Apre la settimana l’ultimo Dpcm del 18 ottobre in continuità con le strategie “digitali” rimarcate nelle scorse settimane. Si conferma lo smart working semplificato (esteso nel tempo), la didattica a distanza a braccetto con quella in presenza (nelle scuole di secondo grado), il no ad attività convegnistiche o congressuali in presenza (continuano quelle online). Evidenze che riguardano il nostro lavoro. Non lo limitano, ma lo cambiano. Per punti.

1 – Smart working. Permane lo smart working semplificato, già esteso nei mesi scorsi da 31 luglio al 15 ottobre, e ora al 31 gennaio 2021 (data che coincide con la proroga dello stato di emergenza). E permane la sua efficacia come strumento per limitare il contagio da Coronavirus, tant’è che il Dpcm del 18 ottobre invita aziende private e pubbliche ad adottarlo e affida al ministro della PA la stesura di un decreto per alzare la percentuale di dipendenti pubblici in lavoro agile (“Incrementeremo con un provvedimento della ministra Dadone lo smart working”, si ventila fino al 75% ma della percentuale non c’è certezza).

Anche se non si menziona nessuna percentuale per le aziende private l’invito ad adottarlo per frenare il contagio è chiaro (“in ordine alle attività professionali si raccomanda che esse siano attuate anche mediante modalità di lavoro agile, ove possano essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza”). Il prolungamento dello stato di emergenza permette alle aziende di collocare i lavoratori in smart working in modo unilaterale e senza gli accordi individuali previsti dalla legge 81/2017.

2 – Scuola. Mentre per la scuola d’infanzia e primaria l’attività didattica continuerà a svolgersi in presenza, per le scuole secondarie l’invito è a incrementare il ricorso alla didattica integrata (“forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica, incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, che rimane complementare alla didattica in presenza”) e a intervenire sugli orari di ingresso, a partire dal 21 ottobre, per contrastare la diffusione del contagio (“previa comunicazione al ministero dell’Istruzione da parte delle autorità regionali, locali o sanitarie delle situazioni critiche e di particolare rischio riferito ai specifici contesti territoriali”). Per le università, invece, si predisporrano in base all’andamento del quadro epidemiologico “piani di organizzazione della didattica e delle attività curriculari in presenza e a distanza in funzione delle esigenze formative“.

Le difficoltà legate al digital divide per la Dad sono state nel nostro mirino sin dai primi giorni dell’emergenza. Finalmente oggi è stato pubblicato da Infratel il bando per spingere le infrastrutture digitali della scuola, voluto dal Mise (decreto del 1 ottobre) e deliberato dal Comitato Banda Ultralarga (Cobul). Si tratta della “gara per i servizi di connettività”, che prevede la fornitura di connettività a banda ultralarga, compresa la fornitura della rete di accesso e dei servizi di gestione per le scuole italiane.

La gara – dall’importo base di 273.918.374 euro – si compone di sette lotti (come da tabella) suddivisi tra Liguria, Piemonte, Lombardia, Lazio, Sardegna, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, Toscana, Veneto, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia. Le restanti regioni, sulla base di quanto stabilito dal Cobul, provvederanno alla realizzazione del Piano attraverso le proprie società in-house regionali, sulla base di un rapporto convenzionale con il Mise. “Al fine di disincentivare condotte inadempienti degli aggiudicatari, sono state introdotte penali particolarmente severe per ciascun giorno di ritardo, per la mancata attivazione della connessione di una scuola nonché per l’inosservanza di altre prescrizioni contrattuali relative ai tempi di realizzazione ed alla qualità del servizio” si legge sul sito del ministero. Si percepisce l’urgenza.

Tabella Piano Scuola

3 – Convegni. “Sono sospese tutte le attività convegnistiche o congressuali. Fanno eccezione solo quelle che si svolgono con modalità a distanza”. In continuità dal lockdown, la maggior parte degli eventi è stata finora organizzata in modo virtuale.

Non ritorno sulla semplificazione procedurale dello smart working (emergenziale), né sulla necessità di trovare soluzioni strutturate (non emergenziale), né sul valore del digitale per fronteggiare l’emergenza sanitaria (tema dibattuto nel Digital Health Summit) per garantire la salute delle persone e la continuità delle attività aziendali, né sulla didattica a distanza (ben oltre il semplice uso delle piattaforme ma che richiede un cambio di passo della scuola).

Ma oggi mi sta a cuore proprio il tema dei convegni. Concordo con la decisione presa (per quanto possa valere il mio parere).

Ma mai come in questi mesi, nell’illusione di una ripresa, la certezza che il digitale sia potente (e ci salvi) si è accompagnata a tratti alla nostalgia di convegni in presenza, interviste vis a vis, convention mondiali, dove toccare con mano, parlare, intervistare, interagire, in comunicazioni bidirezionali che arricchiscono. Con tempi più definiti.
Perché prende piede la certezza che queste convention tutte digitali siano fin troppe, ci sia un affollamento (in barba al distanziamento sociale) che ne penalizzi i contenuti e anche laddove valga la pena si disperdano su più giorni e tra mille proposte. Se le convention e le call si moltiplicano, il tempo per seguirle (in smart working) non ha la stessa elasticità. Il mezzo è potente, ma lo è ancora di più il contenuto. Meno ma più forti.

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