Costi energetici e delle materie prime ancora in tensione, dazi, instabilità geopolitica, nuovi obblighi normativi: la supply chain opera sotto una pressione costante, nella quale l’efficienza non basta più se non si accompagna alla capacità di assorbire shock simultanei. È in questo quadro che l’AI entra nell’agenda delle imprese, con aspettative elevate ma con fondamenta ancora da consolidare: dati, integrazione, competenze. La sesta edizione del Barometro Bisc3 di NetConsulting cube misura questa distanza.
L’indagine 2026, condotta da NetConsulting cube con la sponsorship di Engineering, Sap Italia e Aws Italia e con il supporto di Assologistica e GS1, raccoglie le risposte di 150 aziende: il 61,3% appartiene all’industria, il 26,7% al retail e alla Gdo e il 12,0% ai trasporti e alla logistica. La composizione del panel conferma la centralità del mondo industriale, ma restituisce al tempo stesso una lettura estesa della filiera, nella quale produzione, distribuzione e movimentazione delle merci sono parti di un unico sistema interdipendente.
Anche il profilo degli interlocutori contribuisce a rendere significativa la rilevazione. Il 51,3% dei rispondenti opera nell’IT e nel digitale, il 33,3% nella logistica e nel magazzino e il 15,3% nella produzione.
Il quadro che emerge è quello di una supply chain chiamata a combinare efficienza e resilienza. L’ottimizzazione dei costi non scompare, ma viene affiancata dalla necessità di assorbire shock simultanei: volatilità tariffaria, scarsità di input critici, limiti infrastrutturali, instabilità geopolitica e normativa, esposizione digitale. È un cambio di paradigma profondo. Non basta più perfezionare un singolo processo; occorre migliorare la visibilità end-to-end, la capacità di simulare scenari, la continuità operativa e la consapevolezza del rischio lungo l’intera rete.
In questo contesto l’intelligenza artificiale rappresenta il tema più nuovo e, insieme, una cartina di tornasole della maturità aziendale. I dati mostrano aspettative elevate, ma anche un’adozione ancora prudente e selettiva. L’AI non sostituisce le fondamenta digitali: per produrre valore ha bisogno di dati governati, architetture affidabili, processi integrati e competenze capaci di tradurre gli algoritmi in decisioni operative. Il commento ai risultati 2026 segue quindi il filo che lega scenario, priorità di business, tecnologie, integrazione, organizzazione, competenze e rapporto con i fornitori, mantenendo l’impostazione analitica della precedente edizione e mettendo in evidenza i principali segnali di evoluzione.
La principale evidenza del Barometro 2026 è la persistenza della pressione economica. L’80,7% delle aziende indica l’aumento dei costi energetici, dei carburanti e delle materie prime tra le sfide che impattano maggiormente i processi di extended supply chain e produzione. Il valore è nettamente superiore a tutte le altre voci e cresce rispetto al 72,5% rilevato nel 2025. La dimensione economica non è quindi un problema circoscritto, ma il vincolo entro cui le imprese devono ridefinire piani, priorità e livelli di servizio.
Le sfide geopolitiche sono citate dal 39,3% dei rispondenti e quelle normative dal 38,7%.

Le prime riflettono l’instabilità generata da conflitti, politiche governative, dazi e procedure doganali; le seconde richiamano l’ampliamento degli obblighi di reporting, tracciabilità, sicurezza e conformità. Rispetto all’anno precedente, la componente ambientale scende al 35,3%, pur restando rilevante, mentre le sfide tecnologiche raggiungono il 18,0% e comprendono sia la diffusione dell’AI sia l’esposizione agli attacchi cyber.
Le emergenze sanitarie sono indicate dall’11,3% e i fattori sociali dal 2,0%.
Per quanto concerne le azioni che le aziende stanno mettendo in campo per rispondere alle sfide sopra citate, la risposta più diffusa resta l’ottimizzazione delle operations, indicata dal 69,3% del panel.

