Nella settimana in cui l’Istat fotografa l’Italia del post Covid e dello smart working come strumento di lavoro utilizzato da 7 milioni di italiani in questi mesi (sottolineandone le potenzialità future), il Decreto Legge Rilancio decide di introdurre un emendamento per prorogare lo smart working nella pubblica amministrazione, estendendolo fino a 31 dicembre 2020 per il 50% dei dipendenti che svolgono attività eseguibili da remoto. Una modifica, approvata dalla Commissione Bilancio della Camera, che introduce il piano Pola (acronimo di “Piano organizzativo del lavoro agile”) che vedrà salire al 60% la percentuale dei lavoratori remoti nella pubblica amministrazione dal 1 gennaio 2021.

E così la PA accelera, dando un forte impulso a una tipologia di lavoro che ad oggi, secondo il Rapporto Istat 2020 (presentato il 2 luglio) è ancora poco regolamentato: solo lo 0,5% degli occupati dipendenti gode di un accordo vero di smart working, pure lavorando anche dalla propria abitazione, e questo aspetto dovrà essere sanato nei prossimi mesi. “Sarà fondamentale definire gli aspetti contrattuali di una modalità di lavoro che ha mostrato in questi mesi tutte le sue potenzialità” dichiara Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istituto nazionale di Statistica, per trovare un maggiore equilibrio nel rispetto delle persone ma anche dell’ambiente, delle città, del silenzio sperimentato in questi mesi.

Si è vero, gli italiani si sono dimostrati pronti a “nuove formule lavorative”, nonostante rimanga l’incertezza sul futuro, così come si sono riscoperti tenaci, dimostrando “singolare resilienza”, valori come la fiducia nelle istituzioni, la centralità della famiglia, il senso civico, la tutela dell’ambiente. Ma nonostante l’impegno e la grinta, le 288 pagine del Rapporto annuale 2020 accentuano debolezze: quel divario con il resto dell’Europa (Germania lontanissima) e quelle diseguaglianze interne ancora più marcate. Un esempio su tutti: se guardiamo alla sanità, in Italia si contano 3,5 posti letto in ospedale ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 5 letti, e una tedesca di ben 8, e se si guarda il divario interno (lasciando perdere paragoni tra sanità territoriale, Nord e Sud, ma guardando ai cittadini) si vede come i decessi per Covid hanno colpito maggiormente persone con basso titolo di studio in Italia. Diseguaglianze evidenti.

Ma fermiamoci alle disparità legate all’uso delle tecnologie, emerse in questi mesi in cui la tempesta Covid ha scosso società ed economia.
Gli smart worker, cresciuti dai 3 milioni di prima pandemia a 7 milioni di oggi, sono stati ad aprile il 18,5% della forza lavoro (contro il 12,6% di marzo) e ancora in questa fase sono in progressivo aumento. Andranno secondo Istat a rappresentare il 35,7% degli occupati, arrivando ad essere 8,2 milioni, una stima che conteggia le professioni potenzialmente più interessate. In questi mesi sono stati i settori dell’informazione e della comunicazione, finanziario e assicurativo, della consulenza e dei servizi alle imprese i grandi pusher dello smart working (con percentuali di adozione dal 60% al 90%) accanto alla grande accelerata impressa dai dipendenti dei servizi generali della PA, che spingono Istat a stime in linea con quelle del Piano Pola: il 56,5% dei dipendenti pubblici potrebbe sperimentare lo smart working in futuro, rispetto a un passato in cui solo il 2,7% lo praticava.

“Una grossa opportunità che spinge a ripensare l’organizzazione del lavoro ancora troppo rigida” precisa Blangiardo mostrata dai limiti durante la pandemia sui quali porre attenzione in futuro: accesso in aree non coperte dalla banda, carenza di tecnologie famigliari, competenze mancanti, basso tasso di istruzione, ricerca di un equilibrio tra vita privata e lavorativa per frenare le divaricazionisoprattutto a svantaggio delle donne, dei lavoratori a tempo determinato, dei residenti nel Mezzogiorno, dei lavoratori a bassa istruzione” precisa il Rapporto.

E continua: lo smart working si diffonderà soprattutto al Centro-Nord (37% Nord, 28,8% Sud), ne beneficeranno soprattutto le donne (37,9% vs il 33,4% uomini), le persone ultracinquantenni (37,6% contro 29,5% dei giovani) e i laureati (64,2%).

L’equilibrio da ricercare riguarda però l’intero sistema produttivo, sarebbe miope non guardare l’intera torta. Il 12% delle aziende dichiara di essere intenzionata a ridurre l’organico (“giovani e donne saranno le categorie più a rischio”) in una scenario in cui le Pmi risultano essere le imprese più colpite e un terzo delle grandi aziende, tra le società di capitali, dichiara di non avere liquidità per arrivare alla fine dell’anno.

Concordi Istat e DL Rilancio sulla necessità di regolamentare questa nuova modalità di lavoro per recuperare terreno. Il commento di Fabiana Dadone, Ministro della PA, al piano Pola (“E’ in atto una rivoluzione nella PA”) conferma la volontà di trasformare l’emergenza in un recupero sostanziale partendo dall’analisi dell’esistente: verrà creato un Osservatorio del lavoro agile per raccogliere periodicamente dati e informazioni al fine di programmare al meglio le politiche organizzative delle PA e sviluppare un progetto che gestisca competenze e performance di dirigenti e personale, da discutere anche in un confronto con i vertici sindacali di Cgil, Cisl e Uil. Creare nuove opportunità implica trovare anche nuovi equilibri.

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