Non sembra sortire l’effetto sperato dagli utenti l’evoluzione del Registro Pubblico delle Opposizioni esteso anche ai numeri telefonici non presenti negli elenchi che prevede, tra le altre restrizioni per gli operatori (da luglio 2022), l’obbligo di verifica mensile delle liste di contatti. Ricordiamo che, con l’iscrizione dei propri numeri telefonici al Registro, si esercita l’opposizione al trattamento dei dati presenti negli elenchi per le diverse finalità di utilizzo e anche eventualmente l’invio di materiali pubblicitari mediante posta tradizionale.

Iscrivendo al registro i numeri telefonici cellulari è possibile annullare il medesimo consenso così come i permessi per trasferimento, diffusione ed eventuali attività di televendita o di ricerca di mercato, non riconducibili ai servizi offerti da chi detiene davvero la titolarità per il trattamento.
Negli ultimi giorni/mesi i consumatori vivono però la frustrazione delle chiamate a ripetizione, ed in specifici orari, da parte di sistemi automatizzati che non prevedono la presenza di un operatore umano e sono più economici da rendere operativi anche se, come è facile immaginare, permettono alle telco/utility percentuali di redemption più basse.
Non solo, considerato l’utilizzo di sistemi ad hoc per generare numeri telefonici virtuali, ecco che gli utenti che intendono sfruttare le funzionalità di blocco delle chiamate in entrata si trovano in difficoltà ed allo stesso tempo si complica anche l’attività delle autorità incaricate della sorveglianza.

Solo negli ultimi dieci giorni il Garante per la Protezione dei Dati Personali (Gpdp) è intervenuto già in più occasioni al riguardo. E per la prima volta ha confiscato intere banche dati di call center che svolgevano attività illecite nel campo del telemarketing illegale. In particolare, i finanzieri del nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche di Roma in collaborazione con i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Verona, hanno condotto una vasta operazione finalizzata a notificare alcuni provvedimenti adottati dal Garante (in due casi su tre anche la confisca delle banche dati, appunto) presso le sedi delle società interessate (nel veronese e in Toscana). Mas, Sesta Impresa, Arnia le aziende interessate dai provvedimenti che comprendono anche sanzioni fino a 800mila euro. 

Le aziende sono state ritenute responsabili di una serie di attività in aperta violazione della normativa in materia di protezione dei dati personali tramite l’acquisizione di apposite liste illegalmente prodotte che contattavano decine di migliaia di soggetti, senza che questi avessero mai rilasciato il necessario consenso per il trattamento dei propri dati a fini di marketing. Venivano proposte offerte commerciali di diverse compagnie energetiche, giungendo anche a reiterare proposte inverse, dopo poco tempo, di ulteriori passaggi fra queste, al fine di accrescere le provvigioni.

Pasquale Stanzione - Garante della Privacy
Pasquale Stanzione – presidente del collegio Garante per la Protezione dei Dati Personali

I contratti realizzati venivano poi girati ad altre società “per l’indebito inserimento nel database delle compagnie, il tutto senza alcun formale incarico e in base a un sistema di distribuzione delle responsabilità in ambito privacy fittizio, meramente formalistico e con gravissime carenze nell’adozione di efficaci misure di sicurezza per la protezione dei propri sistemi”, come spiega la nota del Garante.

A monte di questa tipologia di attività, che è possibile definire anche di “sottobosco”, vi è pure la mancanza di effettivi controlli da parte delle aziende committenti, che non di rado sono utilities i cui nomi sono conosciuti a livello nazionale. 
A pochi giorni di distanza il Garante è intervenuto ancora con un nuovo pacchetto di provvedimenti. In particolare si segnalano tre provvedimenti correttivi e sanzionatori, a carico di Tim, sanzionata per oltre 7 milioni di euro e, nel settore energetico di Green Network e Sorgenia, rispettivamente per circa 237mila euro e 670mila euro.
In particolare, la sanzione a Tim mostra un aspetto interessante perché in questo caso il provvedimento è legato alla “mancata adeguata sorveglianza sui call center abusivi, estranei alla sua rete ufficiale, ma anche ulteriori aspetti, quali il riscontro talora inadeguato alle richieste di esercizio dei diritti degli interessati e l’erronea pubblicazione di dati personali nei pubblici elenchi telefonici senza il consenso degli interessati.

L’Autorità, in relazione anche a provvedimenti precedenti, riconosce “i miglioramenti compiuti, probabile testimonianza della buona volontà delle grandi imprese”, ma al tempo stesso rimarca “l’esigenza di ulteriori e più incisivi passi verso l’eradicazione di una vera e propria piaga sociale che danneggia gli operatori corretti ed esaspera, ormai a livelli non più accettabili, i cittadini”.
Le compagnie energetiche invece sono state sanzionate per  non aver approntato misure idonee a “garantire la tracciabilità di tutte le operazioni svolte sulle piattaforme di caricamento delle proposte contrattuali” e per non aver dimostrato la “piena contezza di tutti i trattamenti svolti nell’ambito della filiera del telemarketing.

L’aspetto importante è proprio l’attenzione alle “supply chain” del telemarketing. L’Autorità vuole ridurre fino ad eliminare i margini di “manovre” non trasparenti che consentono, appunto, il proliferare di call center automatizzati ed illegali, figli di contratti chiusi quasi sempre in violazione delle norme fiscali e giuslavoristiche, oltre che di quelle sulla protezione dei dati.

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