Nascono gli Speciali di Inno3, composti da quattro viste per analizzare un mercato complesso. Quello del cloud computing, dove tutti tendono ma in molti ancora tentennano. Quattro pareri: analista,  giornalista, evangelist, utente.


L’idea del cloud computing, nata agli inizi degli anni ’60 dall’informatico statunitense John McCarthy, è oggi nel Dna delle aziende e viene adottata come modello di fatto per le architetture IT. Sono passati oltre 40 anni.

Abbiamo assistito ad una lunga “gestazione”, ancora in essere, caratterizzata da momenti di stasi (i primi 15/20 anni), in cui le tecnologie sono maturate, e momenti di accelerazione (gli ultimi 10 anni). In ogni caso, oggi il cloud computing è riconosciuto come il più importante modello IT funzionale alla trasformazione digitale

Alla realizzazione di un proprio data center, complessa, costosa e soprattutto poco scalabile, è possibile preferire la proposta di un provider che offra spazio di archiviazione, potenza di calcolo, connettività e ambienti software, tutto su richiesta.  

L’esternalizzazione del data center, o anche solo di parte di esso, porta il vantaggio di riuscire a potenziare la propria infrastruttura IT a seconda delle esigenze, senza bloccare capitali e risorse economiche nel tempo.

Data Center
Data Center – Il modello Private Cloud contempla anche la disponibilità di server propri in una farm condivisa

Con lo sviluppo delle tecnologie di virtualizzazione messe a disposizione di tutti, in mainstream negli anni Duemila, assistiamo alla diffusione dell’offerta cloud per tutti: i primi servizi “pubblici”, lo storage online, i servizi di posta. Dal basso – in una sorta di processo parallelo – il cloud computing poco alla volta è riconosciuto come alternativa possibile ai data center on-premise, per carichi di lavoro e applicazioni sempre più critici. 

Siamo al presente. Le crisi economiche a ondate spingono poco alla volta le aziende a razionalizzare ed ottimizzare le proprie risorse IT, ma il driver per cui il cloud computing è oggi “il” modello IT da seguire nelle sue varie declinazioni non è il risparmio, quanto piuttosto la possibilità di abilitare capacità applicative delle quali altrimenti sarebbe molto più complicato, quando non impossibile, sviluppare il potenziale e quindi la spinta funzionale alla trasformazione digitale in atto. Pensiamo per esempio a Internet of Things e AI.

E’ questa in sintesi, anche la migliore semplificazione possibile quando si pensa al cloud, oggi già adottato in una qualche forma dalla maggior parte delle aziende e, nei piani a breve termine, previsto come obiettivo minimo da tutte le altre. Secondo i dati Idc (aprile 2019) già il 37% delle aziende ha adottato una strategia “cloud first”, ed il 75% “cloud also”, e la spesa mondiale in public cloud è in crescita del 23,8% (per 210 miliardi di dollari di valore già nel 2019). Oltre il 50% di essa si riferisce alla proposta SaaS, mentre a crescere in modo più veloce sarà la proposta Iaas (Cagr 2017-2022 +33,7%).

E’ un momento anche di cambio di paradigma, quindi, sia per quanto riguarda i livelli di adozione, sia per quanto riguarda i modelli. Entriamo nei dettagli. 

Cloud computing, i livelli di adozione

Secondo il Nist (National Insititute of Standards and Technology) sono cinque i punti cardine che devono oggi soddisfare le offerte cloud: la possibilità di richiedere in modo autonomo le risorse (1), l’accesso tramite Internet (quindi con protocolli riconosciuti e standard, 2), la possibilità di assegnazione delle risorse in modo dinamico (3), l’automatizzazione dell’assegnazione delle capacità richieste (4), e la possibilità di “misurare” l’ambiente IT (5).

Queste caratteristiche di base contraddistinguono ancora i livelli di erogazione (Iaas, Saas, Paas, etc.) che, insieme ai modelli di deployment (cloud pubblico, ibrido, etc.), costituiscono i “criteri” di scelta e animano il dibattito sul cloud computing odierno.

L’erogazione As A Service può avvenire infatti a livello di infrastruttura (IaaS), dove il fornitore offre risorse di calcolo, archiviazione, tecnologia di rete, tramite istanze virtualizzate, ma anche a livello di Piattaforma (PaaS). Il cloud PaaS prevede la fornitura non solo di hardware ma di un ambiente completo, ideale per lo sviluppo del software, quindi configurato in cloud e pronto all’uso, su hardware gestito.

Quando il servizio di cloud computing è di tipo SaaS invece anche il software, l’applicazione ultima, è offerta agli utenti direttamente in cloud. Si pensi – è l’esempio più banale – all’utilizzo della posta elettronica o di Office 365 – applicazioni che non richiedono altra configurazione se non l’inserimento delle credenziali personali di utilizzo.