Il 47,1% avvia iniziative di Demand Forecasting e Planning, il 31,8% incrementa la collaborazione con partner e fornitori e il 23,4% rivede il network logistico e di supply chain. Solo il 19,3% cita esplicitamente la massimizzazione della resilienza e l’ottimizzazione del risk management. Questa distanza tra la descrizione dello scenario e le azioni dichiarate suggerisce che molte aziende stiano ancora traducendo la resilienza in interventi operativi, più che in un programma formalizzato.
Il dato sulla formazione, indicata soltanto dal 7,3% tra le azioni di risposta, rafforza questa lettura. Le trasformazioni richieste non riguardano unicamente strumenti e procedure; richiedono persone capaci di interpretare segnali deboli, valutare scenari alternativi e coordinare decisioni interfunzionali. La tolleranza dello stress continuo nasce dall’equilibrio tra ridondanza, visibilità, autonomia decisionale e capacità di apprendimento.
Il quadro tecnologico della sesta edizione mostra una chiara gerarchia delle priorità. Le soluzioni per la gestione e l’analisi dei dati sono considerate abilitanti dall’85,3% delle aziende, seguite dagli Erp con l’80,0%. L’intelligenza artificiale raggiunge il 62,7% e si colloca sostanzialmente allo stesso livello del Wms, indicato dal 62,0%. Seguono cybersecurity al 56,7%, Mes al 52,7%, Edi al 41,3% e control tower al 38,0%. Il risultato più importante non è soltanto la crescita di attenzione verso l’AI, ma il fatto che essa si inserisca in un’architettura composita, nella quale i sistemi transazionali e operativi continuano a rappresentare l’infrastruttura indispensabile.
L’AI può rafforzare il forecasting, supportare la manutenzione predittiva, anticipare variazioni di costo e suggerire azioni correttive; tuttavia, per operare in modo affidabile deve poter utilizzare dati coerenti, aggiornati e contestualizzati. Gli Erp assicurano la continuità delle informazioni amministrative e gestionali, i Wms governano i flussi di magazzino, i Mes raccordano fabbrica e pianificazione, mentre l’Edi sostiene gli scambi strutturati con l’ecosistema. Il vantaggio emerge quando questi livelli comunicano e rendono disponibili dati utilizzabili senza riconciliazioni manuali.
Il 49,3% delle aziende dichiara di avere già in atto una data strategy e il 28,0% di essere in fase di sviluppo. Un ulteriore 14,0% l’ha pianificata entro i prossimi due anni, mentre solo il 4,0% non dispone di alcuna strategia. Rispetto al 2025, quando il 44,0% dichiarava una strategia già attiva, il percorso appare in avanzamento. La crescita quantitativa, tuttavia, deve essere accompagnata da un salto qualitativo: possedere una data strategy non significa automaticamente disporre di dati pronti per decisioni real-time o per modelli di AI.
Le aree di attenzione chiariscono dove si concentra lo sforzo. La data governance è prioritaria per il 63,2% delle aziende con iniziative in atto o previste; seguono la sicurezza dei dati al 54,2%, l’architettura dei dati e la realizzazione di Data Lake o l’evoluzione delle Data Platform, entrambe al 47,9%. Dwh e BI Management raggiungono il 39,6%, la data visualization il 34,7% e la sincronizzazione real-time con piattaforme di analytics il 29,2%. Più contenuta è l’attenzione alla qualità dei dati, indicata dal 13,2%, nonostante rappresenti un prerequisito trasversale.
L’intelligenza artificiale entra nel Barometro 2026 come una priorità riconosciuta, ma non ancora pienamente industrializzata. Nell’extended supply chain il 44,0% delle aziende la utilizza in misura limitata e solo il 4,0% in misura significativa ed estesa. Il 37,3% non la usa ancora, ma prevede di introdurla entro i prossimi due anni, mentre il 14,7% non ne prevede l’impiego. Nel complesso, quasi la metà del panel ha quindi già avviato esperienze, ma la quota di utilizzo realmente pervasivo resta molto ridotta.
