Di recente ho partecipato come relatrice al convegno “L’etica dell’innovazione” organizzato dal CDTI di Roma e dal network EthosIT e tenutosi in Campidoglio. È un invito che ho accettato volentieri perché, nel gruppo di lavoro “Competenze Digitali” del CDTI di Roma, ci interroghiamo spesso su come l’innovazione digitale possa supportare l’inclusione sociale.

La discussione ha preso spunto dal Code of Ethics and Professional Conduct dell’Association for Computing Machinery (ACM), che è tra l’altro attualmente in corso di aggiornamento attraverso una consultazione pubblica, ed ha indirizzato numerosi aspetti industriali, politici e sociali, con contributi significativi da parte di tutti gli attori intervenuti.

Nella lettura del Codice Etico ACM alcuni princìpi hanno particolarmente attirato la mia attenzione perché riassumono bene il mio personale punto di vista sulla rivoluzione digitale in corso:

  • 1 Contribuire al benessere della società e del singolo, consapevoli che tutti sono stakeholders dell’informatica , che mostra l’ ”opportunità”
  • 4 Comportarsi in modo imparziale e senza discriminazioni, che evidenzia la “sfida”
  • 7 Migliorare la conoscenza dell’informatica, delle tecnologie utilizzate e delle loro conseguenze, nel quale possiamo intravedere la “strada”

L’opportunità, la sfida, la strada: vediamole un attimo più da vicino.

Dichiaro subito il mio “conflitto di interesse”: sono ingegnere, mi occupo da sempre di ICT ed ho avuto la fortuna di lavorare in ambiti internazionali molto innovativi; quindi tendo a considerare l’informatica, quella che oggi chiamiamo “digitalizzazione”, come la chiave per il progresso sociale ed economico del nostro Paese.

Le opportunità di progresso sono enormi. Ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove applicazioni di tecnologie innovative che permettono di guardare in maniera più ottimistica alle questioni ambientali; di superare barriere architettoniche con l’interazione da remoto; di disporre di strumenti evoluti per l’apprendimento; di consentire di salvare vite umane attraverso telemedicina, diagnostica avanzata ed analisi evoluta dei dati.

Gli esempi però di solito convincono in maniera più efficace, quindi permettetemene un paio.

Il primo è il registro americano della fibrosi cistica, è una malattia rara, che colpisce meno di 1 neonato su 3.000. Come per le altre malattie rare, il numero limitato di casi rende estremamente difficile (ndr: non economicamente vantaggioso per l’Industria Farmaceutica) la ricerca di una cura. Dalla metà degli anni ’60 la US Cystic Fibrosis Foundation ha iniziato a raccogliere sistematicamente dati su tutti i pazienti americani colpiti dalla malattia. Oggi questa base dati contiene 28.000 casi raccolti con la partecipazione di oltre 120 centri medici statunitensi specializzati. Ebbene, la ricerca effettuata su questa base dati ha prodotto risultati stupefacenti e l’aspettativa di vita di un neonato affetto da fibrosi cistica è passata da 3 anni nel 1964 fino agli attuali 40.

Un altro esempio è la dematerializzazione di processi tradizionali che richiedono l’utilizzo di carta o altri supporti fisici, lo spostamento di beni e persone da un luogo ad un altro, ecc. È stato stimato che per, effetto di iniziative di digitalizzazione, tra il 2016 e il 2025 le emissioni di CO2 si ridurranno di 26 miliardi di tonnellate.

Quindi tutto perfetto? No, anche un’inguaribile ottimista come me deve ammettere che l’Innovazione Digitale è un processo discontinuo, ma che procede molto velocemente, e quando si va veloci si rischia di lasciare indietro qualcuno. L’ambito maggiore di sfida è probabilmente il mercato del lavoro, perché è quello che crea maggiore disparità sociale. Come le rivoluzioni industriali precedenti, anche quella in corso porta con sè speranze e maggiore ricchezza, ma anche potenziali disparità sociali e profonde preoccupazioni.

l’Innovazione Digitale è un processo discontinuo, ma che procede molto velocemente

In particolare, l’automazione di attività non più solo fisiche ma anche e soprattutto intellettuali, con la sostituzione di esseri umani con applicazioni software per l’esecuzione di task ripetitivi e pre-definiti, avrà un impatto rilevante sul mondo del lavoro e sulla società. Ci sono e ci saranno sempre più professioni che andranno a scomparire (es. personale amministrativo), ma anche professioni che, rispetto ad oggi, dovranno interagire in modo crescente con delle macchine (es. medici) e nuove professioni create dalla digitalizzazione; ad esempio, si stima che la digitalizzazione possa creare, a livello mondiale, fino a 6 milioni di posti di lavoro tra il 2016 e il 2025 nei settori della logistica e dell’elettricità.

Le categorie più sfidate da questo cambiamento? A livello globale sono i giovani, che stanno studiando per prepararsi a lavori che ancora non esistono e i lavoratori con esperienza, che sono abituati ad un mercato stabile che non esiste più. A livello italiano, aggiungiamo le donne. Recentemente abbiamo letto che l’Italia è in caduta libera nel ranking del Global Gender Gap Report del World Economic Forum, essendo scesa all’82esimo posto su 144 nazioni; chi ha letto il report ha avuto modo di vedere che è addirittura 118esima nell’indicatore relativo alla “opportunità e partecipazione economica”, e il settore ICT è uno dei tre dove il problema è il maggiore.

E quindi che facciamo? Beh, ce lo dice l’ultimo dei tre princìpi del codice etico che ho chiamato in causa: la strada per il progresso passa per un’azione a livello culturale per la diffusione delle opportunità della digitalizzazione, insieme alla consapevolezza del rischio di rimanere fermi o di arroccarsi su posizioni di rifiuto.

Chi da sempre si occupa di ICT ha il dovere etico di non sottrarsi a questa responsabilità ed operare all’interno della società civile mettendo a disposizione le proprie competenze ed esperienza per consentire un accesso ampio ed equo alle nuove tecnologie, riducendo i gap generazionali, geografici, sociali e di genere.

Ed è per questo che il CDTI di Roma ed in particolare il GdL Competenze Digitali, costituito dai circa 40 soci con esperienza ICT nel settore privato, si propone di dare il proprio contributo, iniziando a promuovere iniziative come questa.

È un tema complesso, che ha bisogno del giusto bilanciamento di entusiasmo e realismo, ma sono certa che, per citare Albert Einstein, “in caso di conflitto tra l’umanità e la tecnologia, vincerà l’umanità”.

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