Nel periodo del lockdown, la scuola si è trovata del tutto impreparata ad affrontare un tipo di emergenza, come quella portata da Covid-19, per cui mai erano stati approntati piani specifici di reazione in grado di garantire la continuità della didattica e dei progetti.
Tuttavia dalle scuole primarie, alle scuole secondarie di secondo grado, fino alle università, pur con una serie di criticità, e nell’assenza almeno iniziale di direttive specifiche, la didattica a distanza ha funzionato.

Oggi si può scrivere così, proprio perché quella vissuta in primavera rappresentava una vera emergenza, ma non è pensabile immaginare la scuola del futuro con gli stessi criteri di valutazione utilizzati fino ad oggi, non è pensabile pensare che l’attività svolta tra marzo e giugno a distanza sia “la scuola”.

Nell’emergenza infatti, giocoforza si sono persi per strada metodi, gli obiettivi di inclusività, l’idea della scuola come luogo di socializzazione. E’ vero che, giunti impreparati ad un appuntamento non voluto, sarebbe stato difficile fare di meglio, ma il tema oggi dovrebbe essere riuscire a ripensare un progetto flessibile, che fa leva anche sul digitale, in grado di modellarsi a seconda dell’emergenza che di fatto ancora almeno per i prossimi mesi rappresenterà la “normalità”.

Superare l’idea di emergenza

E’ evidente che il problema reale da affrontare non è solo quello del distanziamento, dei nuovi banchi2,4 milioni di postazioni da trovare e distribuire entro il 14 settembre dalla chiusura della gara di venerdì 31 luglio (ma davvero è questo il problema per far ripartire la scuola?) – del contenimento dei possibili focolai di contagio; non è solo la vigilanza medica e, per i ragazzi, come raggiungere gli istituti con i mezzi pubblici. Il problema vero è che la scuola continua a “sopravvivere” a un contesto desolante di valutazioni per cui rappresenta un costo e non un investimento.

In piena emergenza, il governo è intervenuto con 8,2 milioni per il potenziamento della didattica e del digitale e a giugno con altri 29 milioni per finanziare le smart class, che “si sono aggiunti agli altri finanziamenti per complessivi 180 milioni di euro dall’inizio dell’emergenza, come ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, ma i ragazzi per primi si sono accorti che la precedenza a “ripartire” è stata data a molte altre attività e ora “instillare” contributi senza una visione di sistema e un obiettivo finale chiaro rischia solo di dare la sensazione che quelli per la scuola siano “soldi che finiscono in nulla”.

Il Ministro Lucia Azzolina
Lucia Azzolina, Ministro dell’Istruzione

Siamo oramai ad agosto e in tanti istituti non sono ancora state formate le classi, mancano gli insegnanti, e “fino a ieri” mancavano anche le indicazioni su come prepararsi a settembre. Le stime attuali parlano di altri 85mila insegnanti e 21mila collaboratori da trovare.

Con il via libera della Camera al Decreto Rilancio (9 luglio) sono arrivati 1,6 miliardi per fare ripartire la scuola in autunno. Il Decreto, tra le altre voci, ha incrementato di 331 milioni di euro il fondo destinato al funzionamento delle istituzioni scolastiche, per l’anno che si apre a settembre, assegnati ai dirigenti scolastici che possono utilizzarli per l’acquisto di dispositivi di protezione e di materiale per l’igiene individuale o degli ambienti. Ma anche per interventi a favore della didattica per le studentesse e gli studenti con disabilità, disturbi specifici di apprendimento e altri bisogni educativi speciali e per potenziare la didattica digitale.  

Il digitale non solo per la didattica

Per fare ripartire la scuola, il digitale è indispensabile non solo nell’emergenza e non solo come lo si è pensato fino ad oggi. Si tratta di portare la banda ultralarga a tutte le classi (non semplicemente “nelle scuole”) e di assicurarsi che ogni alunno sia in grado di seguire le lezioni in aula, ma anche da casa, con un dispositivo adeguato. Quindi è necessaria la banda ultralarga anche nelle frazioni dei paesi. Serve formare il corpo docente, che in questi mesi di fatto “si è formato da solo”, e assicurarsi che i programmi didattici siano effettivamente sostenibili da remoto, come in presenza.

E’ di questi giorni l’Avviso Pubblico per la promozione di reti nazionali sulle metodologie didattiche innovative (Prot. n. 26034 del 23 luglio 2020). Sulla base di quanto previsto dall’articolo 1 del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca (9 giugno 2020, n. 27), si intende individuare istituzioni scolastiche di riferimento per la promozione delle metodologie didattiche innovative attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali. E’ lo stesso Ocse a sostenere come le risposte della scuola all’emergenza necessitano di una strategia in grado di promuovere modalità in tempo reale per supportare docenti e studenti verso l’autonomia nell’utilizzo delle nuove metodologie didattiche, incentivando la collaborazione fra docenti e lo scambio fra comunità professionali per l’adozione di piani didattici innovativi, in particolare per gli studenti più vulnerabili”.

La misura intende promuovere quindi il potenziamento di reti di scuole anche attraverso la realizzazione di attività integrate di sperimentazione di azioni pilota di didattica digitale, il supporto e il mutual learning fra i docenti per l’adozione delle metodologie didattiche innovative, lo scambio di pratiche, con temi all’ordine del giorno negli ambiti coding, Iot, cloud, imprenditorialità digitale, realtà virtuale.

Ci sembra una proposta interessante, ma allo stesso tempo “scollegata” dalla situazione reale alle prese con problemi decisamente concreti e “logistici” cui per mesi non si è saputo dare risposta. Questo mentre il Piano Nazionale Scuola Digitale, tra i pilastri della Buona Scuola (legge 107/2015), proprio nella sua presentazione “non sarebbe dovuto essere il libro dei desideri” e di fatto lo è diventato.  

Si parla poi ancora troppo poco delle scuole professionali e degli istituti tecnici industriali, quelli in cui i laboratori sono strumenti indispensabili di formazione. Non è pensabile una scuola “da remoto” perpetua, per questo bisogna fare in modo che sia possibile, pure nell’emergenza, entrare nei laboratori e in classe. Per questo si sta pensando a ingressi scaglionati, anche con gli stessi criteri che si utilizzano per le evacuazioni di emergenza, come a doppi turni di lezioni per i ragazzi delle superiori. 

Tutti aspetti che bene sottolineano la complessità del sistema scolastico per cui è proprio questo il momento migliore per sfruttare il digitale nella gestione di una serie di procedure che fino ad oggi non sono mai state nemmeno oggetto di valutazione, quindi pensare al digitale non solo per la didattica. La formazione scolastica non è solo un processo, ma è costituita anche da una serie di processi e il digitale può rivelarsi una via percorribile per la soluzione dei problemi.

Pensare a piani concreti oggi, in questo senso, consentirà domani di rifocalizzare in modo più coerente anche tutta quella serie di problemi infrastrutturali, di edilizia scolastica, che di fatto ancora non sono stati affrontati. Il punto, quindi, è cogliere l’occasione dell’emergenza sanitaria per riuscire a fare quello che non si è voluto vedere di dover fare per anni. In questi mesi, probabilmente nell’illusione che l’emergenza sarebbe “scomparsa” con l’estate, si è concluso davvero poco e comunque senza una visione sistemica che continua a mancare. Per questi motivi progettare nell’incertezza ma contro l’incertezza è oggi indispensabile, e deve prevedere la collaborazione di tutte le forze in campo. Gli investimenti buoni nella scuola non sono mai “a perdere”.  

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