In produzione il quadro è ancora più prudente. Il 27,3% dichiara un utilizzo limitato, il 2,0% un utilizzo significativo, il 19,3% un’introduzione prevista entro due anni e il 12,7% nessuna previsione di adozione; per il 38,7% la domanda non risulta applicabile. La differenza tra extended supply chain e produzione può essere ricondotta alla diversa natura dei processi. Nella pianificazione e nel coordinamento della filiera è più facile avviare sperimentazioni su previsioni, documenti o supporto decisionale. In fabbrica, invece, l’integrazione con impianti, dati OT, requisiti di sicurezza e continuità operativa rende il percorso più selettivo.
Il confronto con il 2025 segnala un progresso moderato. Nella precedente edizione il 43,1% utilizzava l’AI in modo limitato e il 3,7% in modo intenso. Nel 2026 l’adozione limitata nell’extended supply chain sale al 44,0% e quella estesa al 4,0%. La crescita è reale ma contenuta, mentre cambia soprattutto l’orizzonte delle aspettative: il 37,3% prevede di introdurre l’AI entro due anni. Il mercato si trova quindi in una fase in cui i progetti pilota devono dimostrare di poter diventare soluzioni governate, integrate e misurabili. La distanza tra gli utilizzi attuali dell’AI e quelli previsti nei prossimi due anni rende evidente l’accelerazione attesa.

Oggi le applicazioni più diffuse riguardano le previsioni della domanda, la manutenzione predittiva e il coordinamento delle fasi dell’extended supply chain, tutte indicate dal 28,1% delle aziende interessate. La pianificazione dei fabbisogni di distribuzione e l’automazione documentale raggiungono il 22,7%, l’ottimizzazione delle rotte il 16,4% e l’evasione degli ordini il 10,9%. Le previsioni sui costi e sui prezzi di materie prime e prodotti si fermano al 5,5%.
Nel prossimo biennio le previsioni della domanda salgono al 78,9%, la manutenzione predittiva al 66,4%, la pianificazione dei fabbisogni di distribuzione al 59,4% e l’ottimizzazione dell’evasione degli ordini al 50,0%. L’ottimizzazione delle rotte e le previsioni sui costi raggiungono entrambe il 39,1%, mentre l’automazione documentale è prevista dal 34,4% e il coordinamento dell’Extended supply chain dal 32,8%. Entrano inoltre nell’agenda la gestione dell’inventario in tempo reale al 28,1%, il monitoraggio delle condizioni di trasporto al 22,7% e l’automazione dei cicli operativi di magazzino al 9,4%.
Il confronto tra strategicità dichiarata e investimenti effettivi è uno dei passaggi più significativi dell’indagine. L’Mrp è considerato strategico dall’83,7% delle aziende, ma è oggetto di investimento soltanto per il 17,4%. La gestione della produzione raggiunge rispettivamente l’81,5% e il 19,6%; le soluzioni per l’analisi dei prezzi delle materie prime il 77,2% e il 15,2%; il production planning and scheduling il 75,0% e il 17,4%; la gestione del magazzino e dell’inventario il 73,3% e il 16,0%.
Il demand planning and forecasting presenta un profilo diverso: è strategico per il 54,0% ed è oggetto di investimento per il 38,1%, la quota più alta tra gli ambiti analizzati. Il dato è coerente con le azioni di risposta alle sfide e con le aspettative sull’AI. Le imprese sembrano aver individuato nella previsione della domanda il punto dal quale avviare un miglioramento più ampio della capacità di pianificazione. Anche sales & operations planning, Tms e order management mantengono un ruolo rilevante, ma con livelli di investimento più contenuti.
Tra le tecnologie complementari, il cloud è ormai ampiamente diffuso: il 90,7% ne dichiara l’utilizzo e soltanto il 6,6% non lo adotta. All’interno delle aziende utilizzatrici prevalgono public cloud, indicato dall’85,0%, e private cloud, all’80,0%; l’hybrid cloud raggiunge il 35,7% e il multicloud il 10,0%. Il cloud si conferma quindi un’infrastruttura consolidata, anche se la compresenza di modelli diversi evidenzia esigenze di flessibilità, controllo e continuità.
