(Leggi anche l’aggiornamento sullo smart working agevolato per imprese e PA, prorogato fino al 30 aprile 2021)


Ultimamente lo avevamo lasciato un po’ in disparte il tema dello smart working, che per tutti questi mesi ha segnato la quotidianità di molta Italia. Ma gli spunti raccolti in queste settimane riportano in primo piano un tema tutt’altro che digerito e una domanda ricorrente nelle aziende che ancora non hanno definito una strategia chiara: fino a quando sarà possibile per le aziende procedere con uno smart working semplificato?

La risposta c’è e fa slittare la data stabilita del 31 gennaio 2021 (dal Dpcm del 18 ottobre 2020) al 31 marzo 2021 (dal decreto Mille Proroghe, n.183, del 31 dicembre 2020).
Ma poi? Come si organizzeranno le aziende, pubbliche e private?

Alcuni fatti recenti hanno riportato lo smart working al centro del dibattito e segnalato un certo fermento. Non solo in Italia. In queste ultime settimane lo smart working è stato prima argomento da decreto (Mille Proroghe, appunto), poi da ministero (con il neonato Osservatorio nazionale del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni sotto la ministra Fabiana Dadone), poi da analisti (Bankitalia ne fotografa l’adozione), fino all’ultimo passo del Parlamento europeo che la scorsa settimana ha invitato a redigere una legge che faccia recepire agli stati membri la necessità di normare tutti gli aspetti dello smart working, nello specifico anche il diritto alla disconnessione.

Leggiamo i fatti che marcano l’interesse. Andiamo per punti, tra loro tutti in qualche modo legati.

1 – Procedura semplificata allo smart working.
Prosegue il legame stretto tra smart working agevolato e stato di emergenza. Grazie al decreto Mille Proroghe (che ogni anno raccoglie le proroghe su misure, obblighi o agevolazioni non collocati in altri provvedimenti) si dà continuità ai provvedimenti per imprese e lavoratori dovuti allo stato di emergenza sanitaria Covid-19 e si prevede la proroga fino al 31 marzo 2021 dell’utilizzo della procedura semplificata allo smart working (introdotta lo scorso 19 maggio 2020 dal Decreto Rilancio n.34). In pratica è sufficiente per autorizzare il lavoro agile una semplice comunicazione all’Inps via mail, senza necessità di specifici accordi sindacali né firme in presenza dei lavoratori. (“I termini previsti dalle disposizioni legislative sono prorogati fino alla data di cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da Covid-19 e comunque non oltre il 31 marzo 2021, e le relative disposizioni vengono attuate nei limiti delle risorse disponibili autorizzate a legislazione vigente”, art. 19 Dl 183, 31 dicembre 2020).

Nel settore pubblico, invece, se non interverrà la ministra Dadone con un nuovo decreto, ad oggi rimane valida la proroga al 31 gennaio 2021 in base alla quale le amministrazioni devono assicurare su base giornaliera, settimanale e plurisettimanale lo svolgimento a rotazione del lavoro agile semplificato almeno al 50% del personale in attività che possono essere svolte in questa modalità.

2 – Smart working a due velocità.
La foto scattata dal recente rapporto di Bankitalia nel pubblico e nel privato mostra comportamenti diversi. La percentuale dei lavoratori in smart working è cresciuta in modo esponenziale nelle aziende: nel 2019 erano il 28,7% le imprese private che ne facevano uso, aumentate fino all’82,3% nel 2020, con impatto significativo al Nord e nelle grandi aziende. Rimarcati i benefici: maggiore produttività, maggiore benessere per i lavoratori, minor rischio occupazionale, minor ricorso alla cassa integrazione. Un impatto che ha contribuito a limitare le conseguenze negative della pandemia sulla domanda aggregata e sull’occupazione (tra i settori con maggior beneficio quelli di informazione e comunicazione, attività finanziarie e assicurative) ma che richiede una normativa che ne regoli l’adozione (cresce del 6% il numero di ore extra lavorate). La foto conferma che lo smart working rimane adottato soprattutto da imprese dinamiche e innovative, multinazionali che investono in tecnologie con alta produttività, con retribuzioni medie più alte, pratiche manageriali moderne.

Se si guarda alla PA, la percentuale dei dipendenti pubblici che hanno adottato lo smart working almeno una volta alla settimana è cresciuta al 33% (dal secondo trimestre dell’anno scorso, rispetto al 2,4% dello stesso periodo nel 2019). “L’uso dello smart working nella PA è stato però limitato da diversi fattori – precisa l’analisi -: un limite naturale alla telelavorabilità di alcune funzioni del settore pubblico e un limite legato a ridotte competenze del personale, mentre gli investimenti in dotazioni informatiche sostenuti dagli enti non hanno inciso in maniera significativa”. Nella PA in senso stretto, in particolare, “lo smart working avrebbe potuto essere più pervasivo con un tasso potenziale pari al 53% e non un utilizzo effettivo di appena il 30%” mentre nella PA legata a scuola e servizi sociali (non residenziali) il potenziale è stato superato.

