Tra i digital enabler, l’intelligenza artificiale è quello che, in proiezione, sembra destinato a produrre gli effetti maggiori non solo sui sistemi di funzionamento aziendali, ma sugli interi ecosistemi transnazionali. Pur con una serie ancora di importanti limiti/limitazioni, anche per questo, l’AI sembra catturare l’attenzione degli investitori, ed è al centro dei programmi di sviluppo digitale dei governi dei Paesi più avanzati.
In che modo utilizzare l’AI per produrre benessere, quali gli indicatori di sviluppo effettivamente da prendere in considerazione e, soprattutto, come si devono organizzare le aziende, sono i temi chiave sviluppati quindi in occasione del dibattito AI Talk – Sustainability (patrocinato dalla Commissione Europea) che si anima a pochi giorni dalla pubblicazione del volume disponibile sul sito del Cnr dal titolo che ispira anche il nostro contributo, L’Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Sostenibile.
 
“Innanzitutto è opportuno delimitare accuratamente il campo di azione – spiega Piero Pocciantipresidente, Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (Aixia)con ‘intelligenza artificiale’, infatti, viene indicato un insieme di paradigmi davvero molto vasto. Simbolici e sub-simbolici, alcuni basati su logica e ragionamento altri sull’emulazione del funzionamento del cervello. “Ed è importante è capire a che punto siamo”.
 
Piero Poccianti, presidente, Associazione Italiana per Intelligenza Artificiale
Piero Poccianti, presidente, Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (Aixia)

Per quella che immaginiamo come General AI siamo ancora a livello di “fantascienza”; non esiste quindi una macchina in grado di comportarsi come un’intelligenza di tipo generale (autocoscienza e sentimento sono infatti contenuti che esulano dal contesto in cui ci troviamo), mentre invece “ci muoviamo bene nell’ambito della Narrow AI, un’AI che in campi ristretti e ben predeterminati supera le capacità degli uomini, ma solo in ambiti ben specifici”. Siamo in grado di “creare macchine che percepiscono la realtà (riconoscono immagini e suoni, capiscono di cosa si tratta, riconoscono il parlato)”, e fino ad un certo punto sono capaci di imparare “ma hanno bisogno di tantissimi esempi per farlo”, sanno ragionare ed esprimono creatività, “ma hanno scarsa capacità di astrarre”. Uno dei problemi di maggior interesse per la ricerca.

Il nodo centrale è che oggi l’AI è tecnologia dichiarativa. “Siamo abituati a pensare alle macchine come sistemi cui fornire e descrivere algoritmi da eseguire, ma un sistema davvero in grado di sfruttare l’AI ha bisogno che venga ad esso descritto il contesto in cui si troverà ad operare – con le indicazioni sulle risorse disponibili per operare, gli obiettivi e i vincoli – mentre sarà poi la macchina a creare l’algoritmo“. 
Bisogna pertanto puntare ad individuare gli “obiettivi ultimi” con precisione, ma anche mirando in alto, “la crescita del Pil, per esempio, potrà al massimo essere uno strumento, non un obiettivo; avrà invece senso mirare, per esempio, ai 17 obiettivi dell’Onu per lo sviluppo sostenibile“. Oggi infatti la vera risorsa scarsa “non sono né il capitale, né il lavoro – prosegue Poccianti quanto piuttosto le risorse del pianeta, le biodiversità”. Introdurre AI “mirata” nelle giuste direzioni per contrastare proprio i problemi ambientali e della sostenibilità “potrebbe aiutare compiere non pochi passi avanti, nell’ambito delle economie circolari – con meno sprechi – con un vantaggio anche per gli equilibri democratici grazie alla diminuzione delle disuguaglianze”.
 
Tanti Paesi poi si stanno concentrando, per l’AI sulla ricerca a breve termine, mentre servono una ricerca di base a lungo termine, non condizionata, condotta dagli enti governativi; una ricerca a medio termine su cui industria, mondo accademico, ed enti possono collaborare mettendo in comune le rispettive risorse ed infine, certo, sarà importante anche la ricerca a breve termine condotta dalle aziende sulle soluzioni. In mancanza di un sistema di trasmissione tra queste tre aree non si procederà più di tanto.

“Cloud, fog computing, edge computing e IoT possono contribuire a portare le soluzioni vicino alle Pmi – conclude Poccianti – un aspetto chiave per non perdere competitività rispetto agli altri Paesi, anche in ambito UE”.

Emanuela Girardi, founder di Pop AI e membro del direttivo Aixia
Emanuela Girardi, founder di Pop AI e membro del direttivo Aixia

A questi temi si allaccia il cuore del dibattito nelle parole di Emanuela Girardi, founder di Pop AI e membro del direttivo Aixia, che si  focalizza sulla strategia europea di sviluppo dell’AI e sugli effetti di tale tecnologia in relazione ai 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sdg) definiti dall’Onu nell’Agenda 2030. “Si tratta di passare da un approccio attenzionale di tipo antropocentrico ad un approccio pianeta-centrico – spiega Girardiattraverso un’azione trasformativa con politiche di attenzione verso le risorse naturali scarse (si pensi ai vantaggi legati alle smart grid), la ridefinizione di quali siano i parametri per la valutazione reale del successo economico, ed un intenso lavoro su istituzioni e sistemi, in particolare quelli educativi”. Passaggi su cui, bisogna riconoscerlo, le recenti posizioni dell’UE che ha attenzionato il tema dell’AI, offrono indicazioni guida importanti anche nei contesti extra-UE.