L’IoT è utilizzato dal 43,3% e previsto dal 24,0%. I casi d’uso principali sono monitoraggio e controllo da remoto al 71,3%, manutenzione predittiva al 46,5% ed energy management al 41,6%. Le control tower sono attive nel 28,7% delle imprese e previste nel 18,0%, con priorità sulla pianificazione collaborativa, sul monitoraggio delle spedizioni e sulla pianificazione degli approvvigionamenti. Il digital twin è adottato dal 30,7% e previsto dall’8,7%; i suoi utilizzi si concentrano sul monitoraggio real-time e sulle simulazioni a livello di stabilimento, magazzino e singolo asset. Nel complesso, l’innovazione si orienta verso una supply chain più osservabile, simulabile e coordinata.
La digitalizzazione produce risultati duraturi quando le informazioni attraversano i confini tra processi, funzioni e imprese. Il 70,0% del panel giudica buono o elevato il livello di integrazione interna ai processi di extended supply chain e produzione: il 48,0% lo considera buono e il 22,0% elevato. L’integrazione tra questi processi e le altre funzioni aziendali è valutata buona dal 41,3% ed elevata dal 21,3%. I valori mostrano una base solida, ma lasciano ancora una quota significativa di organizzazioni nelle fasce discreta, sufficiente, scarsa o insufficiente.
Gli strumenti più citati per l’integrazione interna sono Erp, Wms e Mes, seguiti da Excel, soluzioni di collaboration e posta elettronica. La presenza di strumenti strutturati è un segnale positivo, mentre il ricorso ancora diffuso a fogli di calcolo e mail indica che molti passaggi dipendono da attività manuali, conoscenze individuali e riconciliazioni successive. Questi strumenti restano utili per flessibilità e rapidità, ma diventano fragili quando devono sostenere decisioni complesse, tracciabilità puntuale e aggiornamenti real-time.
All’esterno, il rapporto più maturo è quello con i trasportatori: il 42,0% valuta il livello di integrazione buono o elevato. Con i clienti la stessa somma raggiunge il 38,6%, mentre con i fornitori si ferma al 14,0%. Per questi ultimi prevale nettamente una valutazione discreta, espressa dal 57,3%, e il 24,0% giudica l’integrazione scarsa. Il dato è particolarmente rilevante perché la visibilità sui fornitori è essenziale per anticipare ritardi, indisponibilità, variazioni di prezzo e rischi di conformità.
Anche negli scambi di filiera Excel compare al primo posto, seguito da Erp, Tms, soluzioni collaborative, mail, Edi, portali Srm e integrazioni ad hoc. La molteplicità degli strumenti segnala un ecosistema eterogeneo, nel quale non sempre gli attori condividono standard, capacità tecnologiche e priorità. La blockchain rimane marginale, mentre l’Edi continua a rappresentare un riferimento per gli scambi strutturati.
I benefici attesi da una maggiore integrazione sono concreti: miglioramento della tracciabilità dei flussi per il 66,7%, velocizzazione dei processi per il 62,0%, migliore pianificazione per il 61,9%, riduzione dei costi per il 58,0% e riduzione degli errori per il 50,7%.
Seguono migliore gestione dei dati, riduzione delle attese di carico e scarico e automazione dei processi. L’integrazione non è quindi un obiettivo tecnico, ma il moltiplicatore che consente a dati, AI e piattaforme operative di produrre benefici condivisi. Senza connessioni affidabili, ogni funzione può migliorare localmente, ma l’intera catena continua a reagire in ritardo.

L’evoluzione della supply chain richiede un presidio organizzativo che colleghi processi e dati.
Solo il 19,3% delle aziende dispone stabilmente di figure dedicate all’ottimizzazione dell’integrazione; il 38,0% le prevede soltanto per i processi che devono essere migliorati significativamente, mentre il 42,7% non ne dispone. Quando presenti, le responsabilità ricadono soprattutto sul supply chain Manager, indicato dal 53,3%, e sul Logistic Manager, al 46,0%. Le funzioni commerciali raggiungono il 22,7%, Customer Service e addetti alle relazioni con gli operatori logistici il 19,3%, mentre il Collaboration Expert rimane al 4,0%.