Affianco a questi modelli oggi, per ragioni di marketing, si è soliti affiancare un ulteriore modello As A Service, con la X davanti ad indicare Everything. Con il termine XaaS si qualifica un’offerta a tutto tondo di “servizio”, qualsiasi sia la richiesta IT del cliente. E’ possibile quindi offrire anche sicurezza oppure servizi di migrazione.

Tutto As A Service 

Per quanto riguarda i “livelli” di adozione del cloud computing la situazione oggi, rispetto anche solo a un decennio fa, è completamente mutata. L’accelerazione dello sviluppo applicativo, DevOps e la proliferazione dei contenuti e dei dati innescano una sorta di reazione a catena – per quanto riguarda il cloud – sostanzialmente su due direttrici, lo sviluppo sfruttando le architetture a container (e quindi la relativa offerta Iaas e Paas) e lo storage ad oggetti con i relativi vantaggi in determinati ambiti (tra cui tutta la gestione dei contenuti multimediali).

Oggi però la domanda sui livelli di deployment evolve ulteriormente e qui si vuole focalizzare l’attenzione. Affianco a offerte Iaas, Paas e Saas, e coerentemente con il modello Xaas, cui abbiamo accennato, assistiamo a una specifica proliferazione di sigle, dietro alle quali si celano esigenze concrete, in parte già soddisfatte.

Per questo, si parla anche di iPaas, cioè di Integration Platform As A Service a vantaggio dei progetti di integrazione applicativa, e delle relative piattaforme.
L’enfatizzazione sull’importanza degli analytics, funzionali al business, porta invece all’introduzione del livello dPaaS per lo sviluppo di specifici servizi sui dati.

Con l’acronimo Data Platform As A Service si fotografa infatti l’evoluzione complessa del cloud computing. Un’evoluzione funzionale a soddisfare le esigenze della proliferazione applicativa sottostante e la conseguente produzione di dati eterogenei (Big Data), per certi aspetti molto simile anche alla complessità tipica dei data center onpremise, prima del “passaggio” al cloud computing.

Con una differenza importante. La resilienza. Oggi il cloud computing è un ambiente complesso, ma con alte capacità di rimodellarsi e di semplificare ulteriormente l’IT, per questo dedichiamo più avanti un’analisi a parte al cosiddetto livello FaaS, il Function As A Service, ovvero il serverless computing.

I modelli di adozione, dal cloud ibrido…

Il dibattito sul cloud computing, negli ultimi dieci anni si è incardinato altresì sulla scelta dei modelli di deployment. Perché un’azienda con un data center funzionante, su cui si sono investite tantissime risorse, dovrebbe o avrebbe dovuto buttare a mare tutto e affidare le proprie applicazioni agli over the top (Amazon, Google e Microsoft) padroni del cloud pubblico? Con quali garanzie per la sicurezza? E quali sulla compliance nella gestione dei dati ai regolamenti dei diversi Paesi?

Questa osservazione è ancora utilizzata dai detrattori del cloud computing, spesso affiancata al tema della “perdita del controllo”. E gli analisti dedicano altrettanto tempo allo studio dei diversi modelli di deployment per aiutare le aziende nella scelta. Proviamo ad inquadrarle.

Il modello più vicino a quello di un data center privato  è ancora oggi individuato nella proposta di Private Cloud. I server, anche non presso l’azienda, sono utilizzati esclusivamente da un cliente. In alcuni casi, anche nel modello che prevede l’hosting (in cui i server sono ospitati in una farm) è possibile, anzi auspicabile, che il provider non possa avervi accesso. Solo nella proposta, opposta, di Public Cloud però alcuni leggono la realizzazione a tutto tondo del cloud computing.

In questo caso gli utenti non visualizzano chi utilizza cosa, e sfruttano una rete di server condivisa con altre realtà. Tuttavia è possibile “prenotare” precise specifiche di servizio, e richiedere di mantenere il controllo sulla localizzazione del dato. Notevoli i passi avanti compiuti negli ultimi cinque anni, tanto da portare in alcuni casi gli analisti ad identificare il Public Cloud, come il “vero” cloud computing, immaginando uno scenario del tutto “pubblico” ma altrettanto improbabile. 

Tesi, antitesi e… Sintesi: il cloud ibrido (Hybrid Cloud). In questo caso l’azienda decide di continuare ad utilizzare risorse private per fare funzionare determinate applicazioni, e sfruttare l’offerta pubblica solo per alcuni servizi, oppure per determinati “picchi” conciliando quindi il meglio offerto da entrambe le proposte.

A questi modelli oggi se ne affianca un quarto – il Community Cloud. Industry dello stesso ramo, aziende simili per modello di business o esigenze, condividono istanze hardware dedicate; il modello Community Cloud si rivela idoneo a soddisfare le stesse esigenze che avrebbero dettato una scelta di Private Cloud ma permette di risparmiare evitando la gestione di molteplici cloud privati.

