in Ucraina ha contribuito ad accentuare i problemi. Le aziende hanno dovuto riorganizzare la propria catena di approvvigionamenti anche sulla scorta delle criticità vissute negli ultimi anni ed una ricerca commissionata da Ifs fotografa proprio gli sforzi compiuti per contrastare i problemi di fornitura in questo senso. L’azienda sviluppa e commercializza software cloud per le aziende che si occupano di produzione e vendita di beni, costruzione e manutenzione di asset, e la gestione di operazioni incentrate sui servizi.

La ricerca, che ha coinvolto oltre 1.450 senior manager di grandi aziende in Europa, Usa e negli Emirati Arabi Uniti, evidenzia come i due terzi delle aziende abbia deciso di far fronte alle difficoltà elevando la quantità delle scorte, mentre ben il 70% ha deciso di rivolgersi ad un numero maggiore di fornitori, e una percentuale di poco superiore ha preferito ricorrere di più ai fornitori locali ordinando presso di essi i volumi di materiali/prodotti per ovviare alle difficoltà. 

Maggie Slowic Global Industry director for Manufacturing di Ifs
Maggie Slowic, Global Industry director for Manufacturing di Ifs

Come effetto, il 18% ha ottenuto un livello “significativamente più elevato” di scorte, ma queste misure hanno anche accresciuto le complessità e generato più sprechi nella supply chain. Maggie Slowic, Global Industry director for Manufacturing di Ifs: “Le grandi aziende rischiano di dover affrontare costi molto più elevati o di dover risolvere altri problemi finanziari a seguito delle misure adottate per far fronte alle interruzioni delle catene delle forniture. Rilocalizzare la catena di fornitura comporta spesso investimenti in materie prime o componenti più costosi, soprattutto ora con l’inflazione galoppante, mentre avere più scorte in magazzino significa bloccare somme ingenti che potrebbero essere investite per sviluppare l’attività”.

Inoltre, l’inasprimento di alcune normative – è citato da circa il 15% come una delle cause delle trasformazioni in atto – e il bisogno di sfruttare i benefici dell’economia circolare richiedono alle aziende ancora sforzi di “riorganizzazione” sostanziale delle supply chain, ma allo stesso tempo ben il 93% del campione afferma che l’azienda di appartenenza abbia adottato l’economia circolare o intenda farlo.

La ricerca Ifs sottolinea che diverse aziende hanno riprogettato la propria catena delle forniture rendendola più innovativa in modo da ridurre le criticità, e lo ha fatto anche  rilocalizzando la produzione per migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti, oltre che, come già accennato, mantenendo più scorte per far fronte ai picchi di domanda o aumentando il numero di fornitori per avere sempre a disposizione i prodotti richiesti dai clienti. Tuttavia le difficoltà segnalate sono importanti. 
Il 60% delle aziende non ha comunque raggiunto gli obiettivi, o si è arresa durante il percorso ed un’azienda su quattro ritiene che le aspettative sull’economia circolare dei clienti non influisce o lo fa negativamente sulla customer experience.

Un punto questo su cui in verità si potrebbero intravvedere invece apprezzamenti da parte dei clienti finali più nel medio/lungo periodo. Per esempio, la necessità di puntare sull’economia circolare può causare notevoli difficoltà alle grandi aziende quando impianti e processi non sono pronti per gestire la riduzione degli sprechi e il riuso e riciclo dei materiali, a questo si aggiungono le pesanti ricadute macroeconomiche che le aziende continuano a subire, prima con il Covid e ora con la guerra in Ucraina. E tuttavia è chiaro come puntare su circolarità e sostenibilità sia l’unica via percorribile.

“Le aziende devono subito trovare una soluzione per gestire questi effetti dirompenti sul loro business, accentuati dalla crescente volatilità dei prezzi, effettuare la transizione verso l’economia circolare e affrontare le attuali criticità delle catene di fornitura – prosegue Slowic-. Per gestire tutte queste complessità, soprattutto in un momento in cui scarseggiano le competenze, dovranno investire in tecnologie che offrano l’agilità e la tempestività necessarie per comprendere e prevedere meglio la domanda. Per risolvere questo problema in maniera efficiente e vantaggiosa, dovranno posizionarsi in modo tale da non accontentarsi di sopravvivere ma di proiettarsi verso un futuro prospero. Ultimo, ma non ultimo, appunto, ancora la mancanza di talenti: oltre sei aziende su dieci dichiarano che la propria azienda ha difficoltà a coprire le posizioni aperte e quasi quattro su dieci ritengono che i problemi dovuti alla carenza di personale qualificato si protrarranno anche nel 2023 per la propria azienda.

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