Le aziende si muovono, e a passi ben distesi, verso il cloud di seconda generazione, scelgono un modello ibrido, e il multicloud – serverless, almeno per alcuni servizi – in uno scenario in cui nessun vendor può proporsi, da solo, con un’offerta “best of breed” in tutti gli ambiti. Vale anche per Oracle, il cui portafoglio è evoluto nel tempo: il dato, le informazioni, la loro valorizzazione devono stare al centro della proposta.

Autonomous Database ‘esclusivo’

Questo il senso ultimo degli annunci a Oracle OpenWorld 2019, San Francisco, che ripercorriamo nel confronto con Luigi Scappinsolution engineering senior director Oracle per Italia, Francia, Spagna e Russia/Cis. 

Luigi Scappin, solution engineering senior director Oracle per Italia, Francia, Spagna e Russia/Cis

Tra le principali novità per quanto riguarda tecnologie e sistemi ecco le nuove possibilità di sfruttare il DB autonomo, esordisce Scappin: Autonomous Database compie un balzo in avanti. La modalità di fruizione ‘shared’ si è rivelata interessante perché rappresenta il corrispettivo della guida autonoma in ambito DB. L’Autonomous provvede al patching automatico e il cliente non si preoccupa di nulla. Questo è piaciuto, ma porta con sé pregi e limiti di una proposta squisitamente Saas, con Autonomous Database offerto come un’applicazione, quasi bypassando le complicazioni IT. Nella struttura Oracle, il vendor offre il DB gestito in condivisione, in modalità serverless, con flessibilità a scalare e un’infrastruttura trasparente al cliente”

Ora, per indirizzare meglio le esigenze enterprise sulle applicazioni mission critical, e di backend è disponibile un’opzione di “distribuzione” dedicata per Oracle Autonomous Database.

La descrive Scappin: “I clienti possono infatti chiedere infrastruttura (rigorosamente Exadata) dedicata ed esclusiva nel cloud di Oracle e lì sfruttare Autonomous Database, su risorse non condivise, con una serie di opzioni di tuning su cui è l’IT a dare l’ok finale (ottimizzazioni, patching)”.

Questa nuova modalità è definita Dedicated; offre ai clienti livelli di sicurezza dedicati,  affidabilità e controllo operativo per qualsiasi tipo di carico di lavoro del database. Si è pensato quindi alla disponibilità di Autonomous Database non solo per chi vuole bypassare l’IT, ma anche e su misura per il dipartimento IT. 

Prosegue Scappin: “Oracle ora pensa ad un’ulteriore possibilità. Quella di sfruttare Autonomous Database su hardware dedicato e in casa propria. Con l’infrastruttura in casa propria, per esempio nella modalità ‘cloud on-premise’ (denominata Exadata Cloud At Customer, Ndr.) di seconda generazione, si potrà far girare Autonomous Database, con tutti i vantaggi legati al rispetto dei perimetri geografici. Il motore di machine learning resta nella cloud Oracle, ma apparecchiatura e database macinano i dati dove si preferisce”

A questo proposito in occasione di Oracle OpenWorld 2019 è stata annunciata la disponibilità di Generation 2 Exadata Cloud at Customer e l’ultima versione della piattaforma Exadata, Oracle Exadata X8M. Con Cloud Control Plane distribuito nel public cloud di Oracle è possibile quindi godere di tutti i vantaggi di Oracle Exadata Cloud nel proprio data center. Inoltre, importante, arriva la partnership estesa per consentire ai clienti di eseguire carichi di lavoro Vmware su Oracle Cloud. I clienti in questo modo guadagnano la possibilità di migrare facilmente i carichi di lavoro di Vmware vSphere sull’infrastruttura Oracle Gen 2 Cloud e trarre vantaggio da infrastruttura e operazioni coerenti.

I vantaggi di un Converged database

Tra le caratteristiche del DB Oracle, “spesso però lontane dai riflettori – sottolinea Scappin – ci sono le quelle di convergenza (Converged Database), cioè la capacità del DB Oracle di gestire non una, ma una serie di semantiche di dati e più workload eterogenei.

