L’utilizzo dell’AI nelle operazioni di sicurezza aumenta la produttività per chi la sfrutta per difendersi, ma allo stesso tempo rappresenta un acceleratore delle minacce per chi attacca. È in questa tensione che si registra il malessere crescente dei professionisti IT, chiamati a proteggere le infrastrutture aziendali mentre il perimetro degli attacchi si allarga a velocità inedita. Il tema emerge dalla seconda edizione del sondaggio Under Pressure: Mental Health Challenges in IT & Security Roles, condotto da Object First, azienda specializzata in storage di backup on-premise a prova di ransomware.
L’indagine, condotta nel corso dell’estate, è stata commissionata alla società di ricerca Dynata e ha coinvolto 1.100 professionisti, impiegati in ruoli b2b nel settore IT o della sicurezza in tre mercati: 500 intervistati negli Stati Uniti, 300 nel Regno Unito e 300 in Germania e permette un confronto diretto con l’edizione dell’anno precedente.
Cresce lo stress sulle tematiche di sicurezza
Il dato di apertura fotografa un peggioramento tangibile: il 91% degli intervistati dichiara di essere fortemente stressato sul posto di lavoro a causa dei rischi legati alla sicurezza informatica, una percentuale in aumento rispetto all’84% registrato nel 2025. La pressione, spiegano gli autori, nasce dalla combinazione tra la crescente sofisticazione delle minacce e aspettative sempre più elevate in termini di rapidità di ripristino dopo un incidente. A rendere il quadro particolarmente insidioso è quello che l’indagine definisce come un vero e proprio paradosso dell’AI. Da un lato, il 90% del campione afferma che gli strumenti di intelligenza artificiale hanno migliorato la produttività. Dall’altro, il 70% riferisce che l’aumento delle minacce informatiche basate sull’AI incide direttamente sui livelli di stress. E soprattutto, appena il 24% ritiene che la propria organizzazione sia effettivamente attrezzata per affrontare queste minacce: una distanza evidente tra la percezione dell’accelerazione del rischio e la fiducia nella capacità aziendale di rispondervi.
I motivi della pressione e del disagio
Interrogati sulle principali cause di stress, gli intervistati indicano al primo posto, nel 50% dei casi, il rischio di attacchi informatici e i carichi di lavoro eccessivi legati a team sottodimensionati. Segue, con il 44%, la pressione per mantenere la continuità operativa, mentre il 41% segnala le lacune nell’efficacia delle procedure di backup e ripristino e il 33% lamenta la carenza di strumenti o risorse adeguati.
La complessità tecnologica emerge come un fattore aggravante autonomo. Il 74% giudica gli strumenti di ripristino dati troppo complessi da utilizzare senza competenze specialistiche in materia di sicurezza, un ostacolo che pesa proprio nei momenti di massima urgenza. Ne consegue una fragile fiducia nella capacità di recupero: soltanto il 37% si dice sicuro di riuscire a recuperare interamente i dati aziendali dopo un attacco ransomware. In altre parole, quasi due professionisti su tre nutrono dubbi sulla possibilità di riportare in piena operatività i sistemi dopo un’aggressione.
Quando il disagio diventa criticità di business
La survey mette in luce come il disagio psicologico non resti confinato alla sfera individuale, ma si traduca in un costo operativo concreto. Il 78% degli intervistati dichiara che lo stress sul posto di lavoro influisce negativamente sulle proprie prestazioni lavorative, con ricadute dirette sulla qualità della difesa aziendale.

A questo si somma un senso di responsabilità personale spesso sproporzionato: il 42% avverte la pressione del management per “risolvere tutto” dopo un incidente di sicurezza, mentre il 19% ammette di sentirsi “perso e sopraffatto” durante e dopo un evento critico.
Il capitolo più delicato riguarda il rapporto tra i dipendenti e le proprie organizzazioni. Il 59% ritiene che l’azienda non dia priorità al benessere e alla salute mentale del personale, una percezione che si riflette in un rischio di turnover elevato: il 39% valuta l’ipotesi di licenziarsi e ben il 60% sta considerando, o ha già iniziato attivamente a cercare, un nuovo impiego a causa dello stress lavorativo. Un segnale che, in un settore già segnato dalla carenza cronica di competenze, rischia di innescare un circolo vizioso tra sovraccarico dei team e fuga dei talenti.
La tecnologia come leva di supporto
Nonostante il quadro, l’indagine individua una possibile via d’uscita che intreccia dimensione umana e soluzione tecnologica. L’86% degli intervistati ritiene che i backup con immutabilità assoluta potrebbero contribuire a ridurre il proprio livello di stress. Si tratta di una modalità di archiviazione che garantisce l’impossibilità di modificare o eliminare i dati, anche da parte di un amministratore con privilegi elevati o di un utente malintenzionato che sia riuscito ad accedere all’archivio di backup: una rete di sicurezza che, sottraendo ai team il timore della perdita definitiva dei dati, alleggerisce anche il carico psicologico. “La tecnologia è fondamentale per garantire la resilienza informatica, e altrettanto essenziali sono le persone che si occupano di proteggere e ripristinare i dati di un’organizzazione”, commenta David Bennett, Ceo di Object First. “]…[ Le aziende devono saper combinare un supporto efficace ai dipendenti con l’impiego di tecnologie come lo storage con immutabilità assoluta, che riduce la complessità operativa e offre ai team IT la certezza di poter recuperare i propri dati quando servono”. A supporto dei professionisti, l’azienda ha inoltre avviato una collaborazione con Cybermindz, organizzazione no-profit con sede a San Francisco dedicata alla resilienza mentale della comunità IT e della sicurezza informatica. La partnership prevede l’accesso gratuito al protocollo Cybermindz iRest, una pratica in dieci passaggi basata sulla ricerca e completabile in dieci-venti minuti, pensata per ridurre lo stress, ripristinare la concentrazione e migliorare la qualità del sonno.
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Immagine di Drazen Zigic su Magnific





