Il cloud rappresenta uno dei principali driver del mercato digitale, con una crescita che prosegue da alcuni anni a tassi superiori al 20%, segnando anche nel 2019 un +21,5% rispetto all’anno precedente. Nel 2020, anno che come già evidenziato si caratterizzerà per una forte frenata del mercato, sarà l’unico segmento, insieme alla cybersecurity, a confermare un trend positivo sostenuto, avendo dato prova nel corso del lockdown di essere uno dei principali fattori in grado di garantire resilienza e continuità operativa.

Andamento del mercato del Cloud Computing per modello e servizio, 2017-2019
Andamento del mercato del Cloud Computing per modello e servizio, 2017-2019 – Fonte: NetConsulting cube, 2020

Cloud, i fattori della crescita

La continua crescita del mercato riflette come l’abitudine da parte delle aziende italiane ad adottare servizi cloud sia molto cresciuta nel corso degli ultimi anni. La spiegazione può essere ricondotta a una serie di fattori.

I primi sono di carattere culturale. Qualche anno fa le aziende temevano che i loro dati non fossero al sicuro se non conservati all’interno dei perimetri aziendali e nei data center di proprietà o, comunque, nei Ced di loro fornitori/system integrator di fiducia. Inoltre, era diffusa la sensazione che il cloud fosse adatto solo per specifiche tipologie di applicazioni, ad esempio la posta elettronica e i tool di communication, e lo fosse molto meno per i sistemi legati al core business aziendale, come l’Erp o i sistemi core transazionali. Infine, un ulteriore freno all’adozione era dettato dal fatto che solo poche aziende avessero la necessità di ricorrere a un provisioning e deprovisioning delle risorse così frequente da poter beneficiare appieno dei benefici legati alla modalità di fruizione in pay per use.

Oggi l’approccio ai servizi cloud si sta invece rapidamente modificando e la loro adozione è in forte aumento. I motivi di questa accelerazione sono di varia natura. Lato applicativo è necessario distinguere l’ambito collaboration e produttività individuale con quello che fa riferimento ai sistemi Erp, Crm e alle soluzioni transazionali orizzontali piuttosto che verticali delle aziende.

I sistemi di comunicazione, di office automation e la posta elettronica sono stati tra i primi a godere di una fruizione in cloud. In particolare le soluzioni di produttività individuale e i tool di collaboration e comunicazione (più della posta elettronica che per qualche settore è di ancora difficile collocazione in cloud date le normative delle rispettive authority) hanno, da una parte, sfruttato la spinta che i fornitori di queste soluzioni hanno impresso su una loro adozione a servizio e dall’altro sono stati sollecitati dall’esigenza emersa durante la pandemia Covid-19 di garantire un utilizzo in mobilità alla gran parte dei dipendenti di questa tipologia di servizi. Per far sì che questo accadesse è stato necessario far leva su alcune delle principali caratteristiche del cloud che sono appunto la scalabilità e la possibilità di fruire di questo tipo di servizi in mobilità, nel rispetto degli standard di sicurezza in essere.

Diverso è l’atteggiamento che le aziende stanno evidenziando sulle soluzioni di tipo prettamente applicativo. Le remore alla fruizione in cloud dei sistemi applicativi, sino a poco tempo fa, si polarizzavano sulla localizzazione dei dati, sulla security degli stessi e sui livelli di servizio, condizionati dalla qualità del network.

Le scelte recenti di alcune grandi società, sia dell’energy che manifatturiere, di adottare una politica in primis cloud first e oggi cloud only, ha però scardinato questi atteggiamenti ostili. Inoltre, la forte spinta a un’adozione in cloud di soluzioni Erp da parte dei principali vendor sta portando le aziende, che avevano già implementato soluzioni cloud in ambito Crm, a scegliere questa modalità anche per i sistemi che reggono il loro backbone applicativo.  Permangono, tuttavia, alcuni settori, ad esempio il mondo finance, in cui l’adozione di applicazioni in modalità SaaS, in particolare per gli ambiti core, stenta a decollare per la forte richiesta di soluzioni customizzate che il cloud applicativo non consentirebbe di soddisfare.

Differenti, invece, rimangono le scelte di tipo architetturale. Malgrado il modello vincente e più diffuso sia quello ibrido, le aziende che hanno un data center di proprietà puntano in modo prevalente su servizi di tipo private. Quelle che invece non sono vincolate stanno utilizzando anche servizi di public cloud, integrandoli con le soluzioni che rimangono in modalità on-premise.

La scelta del modello più idoneo è funzionale alla strategia e ai piani di cloud transformation che le aziende stanno implementando.

Gestire una cloud transformation non è una cosa semplice e richiede una certa attenzione oltre alla presenza di una serie di ingredienti e servizi di advisory senza i quali i rischi di non riuscire ad ottenere i benefici sperati appaiono molto elevati.

Sostanzialmente le fasi da considerare in una cloud transformation sono quella di assessment della situazione presente, il disegno di un differente modello operativo dell’IT, la fase vera e propria di migrazione ed implementazione dei servizi e la fase di ottimizzazione della gestione dei servizi implementati. Spesso questi piani, a causa della mancanza di competenze interne alle aziende, vengono gestiti con il supporto di partner tecnologici specializzati.

Per quanto concerne invece i servizi più strettamente infrastrutturali (IaaS), la situazione appare leggermente differente. In primo luogo, perché la loro adozione riguarda essenzialmente la funzione IT e non necessità di approvazioni ulteriori da parte del business. Secondariamente perché l’adozione di capacità elaborativa e/o di storage permette alle aziende di essere più flessibile e di disporre sempre di componenti infrastrutturali up to date. Tipico esempio fa riferimento all’implementazione degli ambienti di test che, per loro natura, una volta svolta la loro funzione, possono essere “spenti” senza che si sia dovuto effettuare un provisioning di hardware in modo permanente, eliminando quindi degli investimenti fissi che graverebbero sul budget dei Sistemi Informativi.

E’ per questo motivo che i servizi IaaS, a differenza di quelli applicativi che spesso sono ancora regolati da canoni, risultano essere quelli che maggiormente incorporano logiche di pricing di tipo pay per use.

Il layer PaaS che fa riferimento ai servizi di piattaforma è stato, sino ad oggi, quello meno utilizzato dalle aziende italiane. Anche in questo caso la situazione sta rapidamente mutando, sia perché i servizi presenti online hanno beneficiato di un processo importante di maturazione, sia perché permettono, tra le altre cose, di migliorare l’integrazione tra applicazioni per mezzo di servizi middleware, di avere accesso a differenti strumenti di sviluppo, di usufruire di servizi avanzati di business intelligence e machine learning e di sistemi di gestione dei database.

Infine, ciò che si osserva recentemente sul mercato, con il diffondersi dei servizi cloud, è anche l’adozione di cloud provider differenti, sia per gli ambienti tipicamente applicativi ma anche per quelli più orientati all’utilizzo di piattaforme ed infrastrutture. Il multicolud sarà un modello che si affermerò sempre di più tra le aziende. Ciò porterà le strutture IT a dotarsi di orchestratori per una gestione ottimizzata di questi ambienti, di network software defined, e ad acquisire o dotarsi di skill capaci di gestire ambienti che diventeranno sempre più complessi.

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