In tema di formazione e gestione dei talenti, soprattutto in ambito digitale, permane tra le aziende italiane una “resistenza culturale al cambiamento” sulla quale il nostro paese deve ancora lavorare per allinearsi al contesto europeo.
A segnalarlo è Cornerstone OnDemand, azienda attiva nel software in ambiente cloud per la formazione e la gestione del capitale umano (HCM) quotata al Nasdaq, che affronta questa tematica e presenta i risultati della sua ultima indagine europea “Future Culture: costruire una cultura di innovazione nell’era della trasformazione digitale”, condotta in collaborazione con Idc.

L’analisi evidenzia come la trasformazione digitale sia una delle principali priorità strategiche in tutta Italia. A oggi, solo il 7% delle aziende italiane sostiene di non aver ancora iniziato un percorso di trasformazione digitale, contro il 9% del 2017, a dimostrazione di come, almeno da questo punto di vista, l’Italia stia raggiungendo il resto dei paesi europei. Tuttavia, confrontando i dati di quest’anno con il sondaggio del 2017, emerge come questa resistenza al cambiamento costituisca ancora la sfida principale delle aziende italiane, che si collocano in cima alla classifica anche nel 2018.

Federico Francini, Regional Sales Director Italia di Cornerstone OnDemand
Federico Francini, regional sales director Italia di Cornerstone OnDemand

“Ci troviamo oggi nell’era della Skill Economy, caratterizzata da costanti cambiamenti e dalla necessità di adattare continuamente le competenze e di innovare –dichiara Federico Francini, regional sales director di Cornerstone OnDemand Italia -. Tutti concordano sul fatto che l’innovazione sia fondamentale se le imprese devono sopravvivere in un mondo digitale in rapida evoluzione, ma innovazione può essere un concetto astratto e difficile da definire. I risultati dell’indagine mettono in evidenza un chiaro collegamento tra velocità di innovazione e gestione dei talenti e il motivo per cui quest’ultima è così importante”.

“Uno dei principali ostacoli che impedisce alle aziende italiane di portare avanti il proprio percorso di trasformazione digitale è la resistenza culturale al cambiamento – continua Francini -. Ad esempio, le aziende italiane sembrano ancora dipendere fortemente da forme di selezione interne, piuttosto che utilizzare agenzie specializzate e piattaforme di reclutamento che possono aiutare a identificare candidati esterni con competenze adeguate, nuove idee e una mentalità innovativa.

IT legacy e scarsa innovazione le sfide di oggi

Quest’anno, le sfide che le aziende si trovano ad affrontare sul fronte della trasformazione digitale riguardano i sistemi IT legacy (30%); la mancanza di innovazione interna (24%) e la carenza di partnership (20% rispetto all’11% del 2017). È interessante inoltre notare come il numero delle aziende che dichiara di essere incapace di trovare talenti e competenze sia quasi dimezzato, passando dal 26% del 2017 al 14% del 2018.
La selezione interna (52%) e le piattaforme social (43%) costituiscono gli strumenti più utilizzati per il reclutamento dei talenti in Italia, come peraltro anche per la media delle aziende europee. Le aziende italiane utilizzano le piattaforme di reclutamento molto meno delle rispettive controparti europee (37% in Italia; 48% in Europa), e le agenzie di selezione (30% in Italia, 43% in Europa).
I requisiti professionali sono l’aspetto più importante per le aziende italiane (52%). I requisiti scolastici sono, invece, in linea con la media europea del 41%. Tuttavia, mentre le aziende europee ritengono che le capacità di problem solving siano un requisito essenziale nel processo di selezione, le aziende italiane sembrano attribuire a questo aspetto un’importanza decisamente inferiore (33% in Italia, 38% in Europa).
La formazione sul lavoro costituisce in Italia la pratica più importante per lo sviluppo dei dipendenti (65%). Inoltre, le aziende italiane sembrano attribuire molta importanza ai programmi di formazione e coaching, che costituiscono le pratiche di sviluppo più importanti del paese. Diversamente dalla media europea, le aziende italiane in genere sfruttano molto meno i programmi di inserimento (onboarding): 13% in Italia, 29% in Europa.

“Per innovare davvero, le direzioni HR italiane devono incoraggiare il cambiamento e coordinare la gestione dei talenti in tutte le fasi del ciclo di vita del dipendente: dalla selezione all’onboarding, dalla revisione delle performance allo sviluppo – conclude Francini -. Il coordinamento di questi sforzi aiuterà le aziende a prevedere future carenze di competenze e pianificare i cambiamenti futuri, aumentando al tempo stesso produttività e innovazione”.

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