Eccoci a pochi giorni dall’inizio della Fase 2 che pone punti interrogativi su una gestione intelligente della ripresa. Ma al di là delle scelte governative e regionali per attuare la fine del lockdown legato dell’emergenza sanitaria Covid-19, il nodo rimane il dipendente.
Lui se la sente di tornare?
Non parliamo di massimi sistemi da garantire – misure di distanziamento, sicurezza, trasporti, salute, task force, sanificazione, incentivi che sono i veri nodi della questione al centro di decreti, misure, dibattiti -. Lasciamo ad altri il tema.

Ma mettiamo in fila alcuni dati della settimana che fotografano il singolo lavoratore e la sua voglia di tornare in quell’ufficio caro (Cadorna per noi, City Life o Porta Nuova per altri…  per citare alcuni poli della nostra Milano). Tornerà? Torneremo?

Il primo dato, ringrazio Forrester, misura la voglia dei dipendenti italiani di tornare alla normalità (grazie alla ricerca PandemicEX condotta nel primo trimestre 2020 in Europa, con 199 intervistati italiani).
ll secondo, ringrazio Unioncamere, mostra quanto aziende e dipendenti abbiano bisogno di chiarezza per capire come ripartire e accedano al nuovo portale, Ripartire Impresa, per dare risposte a dubbi e avviare la ripresa.
Il terzo, ringrazio chi ha chiacchierato con me sul tema in settimana, mostra dubbi e timori di piccole, medie e grandi aziende sul come riaprire alla normalità.

1 – Partiamo dalla ricerca europea che fotografa in 5 nazioni come i dipendenti hanno vissuto la Fase 1 e come si apprestano a elaborare la Fase 2. “L’Italia è stata tra i primi Paesi al mondo ad adottare misure di emergenza, ma solo il 48% dei dipendenti italiani ritiene che le proprie aziende abbiano messo in atto strategie corrette per gestire la crisi”, precisa Forrester, sottolineando come sia la percentuale più bassa nei Paesi esaminati. E se molti italiani hanno abbracciato il lavoro da casa, rimangono i problemi di produttività che ostacolano quasi un terzo dei lavoratori e rimane molto forte la preoccupazione dei dipendenti la cui presenza fisica è richiesta sul posto di lavoro (l’argomentazione è nota: “La mancanza di dispositivi di protezione individuale, la scarsa attuazione delle misure di allontanamento sociale e la mancanza di comunicazione hanno comportato che i dipendenti italiani nei settori economici critici fossero sentiti arrabbiati, sottovalutati e sotto-protetti” precisa la ricerca).

Guardiamo la Fase 2. Continua Forrester: “Il lockdown dal 12 marzo e l’incertezza causata dall’emergenza stanno mettendo a dura prova la percezione del presente e del futuro da parte dei dipendenti italiani”. La ricerca mostra che i dipendenti italiani sono i meno ottimisti in Europa (uno su tre si sente infelice e il 35% ritiene che l’attuale situazione difficilmente migliorerà a livello mondiale). “Il lockdown ha fatto si che il 56% dei dipendenti italiani si senta personalmente al riparo dal virus (almeno per ora), ma il 74% ha ancora paura della sua diffusione e il 65% teme di tornare a lavorare a causa del rischio di esposizione”.

A questa paura si aggiungono: il timore che le aziende licenzino (lo crede il 45% dei dipendenti italiani), che chiudano l’attività (lo teme il 33% per problemi finanziari), che il governo non faccia abbastanza per i dipendenti (42%).
Guardando allo smart working, il 33% non lo trova sicuro, mentre il 38% afferma che non consente una flessibilità sufficiente tra lavoro e tempo libero. Inoltre, solo il 45% dei dipendenti italiani ritiene che la propria azienda sia tecnicamente e adeguatamente preparata in termini di risorse tecnologiche necessarie per il lavoro da remoto.

Se prima di Covid-19, solo il 23% degli intervistati aveva testato il lavoro da remoto, oggi anche volendolo quasi la metà dei dipendenti italiani non può lavorare da casa. “Il telelavoro rimane off limits per il 47% dei dipendenti italiani” precisa la ricerca e per chi lo attua non sempre la vita è facile: un dipendente su tre trova difficile lavorare da casa, il 29% non si sente produttivo e il 27% fatica a gestire famiglia e figli.

2 – Unioncamere (Unione italiana delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura) ha messo online una piattaforma “per aiutare gli imprenditori a districarsi nella marea di provvedimenti, nazionali e regionali, diretti al contenimento della diffusione del virus”. Ripartire Impresa, il nome del portale, consente una ricerca mirata delle norme adottate a livello centrale e locale e dedica particolare attenzione alle opportunità di sostegno economico che possono essere utilizzate “in questa fase critica per la produzione, il lavoro, il credito” (compresi “aggiornamenti relativi agli adempimenti verso la pubblica amministrazione). Le aziende lo stanno consultando, segno di bisogno di chiarezza.

3 – Infine, nelle tavole rotonde a porte chiuse tenute in settimana, è emerso quanto tutte le aziende abbiamo messo a budget piani di business continuity tra cui smart working e nuove procedure…. ma che non sempre abbiano avviato dialogo con i dipendenti spaventati dagli interrogativi che pone la prossima ripresa e riapertura. Le decisioni prese dai board – che attendono giustamente indicazioni dai decreti  – non possono però prescindere dal dialogo con i propri dipendenti, anche mediato da organizzazioni sindacali o collettive interne, per far ritrovare quel senso di appartenenza che dopo 45 giorni di lockdown a volte vacilla, e decidere di conseguenza come agire nel rispetto del dipendente (da tutelare).

Il concetto di intelligenza collettiva (Pierre Lévy) afferma che l’intelligenza si può “distribuire” permettendo di valorizzare le capacità del gruppo anche in ambito aziendale, proprio grazie alla tecnologia. Che non manca.
Ora, anche se distanti, mentre si fa il countdown della ripresa, il dipendente – sia quello intimorito fotografato da Forrester, sia quello desideroso di ripartire e alla ricerca di aiuti come fotografato da Unioncamere – va ascoltato con tutti gli strumenti digital a disposizione.
Serve al management per instaurare un clima di ascolto e di fiducia, affinché ognuno si senta legittimato a condividere le proprie idee; serve per valorizzare le conoscenze dei collaboratori; serve per creare spazi di condivisione e di scambio di idee organizzati.

Si riuscirebbe così a prendere la decisione migliore e alzare quella percentuale amara espressa da Forrester: “solo la metà dei dipendenti italiani afferma che i loro dirigenti hanno discusso un piano per gestire il rischio di Covid-19 con loro e con i colleghi” lasciando non interpellata la restante forza lavoro del 50%. E magari scoprendo che “più della metà dei dipendenti italiani (54%) non vede l’ora di tornare in ufficio a crisi finita, perché non regge il cambio culturale richiesto dalla nuova normalità lavorativa ma che il 57% preferisce lavorare da casa grazie alla tecnologia che lo consente”. Troviamo il modo perché l’intelligenza collettiva ascolti tutti.

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