…al multicloud

Per diverso tempo si è pensato, e oggi non sono pochi a sostenere ancora questa ipotesi, che fosse la proposta di cloud ibrido la miglior offerta in grado di catturare la convergenza di esigenze diverse. Da un lato quindi valorizzando gli investimenti pregressi, dall’altro accedendo a risorse ulteriori qualitativamente ineccepibili, solo quando esse servono, senza bloccare capitale (con il cloud pubblico).

La scelta di risorse in Public Cloud però accanto alla flessibilità massima, e ad una proposta “a consumo”, può affiancare nel tempo una lievitazione dei costi e l’abbandono di servizi e istanze su cui si perde il controllo ma che continuano a macinare e a far lievitare il conto finale.

I Progetti IoT negli ambienti multicloud (Fonte: Juniper Networks)

Oggi sembra che le aziende si orientino verso un’ulteriore direzione, che possiamo considerare come un’evoluzione del cloud ibrido. I data center tradizionali saranno utilizzati sempre più solo per servizi davvero specifici e quando un mero conto sugli economics ne determina il vantaggio rispetto ad altre scelte. 

Soprattutto, le aziende comprendono che non esiste un unico cloud che va bene per tutto”, ma che è invece possibile, anche in cloud, attingere alla soluzione migliore per una specifica esigenza. Il modello multicloud sembra oggi quello vincente almeno per i prossimi anni.

Ci si affida a servizi di architetture (anche) eterogenee per cogliere le migliori opportunità e lo si fa per superare la “dipendenza” da un singolo cloud provider. La differenza rispetto a una scelta di cloud ibrido è data dal fatto che in questo caso non si parla di ibridazione tra modelli di deployment (pubblico, privato, etc,) ma proprio di servizi su cloud diverse. Le aziende possono scegliere infatti provider diversi per lo IaaS, per il SaaS e per il PaaS, e anche distribuire carichi di lavoro del medesimo tipo su più provider, anche in un’ottica di riduzione dei costi.

Perché questa scelta? Oggi non è pensabile che un unico fornitore sia best-of-breed, per tutte le esigenze, anche se questo è l’assunto di alcuni vendor. Le aziende si rendono conto che la scelta private/public con un unico provider tecnologico su ognuno dei fronti non soddisfa. In multicloud, è vero, complessità e governance possono diventare un problema, ma anche su questo si sono attivati i fornitori che iniziano a proporre soluzioni di orchestrazione volte a mantenere alta la trasparenze per l’utente finale sulla cloud nel suo complesso. 

Serverless computing, cambio di paradigma

Non solo, anche lo scenario applicativo è mutato e complesso. Non tutte le applicazioni in uso sono scritte per il cloud, anzi, è più facile il contrario. E’ inevitabile ancora per i prossimi anni una convivenza tra vecchio e nuovo, a volte obbligata, altre evitabile, altre ancora risolvibile.

Il mercato cura con attenzione queste problematiche, perché i cosiddetti cloud migrant – coloro che ora sono alle prese con l’idea di una migrazione infrastrutturale e applicativa –  nei prossimi anni possono fare la fortuna di chi dispone della tecnologia e delle competenze per migrare “a caldo”.  

C’è un ulteriore passo da considerare. Il cloud computing, che resta punto di riferimento architetturale per l’IT, si prepara a collaborare negli scenari di infrastruttura “mista”. L’elaborazione dei dati, già oggi, non avviene necessariamente sui client o nei data center, avviene anche all’edge, al bordo, vicinissima ai sensori che producono le informazioni (IoT).

L’implementazione del 5G, e i nuovi servizi che ne derivano, determinano una necessaria evoluzione dialettica tra data center, client e periferia (edge). Ecco che in questo scenario, il modello computing vincente sarà semplicemente quello che metterà al centro il dato, il cui valore sarà fatto “brillare” dal software.

Architettura Serverless (Fonte G2 Crowd)

E’ uno scenario per certi aspetti affascinante, in cui già in cloud si realizza la consapevolezza autonoma, almeno come ideale cui tendere, dei processi di computing tra loro. Dal punto di vista infrastrutturale si parla di computing serverless.

Lo sviluppatore è liberato dalla necessità di comprendere i requisiti dei sistemi che ospitano il suo codice, riduce i passaggi necessari per testare e implementare codice, ma soprattutto si realizza il fine ultimo del cloud computing.

Dal noleggio delle macchine, dei container, dei server bare metal, i clienti arrivano a pagare solo per il codice che esegue un determinato lavoro, per conto di un’applicazione (rappresentabile essa stessa con un codice) su un’infrastruttura anch’essa temporanea. Provisioning, scalabilità e gestione dei server restano, ma sono trasparenti per chi sviluppa.
Sarà il computing serverless nei prossimi anni a cambiare il paradigma economico del cloud computing.

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