Aixia propone quindi dieci raccomandazioni nell’utilizzo dell’AI: la ricerca al centro, un approccio multidisciplinare, la disponibilità di infrastrutture per l’AI, la capacità e l’importanza di “spiegare” l’AI, indirizzare l’AI verso il benessere, il superamento della cultura dei regolamenti come unico mezzo di contrasto ai rischi, la sollecitudine verso una cultura del benessere reale, la disponibilità di un quadro complessivo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile come bussola, il superamento della paura dell’AI e un progetto per il censimento e l’integrazione delle applicazioni di AI all’interno dei 17 obiettivi.

Mentre a voler individuare gli aspetti cruciali, durante il dibattito emerge come la disponibilità dei dati, la presenza di un ecosistema imprenditoriale attivo con la disponibilità di competenze diffuse e le politiche governative, rappresenteranno punti differenzianti nello sviluppo dei progetti.

Le strategie oggi messe campo dai Paesi si concentrano sull’uso dell’AI per la produttività e la competitività e come principali obiettivi quindi hanno l’incremento del numeri di ricercatori qualificati, la capacità di rafforzare il tessuto nazionale e di tradurre la ricerca in applicazioni reali nel settore pubblico e privato. A partire, questo, dalla gestione dei dati (anche in relazione al tema della privacy). Servirà andare oltre e superare gli interessi “locali”.
Oggi, i Paesi più avanzati nello sviluppo dell’AI, emerge dal contributo di Marina Paolini, imprenditrice, Master in Digital Transformation, Università di Firenze, sono Stati Uniti e Cina “con dinamiche di sviluppo differenti ma ampiamente determinate dalle aziende e dalle società con attività a livello globale (oltre che dalle startup)”, ma mentre negli Usa la tendenza attuale è vero un’ulteriore deregolamentazione, in Cina sono molti alti l’interesse ed il controllo statale.

Intelligenza artificiale, casi d’uso virtuosi in Italia

L’Italia, pur non avendo ancora pubblicato “una propria strategia”, come evidenzia lo studio pubblicato sul sito del Cnr a luglio 2020, dispone come riferimento del documento steso dagli esperti assoldati dal Mise nel 2019 dal titolo Proposte per una Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale che ha come obiettivo delineare un piano coerente per permettere al Paese di massimizzare i benefici della DT in linea con i principi di affidabilità, sostenibilità e antropocentrismo.

Ernesto di Iorio, QuestIt
Ernesto di Iorio, QuestIt

Ed allo stesso tempo non si può dire certo che manchino sperimentazioni e progetti interessanti già realizzati ed in fase di realizzazione.

Ben emerge dalle tavole rotonde che chiudono la mattinata. Ernesto Di Iorio, founder e Ceo di QuestIt evidenzia i passi in avanti compiuti anche dai servizi pubblici nei progetti basati su nuove macchine che sfruttano applicazioni basate sulle soluzioni artificial human, di questo tipo per esempio “i comuni agenti conversazionali, che permettono un’analisi dei comportamenti o delle preferenze manifestate dall’utente e riproducono gli aspetti verbali e non verbali della comunicazione durante la conversazione, con anche le espressioni facciali e i gesti tipici dell’umano, come metodo diverso e più umano di interagire con i cittadini” (progetto in corso a Bari).

QuestIt - Un esempio di utilizzo dell'intelligenza artificiale come motore degli agenti conversazionali
QuestIt – Un esempio di utilizzo dell’intelligenza artificiale come motore degli agenti conversazionali

Mentre Lelio Monaco, direttore Sales Specialist di Engineering D.Hub, racconta i vantaggi sul campo della piattaforma Digital Enabler di Engineering, anche nell’ambito della smart agriculture.

Lelio Monaco, direttore Sales Specialist di Engineering D.Hub
Lelio Monaco, direttore Sales Specialist di Engineering D.Hub

Le piattaforme a ecosistema, con il supporto di AI e advanced analytics, permettono di sfruttare appieno  il potere del dato e la proposta di Engineeringacquisisce, normalizza e armonizza, in tempo reale, dati di fonti diverse. E’ nata per le smart city e permette di realizzare soluzioni verticali per molti settori, come quello della smart agriculture (è il caso questo dell’utilizzo della piattaforma da De4Vines come supporto ai processi decisionali, Ndr.)“.

Al tavolo arriva anche l’esempio interessante di utilizzo dell’AI su architettura edge per il settore sanitario e quindi, come racconta Felice Vitulano, head of Innovation, Marketing & Technology di Exprivia, “l’uso di tecniche di AI per ripensare i processi sanitari partendo dalla prevenzione e dal monitoraggio continuo del paziente invece che dalla cura per migliorare la qualità della vita e ridurre  i costi associati alla cura”.

Exprivia - AI ed edge computing in ambito sanitario
Exprivia – L’utilizzo di AI ed edge computing in ambito sanitario

Chiude così la giornata la riflessione Maria Imbesi, AI Program director di Digital Magics: “Nell’utilizzo dell’AI è vero, serve mirare in alto, e l’AI può aiutare in maniera sostanziale allo sviluppo sostenibile”, una spinta cui però proprio le realtà piccole, le startup, possono contribuire “ma serve accelerare attraverso l’identificazione di soluzioni innovative che affrontano le sfide maggiori e la disponibilità di capitali per realizzarle”. Su questo proprio Digital Magics lavora “attraverso il coinvolgimento di investitori e corporate partner “in una logica di open innovation“.

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