Il DB di Oracle non è un database esclusivamente relazionale dagli anni ’90, quando guadagna la caratteristica object oriented. Intorno al 2000 apprende il linguaggio Xml (quindi la capacità di gestire dati di semantiche diverse), e cinque anni dopo inizia a gestire anche dati spaziali (Graph Database). Di recente si è aperto alla semantica JSON. Oracle abbraccia l’idea che il dato porti valore se il DB che lo contiene è in grado di masticare insieme un ampio numero di “linguaggi” ed è accessibile sia come DB Sql, sia noSql.

Scappin spiega: “In uno scenario in cui i dati crescono, il loro peso (data gravity) è un fattore importante da considerare. Se per l’analisi delle informazioni questi dati devono essere spostati, poter indirizzare il problema in modo diverso grazie al poliglottismo semantico e all’analisi in contemporanea su dati analitici e transazionali (o operazionali) cambia le regole del gioco, con i relativi vantaggi di query analitiche anche mentre il dato sta cambiando”.
Gartner qualifica questa caratteristica con l’acronimo Htap (High Transactional and Analytic Processing), un mix tecnologico con caratteristiche di in-memory computing.

I casi d’uso classici del “converged database” indirizzati sono di due tipi, prosegue Scappin, “tecnologici e funzionali. Nel primo caso si risolve un problema che hanno tutte le grandi aziende, che sviluppano applicazioni moderne a micro-servizi facendo uso di decine di prodotti per la persistenza di dati di vario tipo (Json, relazionali, a grafo…) ma poi non riescono a gestirli in produzione secondo standard e livelli di servizio dettati da normative operative e di sicurezza; nel secondo caso (funzionale) perché consente finalmente di sfruttare il “valore” estratto dai dati storici nei data lake, applicando tale “valore” ai dati in real-time provenienti dai processi di business, ovvero applicando finalmente sul business il “valore” estratto dai dati, magari attraverso sofisticati algoritmi di machine learning. Si pensi, per esempio in ambito finance, al vantaggio di una soluzione di questo tipo per sistemi antifrode o di scoring.

L’automazione del cloud

In occasione di Oracle OpenWorld passi avanti anche per quanto riguarda la strategia per l’automazione in cloud, e lo scenario multicloud.

Per quanto riguarda il primo aspetto: l’annuncio di Oracle Autonomous Linux rientra in questo ambito e si collega direttamente alle soluzioni Autonomous dell’azienda. Spiega Scappin: “Abbiamo messo a valore le tecnologie Autonomous, per l’erogazione della maintenance dell’ambiente operativo. Grazie a Oracle Autonomous Linux, i clienti possono contare su funzionalità autonome e garantirsi sicurezza e disponibilità sui propri sistemi. Anche nel caso dell’applicazione delle patch a caldo”

Per quanto riguarda il multicloud, lo scenario evidenzia come le aziende che hanno realizzato progetti con i grandi cloud provider, soprattutto per quanto riguarda la parte dati, marcano alcune esigenze specifiche indirizzabili con Oracle.

L’accordo con Microsoft su Azure indirizza le esigenze di elaborazione a bassa latenza ma alta velocità per fare in modo che possa essere sfruttata la componente dati Oracle con la parte applicativa del cloud provider.

E’ offerta anche l’integrazione nella gestione delle identità (Active Directory e tecnologia Oracle) e arriva il supporto integrato con un team congiunto per il troubleshooting con la scelta per il cliente di aprire con Microsoft o Oracle la chiamata.

L’accordo si rivela del tutto funzionale in relazione alle problematiche di data gravity, con la scelta di Oracle per la gestione del dato su una base coerente, sfruttato con le applicazioni Microsoft Azure.

Conclude Scappin: “Ci sono significativi progetti già in atto in questo ambito, perché le aziende chiedono proprio questo: sfruttare la migliore soluzione applicativa ma anche la migliore di gestione. E quando non la trovano piuttosto decidono di svilupparsela in casa”.

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