Il tema della sostenibilità, tra i punti principali nelle agende dei board, non riguarda solo i consumi ed i processi ambientali ma impatta anche sull’esperienza dei consumatori, soprattutto per le aziende che forniscono prodotti.
Per questo la Commissione Europea propone l’aggiornamento delle norme UE a tutela dei consumatori in modo che, sulla base di regole certe, essi possano compiere scelte di acquisto consapevoli conoscendo la durata prevista dei prodotti e se e come possono essere riparati. In particolare le nuove norme proposte dalla Commissione vanno nella direzione di impedire qualsiasi pratica ingannevole, vietano il greenwashing e pongono un freno alle dichiarazioni ambientali inattendibili ancora molto utilizzate.

Con il termine greenwashing, lo ricordiamo, si identificano in modo specifico le strategie di comunicazione o di marketing perseguite da aziende, istituzioni, enti che presentano come ecosostenibili le proprie attività, cercando di occultarne l’impatto ambientale negativo. Le ricerche dimostrano che i consumatori sono vittime di pratiche commerciali sleali che di fatto rendono inutili i tentativi di compiere acquisti consapevoli, perché l’obsolescenza precoce dei beni, le dichiarazioni ambientali ingannevoli, i marchi di sostenibilità o gli strumenti di informazione sulla sostenibilità non trasparenti sono  purtroppo ancora pratiche comuni. 

La Commissione di recente si è già mossa su questi temi, anche nel corso dello scorso inverno. A febbraio ha adottato la proposta sulla “due diligence” delle imprese ai fini della sostenibilità, che stabilisce norme chiare ed equilibrate affinché le aziende rispettino i diritti umani e l’ambiente e tengano una condotta sostenibile e responsabile. E’ noto poi l’obiettivo di fare dell’Unione il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 – obiettivo raggiungibile solo se consumatori e imprese consumano e producono in modo più sostenibile – e si è conclusa da pochi giorni la consultazione pubblica proprio sul diritto alla riparazione.
Ora si intende spingere sull’importanza della possibilità di riparazione dei beni, mentre l’iniziativa odierna da una parte responsabilizza gli utenti/clienti, dall’altra impone l’obbligo di fornire informazioni specifiche anche a tutela delle pratiche sleali legate all’obsolescenza. “La questione è semplice. Se non inizieremo a consumare in modo più sostenibile, non riusciremo a raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo – così, senza mezzi termini, si esprime Didier Reynders, commissario per la Giustizia -. Sebbene la maggior parte dei consumatori desideri offrire il proprio contributo, abbiamo assistito a un aumento delle pratiche di greenwashing e di obsolescenza precoce ]…[“.

Didier Reynders
Didier Reynders, commissario UE per la Giustizia

Concretamente la più recente iniziativa è volta quindi a modificare la direttiva sui diritti dei consumatori che di fatto impone l’obbligo alle aziende di informare proprio sui punti specifici di durabilità e riparazioni/aggiornamenti. Nel primo caso si vuole che i consumatori siano informati sulla durabilità garantita dei prodotti. Quando la garanzia commerciale di durabilità è superiore a due anni, il venditore deve informarne il consumatore, ma bisogna informare i consumatori anche quando il produttore non fornisce informazioni sull’esistenza di una garanzia commerciale di durabilità (su tutti i bene che consumano energia).

Per quanto riguarda invece riparazioni ed aggiornamenti, i venditori devono fornire una serie di informazioni come la disponibilità di pezzi di ricambio o di un eventuale manuale di riparazione. Se si tratta di device digitali, dispositivi intelligenti etc. il consumatore deve essere informato anche in merito agli update software forniti dal produttore (per quanto tempo saranno disponibili, per esempio). Purtroppo, e specifichiamo, purtroppo… Sono i produttori e i venditori a poter decidere il modo più appropriato di fornire tali informazioni al consumatore, sia sull’imballaggio o nella descrizione del prodotto sul sito Web. Punto fermo resta solo che le informazioni debbano essere fornite prima dell’acquisto e in modo chiaro e comprensibile.

Ci sembra davvero troppo poco. Siamo ancora al punto per cui è necessario specificare in una proposta che non si può ingannare il consumatore sulle informazioni riguardo l’impatto ambientale o sociale, la durabilità e la riparabilità”. Anche se per fortuna si è esteso l’elenco delle “pratiche considerate ingannevoli in base a una valutazione delle circostanze del caso, come la formulazione di una dichiarazione ambientale relativa alle prestazioni ambientali future senza includere impegni e obiettivi chiari, oggettivi e verificabili e senza un sistema di monitoraggio indipendente”.

Nella lista nera delle pratiche sleali ora rientra per esempio quella di omettere di informare i consumatori dell’esistenza di una caratteristica introdotta nel bene per limitarne la durabilità; e quella di formulare dichiarazioni ambientali generiche o vaghe come “prodotto eco”, o “rispettoso dell’ambiente” che di fatto sono prive di significato se non opportunamente circostanziate. E’ vietato inoltre esibire un marchio di sostenibilità non basato su sistemi di verifica da parte di terzi o che sia stabilito dalle autorità, ed infine è vietata l’omissione di una limitazione delle funzionalità quando si utilizzano materiali di consumo/ricambi/accessori non forniti dal produttore originale (ma basta davvero semplicemente l’obbligo di informazione o non si dovrebbe piuttosto lavorare di più proprio sulla reale disponibilità di pezzi di ricambi ed accessori?).

Per elaborare la proposta così descritta sono stati consultati oltre 12mila tra consumatori e imprese, esperti in materia di consumatori e autorità nazionali. Proprio la verifica sull’attendibilità delle dichiarazioni ambientali è stata considerata tra gli ostacoli più rilevanti, ma oltre la metà del campione ha anche dichiarato di essere pronto a pagare di più per un prodotto durevole senza bisogno di riparazioni.

Věra Jourová
Vĕra Jourová, vicepresidente per i Valori e la Trasparenza della Commissione Europea

Le aziende che parlano di marketing, che si “vantano” di ascoltare i consumatori dovrebbero solo riconoscere di essersi indirizzate esattamente nella direzione opposta rispetto al volere dei clienti ed al tema della sostenibilità, intesa a 360, non solo come “risparmio di risorse”. Si pensi al comparto dei bianchi, oggi con una durata decisamente inferiore a quella dei loro “antenati”, ed in tanti casi impossibili da riparare. Verrebbe proprio da chiedersi: ma di cosa stiamo parlando? Le intenzioni della Commissione sono buone, ma gli obiettivi invece ci sembrano poco ambiziosi, non tali da consentire effettivamente di scardinare pratiche malsane oramai consolidate.

Sulle intenzioni, così si esprime Věra Jourová, vicepresidente per i Valori e la Trasparenza:Sosteniamo i consumatori che desiderano sempre più scegliere prodotti che durano più a lungo e che possono essere riparati – spiega  – e dobbiamo garantire che il loro impegno in questo senso non sia ostacolato da informazioni ingannevoli. Con la presente proposta forniamo loro nuovi ed efficaci strumenti perché compiano scelte consapevoli aumentando la sostenibilità dei prodotti e della nostra economia”.
Le proposte attendono ora di essere adottate e servirà poi il tempo che vengano recepite nella legislazione dei Paesi membri; dovrebbero consentire ai consumatori di disporre di informazioni migliori ed innescare sani meccanismi di concorrenza tra i vendor. Difficile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi l'articolo: