Sono due i temi che si rincorrono in questo inizio d’anno.

Il primo è la corsa a posizionarsi sul mercato dell’intelligenza artificiale dopo che l’attenzione è esplosa per ChatGpt, alzando il dibattito sull’intelligenza artificiale generativa che crea contenuti da sé. E quando dico che è partita la corsa, guardo soprattutto a due big tech. A Microsoft che in fretta e furia ha messo 10 milioni di dollari in OpenAI (la mamma di ChatGpt) e a Google che ha presentato il suo Bard a Parigi in settimana (con un tonfo in borsa per un errore durante la presentazione) e che ha investito prima di Natale (ma rivelato solo in questi giorni dal Financial Times) 300 milioni di dollari nel 10% di Anthropics, la startup per eccellenza concorrente di OpenAI perché nata nel 2021 da un gruppo di ricercatori di OpenAI fuoriusciti dall’azienda per disaccordi (al lavoro su una propria AI generativa, chiamata Claude, ancora silente). Pezzi da novanta in campo.

Il secondo è l’ondata di licenziamenti che sta colpendo tutte le big tech americane, un trend che non si arresta e che lascia senza lavoro migliaia di persone a livello mondiale (in media il 5% della forza lavoro delle aziende interessate) e che si abbatte sul morale complessivo del settore IT.
Avevamo dato notizia dei licenziamenti di Microsoft (10mila), Meta/Facebook (11mila), Twitter (7,5mila), Salesforce (8mila), Alphabet/Google (12mila), Amazon (18mila). Ma la lista annovera anche Ibm (3,9mila, l’1,5% dei lavoratori), Sap (3mila, 2,5%) e Dell Technologies.
Quest’ultimo licenziamento di massa – 6,5mila lavoratori, pari al 5% dei 133mila – è stato annunciato lunedì in una lettera ai dipendenti dal co-Coo Jeff Clarke ed è dovuto soprattutto alle cattive performance nelle vendite dei pc (-37% nel quarto trimestre, fonte Idc) e alla recessione. “Le azioni che abbiamo intrapreso per stare al passo con gli impatti della recessione, che hanno consentito diversi trimestri forti di fila, non sono più sufficienti per recuperare le perdite. Ora dobbiamo prendere ulteriori decisioni per affrontare il futuro“. Se le misure prese nei mesi scorsi erano la sospensione delle assunzioni e l’eliminazione dei viaggi e delle relative spese, ora si parla di fuoriuscite e riorganizzazione del management.

Accennavo al morale. Si percepisce il gelo del momento parlando con amici che in queste aziende lavorano da tempo e che pur tagliando i dipendenti (anche se il giro d’affari è in crescita) annunciano nuove sfide. Sembra un paradosso. Mentre licenziano non arrestano la ricerca di nuovi profili, aprono posizioni per spingere lo sviluppo di nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale (lo hanno dichiarato i Ceo di Microsoft e Google nelle email di licenziamento), investono milioni in acquisizioni di startup, delineando la rotta verso un settore che richiede nuove competenze per essere “le” protagoniste nel mercato dell’AI, che varrà mille miliardi di dollari a livello mondiale entro il 2026, con una crescita annuale del 18,6% (fonte Idc). E che fa gola a tutti.

Anche in Italia i numeri sono interessanti. I tre cardini dell’AI – big data, capacità computazionale e algoritmi – sono ormai di quantità e capacità tali da porre l’AI all’attenzione del dibattito politico ed economico nel nostro Paese, anche se le aziende italiane sono ancora in una fase di osservazione. “L’AI rimane ancora scarsamente utilizzata dalle imprese italiane, in particolare quelle di minori dimensioni –  racconta Anitec-Assinform nel roadshow partito ieri da Verona L’intelligenza artificiale al servizio delle Pmi: use cases e ambiti di sviluppo” -. Secondo dati Istat del 2021, solo il 6,2% delle imprese ha dichiarato di utilizzare sistemi di intelligenza artificiale, contro una media dell’8% nell’Unione Europea; in particolare, la percentuale di piccole imprese si attesta al 5,3%, contro il 24,3% delle grandi imprese. Positivo però l’aumento che, secondo dati Ocse, continuano a registrare gli investimenti in capitale di rischio, la ricerca e il numero di talenti riferiti all’intelligenza artificiale, pur se, anche in questo caso, molto inferiori a Paesi limitrofi come Germania o Francia”.

Il mercato dell’intelligenza artificiale ha raggiunto in Italia nel 2022 un volume di circa 422 milioni di euro (+21,9%) e raggiungerà i 700 milioni nel 2025 con un tasso di crescita medio annuo del 22%, rivelandosi da traino per lo sviluppo del mercato digitale (fonte: Il Digitale in Italia). “Ma nonostante le prospettive positive, in Italia il mercato dell’AI resta meno sviluppato rispetto agli altri Paesi più industrializzati: per questo è fondamentale avere una visione strategica che consenta di accelerare e potenziare gli investimenti delle imprese, rafforzare le competenze digitali dalla scuola al mondo del lavoro e acquisire maggiore consapevolezza e conoscenza delle potenzialità dell’AI”.

Impatterà sul mondo del lavoro (ma lasciamo a sociologi, politologi, economisti l’analisi dei trend). Dal punto di vista della tecnologia non si può negare che il 2022 sia stato l’anno del debutto di nuovi strumenti – a partire dall’esordio a sorpresa di ChatGpt – che devono essere regolamentati e governati (l’AI Act approvato dal consiglio europeo va in questa direzione), con attenzione su temi di sicurezza, nuovi perimetri, nuovi lavori.

Vedremo dove ci porterà l’AI, ora che Microsoft sta integrando ChatGpt nel suo mondo (Teams e motore di ricerca Bing) e Google sta lavorando su Google Bard per potenziare motore di ricerca e servizi, oltre che dare ad Anthropic la propria potenza cloud per sviluppare nuova intelligenza artificiale. Ma nel frattempo le due big tech licenziano.
Anche se è ribadita in modo chiaro la strategia (“Google lavorerà con audacia e responsabilità sull’AI” parole del Ceo, Sundar Pichai), in un momento di recessione, rimango confusa, sospesa. Troppi interessi bollono in pentola.

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