Il lavoro a distanza, di cui si parla da anni, ma di fatto in Italia è stato decisamente sottoutilizzato (o sfruttato in parte solo dalle grandi aziende multinazionali), negli ultimi otto mesi ha consentito a tante aziende di proseguire la propria attività, ed è entrato in modo importante anche negli uffici della PA. L’emergenza sanitaria da questo punto di vista ha innescato un balzo in avanti impensabile fino a marzo.

I dipendenti, pur non senza criticità, ne hanno apprezzato i lati positivi per la possibilità di conciliare lavoro e vicinanza con i familiari in un momento critico anche dal punto di vista logistico; le aziende – dati alla mano – hanno preso atto che la produttività dei dipendenti di fatto cresce. Per indagare i trend più importanti riguardo il lavoro a distanza in area Emea, Vmware ha commissionato a Vanson Bourne un sondaggio tra giugno e luglio – Nuova era del Lavoro a Distanza: Trends in the Distributed Workforce, questo il titolo – condotto su 2.850 intervistati tra decision maker HR, IT e aziendali, in 12 Paesi tra cui anche l’Italia (150 i partecipanti in questo caso). Sono proprio i numeri italiani della ricerca ha offrire alcuni spunti di riflessione.

I dati italiani dicono che dall’inizio della pandemia da Covid-19 si è registrato un incremento del 69% dei dipendenti che vedono il lavoro a distanza come un prerequisito piuttosto che un benefit, un dato non allineato con la media Emea per cui questa percentuale si ferma al 41% (illustrazione sotto). Si potrebbe considerare l’alta percentuale italiana anche in relazione alla diversa “maturità” delle nostre aziende, sul tema. E’ vero anche infatti che ben il 74% del campione italiano riconosce che la propria organizzazione sta ottenendo benefici dal lavoro a distanza e che non può più tornare indietro, ma è elevata anche la preoccupazione relativa al fatto che il management non si stia “impegnando abbastanza per adattarsi e offrire ai propri dipendenti una maggiore scelta e flessibilità. L’atteggiamento sembra relativamente di attesa, rispetto a quello che potrebbe succedere una volta terminata l’emergenza, considerato anche che la legge italiana 81/2017, per certi aspetti è stata ampiamente superata dagli eventi.

Vmware Vanson Bourne - Il cambiamento di opinione sul lavoro distribuito
Vmware Vanson Bourne – Il cambiamento di opinione sul lavoro distribuito in area Emea

E’ un dato di fatto comunque che la ricerca – per quanto riguarda i dati italiani – registri, a nostro avviso, semplicemente l’immaturità aziendale e il fatto che il management in Italia ancora non ha compiuto un reale cambio di mentalità. Ancora, quattro decision maker intervistati in Italia su dieci (39%) temono che il loro team non svolga le proprie attività quando lavora a distanza. Di fatto il lavoro a distanza non è scoraggiato – solo il 13%  ritiene che la cultura dei vertici aziendali scoraggi il lavoro a distanza -, ma il 69% sente una maggiore pressione per essere online al di fuori del normale orario di lavoro.

Carl Benedikt Frey, direttore del programma Future of Work della Oxford University
Carl Benedikt Frey, direttore del programma Future of Work della Oxford University

Elementi che indicano la necessità di un cambiamento dall’alto verso il basso del modo di pensare e delle abitudini del management. Si focalizza proprio su questo la riflessione di Carl Benedikt Frey, direttore del programma Future of Work della Oxford University: “Affinché le organizzazioni abbraccino veramente il modello del ‘lavoro da qualsiasi luogo’, i manager devono abbandonare il monitoraggio degli input per concentrarsi sull’output, in un ambiente di fiducia reciproca. Trovare il giusto equilibrio sarà la chiave per garantire che i dipendenti siano motivati e, allo stesso tempo, che si trovino in un ambiente in cui la creatività possa prosperare”.

Altri numeri. L’85% dei dipendenti intervistati ritiene che le relazioni personali con i colleghi siano migliorate da quando si lavora a distanza, il 67% si sente più sicuro di sé nel parlare in videoconferenza e il 75% afferma che i livelli di stress sono inferiori. Il morale dei dipendenti (per il 31% del campione) e la produttività (per il 36%) hanno registrato un aumento. Dati positivi ma non eclatanti, soprattutto gli ultimi due. Mentre è decisamente originale il rilievo tutto italiano per cui solo il 18% degli intervistati del nostro Paese ritiene che l’IT non sia attrezzato per gestire una forza lavoro remota, rispetto al 33% dell’area Emea, considerato come in una serie di ambiti la digitalizzazione delle aziende italiane venga indicata invece come una delle criticità caratterizzanti. 

“È una trasformazione epocale che dobbiamo saper cogliere, ma per farlo serve un approccio strutturato – commenta Stefano Iacobucci, Cio di Città metropolitana di Roma Capitale – che permetta di superare il naturale livello di incertezza che l’emergenza ha creato. Affinché questi nuovi modi di lavorare diventino la norma è necessario che vi sia un cambiamento di mentalità nell’organizzazione e un maggiore livello di fiducia all’interno dell’intera organizzazione”.

Il lavoro a distanza indubbiamente è decollato per una causa esogena, nel tempo arriverà il momento per strutturarlo in modo organico rispetto a quanto non è stato fatto fino ad ora. Portare una forza lavoro distribuita ad esprimere del tutto il proprio potenziale resta infatti una sfida: onboarding, compliance, sicurezza dei dipendenti gli ambiti su cui lavorare. Oggi il ricorso alla forza lavoro distribuita, a causa della pandemia, ha amplificato la proliferazione delle tecnologie digitali e delle piattaforme in uso e le aziende hanno accelerato anche lo spostamento delle applicazioni verso il cloud.

Il mix di lavoro a distanza/lavoro in sede nel tempo porterà ad un ulteriore incremento di complessità per quanto riguarda la varietà dei dispositivi e degli accessi, spezzando il perimetro di sicurezza aziendale e generando un’ulteriore necessità di modelli di sicurezza zero trust.

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