3 – Squadra pubblica.
Per quanto riguarda la PA, la scorsa settimana la ministra Fabiana Dadone ha nominato i membri della commisione tecnica a supporto dell’Osservatorio nazionale del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni, che rimarranno in carica tre anni a titolo gratuito, senza compensi o indennità.
Una carrellata di professori e 40 esperti tra cui Giovanni Lo Storto (direttore generale dell’Università Luiss), Domenico De Masi (Sociologia del lavoro a “La Sapienza”), Mariano Corso (School of Management del Politecnico di Milano), Laura Di Raimondo (direttore generale di Asstel), Anna Maria Ponzellini (esperta in formazione, ricerca e gestione delle risorse umane), Antonio Naddeo (presidente dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni), Luca Giuseppe Rigoni (direttore di Assinter), Francesco Verbaro (consulente Adepp – Associazione Casse di Previdenza professionisti italiani)… ma che non ha trovato favore nei sindacati. Le critiche espresse in settimana dal segretario della Uil, Pier Paolo Bombardieri, sono dirette: “Ancora quaranta esperti! Registriamo la nomina di oltre quaranta ‘esperti’ che siederanno in seno all’Osservatorio nazionale del lavoro agile istituito presso il Dipartimento della Funzione Pubblica. Un organismo che, tenendo conto della composizione, si estranea totalmente da chi ha sempre garantito in questi mesi la continuità dell’azione amministrativa e si identifica, in sostanza, nelle parti datoriali, escludendo qualsiasi rappresentanza del personale e dell’utenza. Sono rimasti inascoltati anche i nostri appelli a coinvolgerci nell’Osservatorio”. E continua: “Ad un anno dalla pandemia, non c’è ancora un quadro chiaro di regole né un’organizzazione adeguata ed attrezzata per permettere un compiuto smart working che vada oltre le ragioni dell’emergenza e costruisca le basi per una sempre migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Evidentemente la Ministra ritiene che questi obiettivi verranno raggiunti grazie ai suoi quaranta esperti e senza il contributo dei lavoratori diretti interessati. Noi non siamo di questa idea e continueremo a vedere nella contrattazione l’unica sede competente e adeguata a rispondere alle singole esigenze e a garantire pari diritti e doveri per tutti, in primis il diritto alla disconnessione”.

4 – Diritto alla disconnessione ed Europa.
Il Parlamento europeo ha votato perché si rediga una legge comunitaria che garantisca ai lavoratori in smart working il diritto alla disconnessione digitale fuori dagli orari di lavoro, senza che questo comporti ripercussioni negative sul lavoratore stesso e incoraggiando i Paesi membri ad adottare misure necessarie per consentire ai lavoratori l’esercizio di questo diritto (anche attraverso accordi collettivi tra le parti sociali).  “I deputati ritengono che il diritto alla disconnessione dovrebbe essere riconosciuto quale diritto fondamentale, per consentire ai lavoratori di astenersi dallo svolgere mansioni lavorative, come telefonate, email e altre comunicazioni digitali, al di fuori del loro orario di lavoro, comprese le ferie e altre forme di congedo”. Dallo scoppio della pandemia di Covid-19, dettaglia il Parlamento, il lavoro da casa è aumentato di quasi il 30%, valore destinato a restare alto o perfino aumentare. Secondo una ricerca condotta da Eurofound, le persone che lavorano abitualmente da casa hanno più del doppio delle probabilità di lavorare oltre le 48 ore settimanali massime previste, rispetto alle persone che lavorano nella sede del datore di lavoro. “Quasi il 30% dei telelavoratori dichiara inoltre di lavorare nel proprio tempo libero tutti i giorni o più volte alla settimana, a fronte del 5% di coloro che lavorano in ufficio”, precisa la ricerca.

Rimangono aperte ancora molte questioni dibattute in questi mesi dagli esperti (approccio culturale, mentalità manageriale, senso della delega, lavoro per obiettivi, accordi individuali necessari, lavoro agile e non telelavoro…). Così come rimane valida la legge che regola il lavoro agile fino ad oggi (Legge n.81 del 22 maggio 2017).
Ma ormai il tempo stringe e le aziende non possono rimanere in balìa dei decreti, passando in modo passivo da una proroga all’altra. Devono prendere atto che il cambiamento indotto  dall’emergenza sanitaria sulle modalità di lavoro non è temporaneo, non si tornerà a lavorare come prima, sarebbe ingrato e dannoso non fare tesoro dell’esperienza (drammatica) vissuta. Le aziende devono prendere decisioni per tempo e in molte in questi mesi lo hanno fatto senza aspettare  (Google, Facebook, Bmw, Enel…). Mi piace lo spunto di Davide Dattoli, cofondatore di Talent Garden, in una intervista su Repubblica del 3 gennaio: “In ufficio per condividere, ma il lavoro si farà da casa”. E’ ora di metterci la faccia, senza aspettare il prossimo decreto.

(Leggi anche: Aggiornamento sullo smart working agevolato per imprese e PA, fino al 30 aprile 2021)

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