In pochi giorni, verrebbe da dire in poche ore, la scuola italiana si è trovata all’improvviso proiettata nel terzo millennio. Senza volerlo e sostanzialmente impreparata. Il Dpcm dell’8 marzo, in cui si confermava la sospensione dell’attività didattica, ha determinato l’obbligo per i dirigenti scolastici di attivare la cosiddetta didattica a distanza, e da poco è diventato un problema per tutte le scuole. Ma anche una necessità primaria per non bloccare, oltre che la malattia, anche la formazione dei ragazzi.

Con l’obbligo e gli sforzi, indubbiamente positivi delle aziende, non mancano da risolvere le criticità e arrivano tanti nodi al pettine. Errori che sostanzialmente hanno origine tutti nella mancanza di un coordinamento efficace ed effettivo del sistema scuola, delle risorse disponibili, delle piattaforme utilizzabili, nei tempi in cui sarebbe stato doveroso approntarlo. Ancora una volta la scuola si regge soprattutto sulla buona volontà degli insegnanti, sulla capacità di “adattarsi”. Resta però abbastanza surreale anche un solo primo dato di fatto.

Ogni insegnante, spesso in assenza di soluzioni chiare fornite da parte dell’istituto, si è organizzato ed ha iniziato a lavorare a distanza con gli strumenti che ha a disposizione, o addirittura semplicemente consigliato da amici e parenti. Non stiamo utilizzando un’iperbole, riportiamo semplicemente quanto esperito,nel confronto diretto con scuole di tre ordini e grado diversi. Queste le piattaforme che in una famiglia è stato necessario installare in poche ore per la didattica a distanza e per eventuali semplici videoconferenze con i docenti: Starleaf, Webex, Microsoft Teams, Edmodo, Ariel, Google Hangout, Blogger, Classroom (Google), Zoom, WeSchool

Problema di strumenti e competenze

Per assurdo può capitare che all’interno della stessa scuola, e di un’unica classe, insegnanti diversi preferiscano utilizzare piattaforme diverse, anche a seconda delle proprie competenze. E le cose non funzionano meglio a livello di Istituto. I presidi e i vicepresidi non tutti sono in grado di organizzare consigli da remoto, e riunioni del corpo docente, sulla base di una piattaforma per la didattica a distanza “ufficiale” della scuola, perché semplicemente non si è mai pensato di adottarne una o semplicemente non si è mai pensato di averne bisogno.

Fino ad oggi, la digitalizzazione della scuola è passata attraverso la Lim (Lavagna interattiva multimediale – quanti dibattiti sul tema) il registro elettronico, e la Carta docenti (la Ministra Azzolina ha di recente aggiornato le possibilità offerte dalla Carta). E’ mancata di fatto una vera proposta culturale di trasformazione digitale.
Tra gli hyperscaler, Microsoft, Aws e Google – ma nell’ambito specifico sono diversi e importanti gli attori di mercato (Cisco, solo per citarne uno) – hanno un’offerta dedicata anche per favorire la didattica a distanza; allo stesso tempo sono disponibili diverse piattaforme anche nel mondo open source, ma è chiaro che “se nessuno forma nessuno”, è più facile scegliere un fornitore tradizionale, spendere per il supporto etc.etc.

In questo caso, soprattutto, non è questione di fare battaglie ideologiche ma di trovare soluzioni che siano in grado di dare risposte, e in breve tempo. Il Ministero dell’Istruzione ha approntato una pagina dedicata all’argomento dal nome chiarissimo Didattica a distanza, dove non mancano gli esempi virtuosi, che però fotografano anche bene una sostanziale eterogeneità, oltre ai casi d’uso significativi ma non omogenei sul territorio nazionale.

Sul sito del Ministero in primis campeggiano due soluzioni adottabili gratuitamente per lavorare: le proposte di Google e Microsoft. Per esempio è disponibile Office 365 A1 che permette di fornire gratuitamente Microsoft Teams ad insegnanti, studenti e ruoli amministrativi per le scuole di ogni ordine e grado comprese le università. E si può scegliere GSuite con Classroom, sfruttando un account Gmail qualsiasi oppure l’indirizzo fornito dalla scuola. Gli insegnanti in questo caso possono aggiungere i codici dei singoli corsi alla piattaforma e offrire l’accesso agli studenti che ne hanno diritto tramite password. 

Ministero dell'Istruzione - Didattica a distanza
Ministero dell’Istruzione – Didattica a distanza

Forse è comunque troppo poco, forse sarebbe davvero arrivato il momento per ogni scuola di sfruttare ancora meglio la piattaforma Consip per un’organizzazione digitale a tutto tondo. E perché non lo si è fatto prima? Probabilmente perché non serviva. Perché l’educazione italiana non ha mai vissuto un’emergenza come quella attuale, così come tante aziende, di fatto, non hanno mai creduto nelle potenzialità dello smart working e della digitalizzazione e si ritrovano poco attrezzate a fronteggiare l’emergenza.

E’ possibile però che il Ministero stesso consigli appena queste due piattaforme, che non sia proponibile una soluzione in grado di indirizzare tutte le esigenze del sistema scolastico, e che sostanzialmente non ci sia un disegno globale predisposto per indirizzare anche le tematiche relative a privacy, modalità etc.? Ecco, da questo punto di vista forse l’emergenza sanitaria attuale rappresenta davvero un’ottima occasione per fare un balzo in avanti, per fare tesoro dell’esperienza e prepararsi in modo diverso. 

Scuola inclusiva, ma senza banda larga?

Arriviamo a un altro punto veramente dolente. A parte la molteplicità di piattaforme utilizzate e utilizzabili, mai come in una situazione come questa la scuola, “inclusiva” per definizione, si trova ad arrendersi di fronte alle gravi carenze italiane per quanto riguarda la banda larga. Nella stessa Lombardia, oggi ci sono tanti comuni in cui la banda larga in grado di supportare uno streaming audio/video fluido non è disponibile.

In questo modo vengono a mancare i presupposti stessi per fare bene. Mentre alla richiesta di connettività nelle famose Aree Bianche nessuno è in grado di dare risposta – se si chiedono tempi certi per portare tutte le abitazioni ad avere una connettività degna di questo nome – nonostante i proclami, e le iniziative in atto. A questo si aggiunge il problema per alcune scuole – per esempio l’Università Statale di Milano – che non sono riuscite a far fronte immediatamente ad una richiesta inconsueta di collegamenti simultanei e si trovano necessariamente a dover risolvere in tempi brevi la difficoltà. 

L’emergenza sanitaria, di fatto, mette in evidenza la nostra capacità di reazione, e di adattamento, ma allo stesso tempo ci sbatte in faccia l’incapacità di fare bene e di andare veloci anche quando semplicemente la questione è tenere il passo. Il salto quantico nel mondo della didattica a distanza, che sta compiendo la scuola in questi giorni, probabilmente avremmo dovuto attenderlo almeno ancora dieci anni, senza emergenza. E questo non è bene. Così come resta critica l’assenza di norme e linee guida che fissino standard comuni di riferimento per la validazione del lavoro svolto. Ancora una volta la scuola va avanti un po’ da sé. 

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