Sul fronte delle competenze, le operations restano al primo posto con il 53,3%. Seguono competenze IT al 42,0% e normative al 41,3%. Le competenze di sostenibilità ambientale e sociale sono ricercate dal 24,7%, la capacità di gestire relazioni con attori esterni dal 22,7% e quella di pianificare e simulare scenari dal 18,7%. La collaborazione interfunzionale è indicata dal 12,7% e le competenze finanziarie dal 4,7%.
Rispetto al 2025 si osserva un rafforzamento del peso dell’IT e delle competenze normative, mentre le operations mantengono la leadership. È un’evoluzione coerente con l’ampliamento del perimetro della supply chain: il responsabile di processo deve conoscere vincoli operativi, significato dei dati, impatti regolatori, rischi cyber e conseguenze economiche delle decisioni. Il valore nasce sempre più dalla combinazione delle skill, non dalla loro presenza separata.
La percezione della disponibilità di competenze IT è nel complesso positiva: il 24,0% la considera elevata e il 64,0% buona, con un gap limitato. Il 10,0% rileva un gap abbastanza significativo e il 2,0% molto rilevante. Per affrontare le carenze, il 62,7% avvia programmi di formazione per team specifici, il 52,0% promuove autoformazione e il 33,3% aumenta il ricorso a fornitori esterni. Formazione estesa, recruiting e coaching interno si collocano intorno al 16%. La prevalenza di interventi mirati è efficace per bisogni immediati, ma la diffusione dell’AI richiederà una alfabetizzazione più ampia, capace di coinvolgere decisori, utenti operativi e funzioni di controllo.
La complessità della trasformazione rende i fornitori tecnologici e di servizi parte integrante dell’evoluzione della supply chain. Il principale criterio di scelta è la disponibilità di competenze di processo e verticali, indicata dall’86,0% delle aziende.

Seguono la flessibilità commerciale e contrattuale all’83,3%, la presenza di success case al 76,0%, la qualità e flessibilità della delivery al 62,0% e l’approccio all’innovazione al 57,3%. Presenza internazionale e capacità di collaborare con partner lungo la filiera tecnologica raggiungono entrambe il 38,0%.
Le criticità più citate riguardano la difficoltà di individuare referenti in caso di necessità, segnalata dal 58,7%, e l’eccessivo aumento dei prezzi di licenze e servizi, al 57,3%. Il 47,3% lamenta una cura del cliente concentrata sui momenti di rinnovo, il 28,7% l’aggressività commerciale e il 26,7% la scarsa capacità di declinare prodotti e soluzioni sulle esigenze specifiche del business. Seguono turnover commerciale, revisione al rialzo di contratti e listini, limitata aderenza al mercato italiano e perdita di competenze sul territorio. Le difficoltà della relazione non dipendono quindi soltanto dai fornitori. Il 48,0% delle imprese riconosce una scarsa chiarezza nell’esporre problemi ed esigenze, il 38,0% richieste di gare al ribasso e il 34,0% debole autonomia decisionale. Il 28,7% evidenzia mancanza di visione strategica, il 24,7% un focus su progetti di breve periodo e il 22,0% scarsa propensione all’innovazione.
La relazione efficace richiede quindi responsabilità reciproca. Il fornitore deve offrire continuità degli interlocutori, trasparenza economica, competenze verticali e capacità di integrazione. L’azienda cliente deve chiarire risultati attesi, vincoli, priorità decisionali e criteri di misurazione. Nei programmi di AI questa reciprocità diventa ancora più importante: senza ownership interna il partner rischia di sostituirsi al cliente; senza competenze specialistiche esterne l’impresa può non disporre della velocità e della profondità necessarie. Infine, le aziende che hanno partecipato all’iniziativa Bisc3 sono state, come ogni anno, posizionate all’interno di un maturity model con l’obiettivo di analizzarne e valutarne:
- da un lato, il livello di readiness, ovvero la quantità e la qualità delle iniziative messe in campo in relazione alla gestione delle tematiche di supply chain;
- dall’altro, lo stato del loro percorso verso la completa integrazione delle loro supply chain, ovvero il livello evolutivo delle diverse iniziative avviate.
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