Il punto di partenza è assodato: i vantaggi di un lavoro agile che coniughi lavoro e vita privata, che bilanci smart working e attività in presenza, che privilegi la logica per obiettivi e non per tempo, che tenga conto della necessità di disconnessione per evitare “overbooking” di produttività … sono temi che in questi due anni di pandemia sono stati sviscerati da analisti, sindacati, testate, studiosi del lavoro, professori e politici. Convegni. Una trasformazione senza ritorno, che sta toccando la vita di oltre 4 milioni di lavoratori (erano solo mezzo milione nel 2019).

E così, dopo avere allentato l’attenzione sul tema – un po’ perché trainati dallo stato di emergenza che si portava appresso lo smart working semplificato con l’attivazione unilaterale da parte del datore di lavoro – le aziende oggi si trovano a dovere prendere decisioni sul lavoro del futuro valutando modalità, benefici e costi. Altrettanto consapevoli che il lavoro agile, post emergenza, sarà ibrido. Perché ora?

Due gli elementi di allerta, contingenti.

Il primo legato al fatto che dal prossimo 31 marzo 2022, con la fine dell’emergenza sanitaria, si conclude lo smart working semplificato adottato dalle aziende durante la pandemia. Per proseguire con il lavoro agile le imprese dovranno prevedere accordi individuali con i propri dipendenti e mettere in campo un grande sforzo organizzativo, che prevede il confronto con i lavoratori e che tenga conto della parti sociali e del legislatore. Le grandi aziende lo hanno già fatto, le piccole e medie non ancora.

Il secondo legato al “caro bolletta”, esasperato in questo inizio 2022, come indicano i dati pubblicati da Selectra: lo smart working costa caro al lavoratore, con un impatto importante sui costi di luce e gas (+230%).

Partiamo dal primo punto

A ridosso della scadenza del prossimo 31 marzo 2022, è bene che aziende e lavoratori partendo dall’esperienza maturata nel periodo della pandemia, facciano il punto sulla normativa ad oggi e prendano dimestichezza con il “Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile” firmato tra sindacati e organizzazioni imprenditoriali lo scorso 7 dicembre e con le norme previste dal decreto Sostegni ter di questi giorni (che dovrebbero mantenere la modalità semplificata di comunicazione al ministero).

Il principio alla base del protocollo di dicembre – per cui rendere stabile la modalità di lavoro agile possa portare benefici ad entrambe le parti – ha fatto sì che nei mesi scorsi i sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Confsal, Cisal, Usb) e le organizzazioni imprenditoriali (tra cui Confindustria, ConfApi, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Confagricoltura e Coldiretti) abbiano intrapreso un confronto costruttivo finalizzato a fornire le linee di indirizzo per il settore privato, che possano rappresentare un efficace quadro di riferimento per la contrattazione collettiva e un input alla gestione aziendale del lavoro agile. Tutti d’accordo su un protocollo di 16 articoli, di portata generale – che richiederà successivamente forme di dettaglio nazionale o aziendale – che dà indicazioni alle singole aziende per integrare la parte dell’accordo individuale stabilita dalla legge n. 81/2017 alla contrattazione collettiva.

Perché è importante. Se ad oggi la legge stabiliva la necessità di sottoscrivere un accordo individuale tra datore di lavoro e lavoratore, d’ora in avanti questo accordo si dovrà adeguare ai contenuti di una eventuale contrattazione collettiva di riferimento. Una decisione che non sminuisce l’accordo individuale previsto dalla legge n.81 del 2017 che rimane necessario, ma che dà rilevanza alla contrattazione collettiva per una gestione condivisa del lavoro agile. (Cosi recita il protocollo: “L’accordo individuale di lavoro agile sottoscritto tra il datore di lavoro e il lavoratore si adegua ai contenuti della eventuale contrattazione collettiva di riferimento e comunque deve essere coerente con la disciplina di legge e con le linee di indirizzo definite nel presente Protocollo”).

Come dire: il protocollo spinge la definizione di modalità agile in azienda ancor più se sussiste la contrattazione collettiva e coinvolge tutti i lavoratori con mansioni compatibili con lo smart working. Non importa ci siano ancora clausole da definire che lasciano margini di interpretazione – il protocollo non prende ad esempio posizione sulla modalità di lavoro nelle singole organizzazioni – ciò che conta è che fissa il perimetro della prerogative imprenditoriali e dei lavoratori (disconnessione, scelta del luogo di lavoro, orari, norme di sicurezza sul lavoro agile).
Attese a breve anche le nuove procedure burocratiche da parte del Ministero del Lavoro (inserite nel decreto Sostegni Ter) per mantenere la modalità semplificata di comunicazione al Ministero, che permetterebbe un risparmio di tempi e burocrazie al datore di lavoro per trasmettere i dati anche in forma aggregata.

Passiamo al secondo punto

Selectra.net, un servizio gratuito che confronta le offerte di luce gas e Internet, ha analizzato i costi dello smart working per gli italiani, che seppure lo amano (55% dei lavoratori) ritengono che pesi in modo significativo sulle utenze domestiche (60%), un tema scatenatosi soprattutto nel primo trimestre del 2022.

Cosi spiega Selectra: un lavoratore in smart working full time, che si affida ancora al Servizio di Maggior Tutela (dove il prezzo di energia e gas viene stabilito dall’Autorità e cambia ogni tre mesi), a febbraio 2022 spenderà 57 euro in più nella bolletta mensile luce (+230%, per un totale di 102 euro), e 159 euro in più per la bolletta del gas (+220%, per un totale di 290 euro) rispetto a febbraio 2021. Lo smart worker full time che è invece passato al mercato libero (dove il fornitore può stabilire il proprio prezzo e prevedere offerte bloccate per uno o due anni), pagherà sempre di più rispetto all’anno scorso, ma riuscirà a risparmiare a febbraio 2022, rispetto al Tutelato, 45,5 euro sulla bolletta della luce e 32 euro su quella del gas.

Rispetto a chi è rientrato in ufficio full time (con un consumo di luce e gas ridimensionato ai weekend e a meno ore della giornata), un lavoratore in smart working nel servizio di maggior tutela a febbraio 2022 spenderà 17 euro in più per la luce e 39 euro in più per il gas. Se invece si affida a operatori del Mercato Libero, lo smart worker pagherà circa 10 euro in più per la luce e 32,5 euro rispetto a chi va in ufficio.

L’analisi è puntuale sulle utenze domestiche e non considera altre fonti di spesa che invece hanno subìto riduzioni e che rientrano a pieno titolo tra i benefici dello smart working (costi ridotti di trasferimento, di trasporto, di inquinamento, maggior vivibilità delle città, spinta al fenomeno del southworker, riscoperta dei borghi lontani dalle grande città), così come altri costi collaterali (chiusura dei locali di ristorazione nelle zone adibite ad uffici, perdita di 15mila posti di lavoro nelle mense aziendali, decrescita del 31,5% dei fatturati delle aziende di distributori automatici di bevande e snack). Il tema è davvero molto complesso.

Ma è arrivato il momento della scelta. Siamo pronti a lavorare in modo agile?

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