“Il primo obiettivo da raggiungere per Google è risolvere problemi, tanto più se sono problemi su larga scala, utilizzando la tecnologia e rendendola disponibile alle persone. Questi i nostri più immediati impegni: crescere nella proposta infrastrutturale, farlo con un’offerta tecnologica innovativa disponibile a tutti, e costruire ecosistemi aperti per far prosperare il business dei clienti. Il cloud rappresenta, per noi, una delle aree più importanti di investimento e deve essere aperto e inclusivo.
Così Sundar Pichai, Ceo di Google, apre Google Cloud Next ’19 a San Francisco davanti a 30mila partecipanti, per proseguire snocciolando numeri: Google oggi è presente con i propri data center in oltre 200 Paesi, interconnessi con centinaia di migliaia di miglia di fibra ottica (comprese le dorsali atlantica e pacifica), dispone di 19 cloud region e 58 data center (gli ultimi a Seoul e Salt Lake City)”.

Resta un punto: solo negli ultimi anni la nuvola di BigG ha iniziato ad essere percepita come partner di riferimento negli scenari b2b.  

Lo sviluppo B2B di Google Cloud

In alcuni ambiti la proposta è matura, per esempio: l’AI applicata ai più disparati campi, tra cui la navigazione sicura delle navi, la possibilità di interconnettere l’esperienza online e offline in ambito retail, e l’utilizzo del machine learning per aiutare le istituzioni finanziarie a prevenire le frodi. E sono questi anche gli esempi citati da Pichai nel suo keynote di apertura, come punte più avanzate e sfidanti della proposta Google Cloud poi richiamate negli annunci.

Sunder Pichai, Ceo di Google e le aziende che utilizzano Google Cloud

Pichar: “Il punto chiave si lega alla capacità di avere fatto fruttare e crescere queste tecnologie grazie alla facilità di proporle a tutti, in modo rapido. Questo ha permesso Google Cloud stessa di crescere in modo altrettanto veloce.

E’ di sicuro una differenza palpabile rispetto ai competitor: la nuvola di Google è alimentata dai dati elaborati a partire da Android, dalla proposta business Google Cloud, dal motore di ricerca in assoluto più utilizzato, dalle appliance (tra cui anche Google Home). Certo una base dati se si vuole più “consumer” rispetto ad altre proposte, ma in evidente evoluzione. Si pensi per esempio agli accordi anche solo con Salesforce, Cisco, Sap.

Google Next 2019 – Sundar Pichai, Ceo di Google

Quasi a voler smentire il “ritardo B2B” rispetto ad Aws e AzureSundar Pichai snocciola i numeri relativi alle aziende che sviluppano business su Google Cloud, la prima immagine è esemplificativa, e tuttavia Pichai sviluppa il suo keynote proprio sulla bussola di una crescita ancora possibile in ambito enterprise “considerato come – ancora oggi – il computing della maggior parte delle aziende nel mondo sia on-premise”. In uno scenario però decisamente indirizzato su una prospettiva multicloud.

Il multicloud di Google, Anthos

Ne parla Thomas Kurian, Ceo di Google Cloud, che esordisce: “Le aziende non vogliono restare legate a un unico fornitore e cercano soluzioni integrabili su tutti gli ecosistemi” per poi annunciare Anthos, “si tratta di una piattaforma open per gestire carichi di lavoro su cloud anche quando il cloud è quello di Amazon con Aws e Microsoft, con Azure”.

Thomas Kurian, Ceo Google Cloud

Si guadagna la possibilità di lanciare e gestire un’applicazione sul cloud preferito, senza dover conoscere tutti i differenti ambienti e le relative Api. Google ha proposto e testato la piattaforma con Hsbc, Cisco, Siemens e tra i partner conta Vmware, Dell Emc, Hpe, Intel e Lenovo. Non solo, nelle proposte public cloud tra le critiche degli analisti più efficaci registriamo quelle relative alla “visibilità”, anche dal punto di vista della sicurezza.

In questa edizione di Google Cloud Next arriva quindi una serie di strumenti di sicurezza per ottenere una maggiore visibilità degli ambienti, accelerare i tempi di risposta e mitigare i rischi. Possiamo citare Cloud Security Command Center con il nuovo strumento di detection delle minacce (in beta) e gli analytics sullo stato di salute del sistema (in alpha), arriva anche lo strumento di verifica sullo stato di sicurezza delle Api.   

La proposta cloud fa leva su flessibilità, assenza di lock-in e un approccio di sviluppo basato su container (con Borg e Kubernetes, praticamente uno standard).

“Cloud aperto” quindi, è il mantra che ritorna nelle parole di Kurian. Per Google, l’idea è una conseguenza diretta dell’approccio declinato nei progetti TensorFlow,  Kubernetes, Go. Mentre in occasione di Google Cloud Next ’19 viene annunciata una serie di partnership con attori globali in ambito open source: a partire da MongoDB, Confluente, DataStax, Elastico, InfluxDataNeo4j e Redis Labs.

Lo sviluppo a container oggi è preferito perché permette di non preoccuparsi delle risorse hardware sottostanti all’applicazione e al suo ambiente operativo, ma di comprendere solo l’ambiente vitale per far funzionare l’applicazione, per questo si pone come valida alternativa con le architetture serverless.

Esse permettono di scrivere ed eseguire un programma senza preoccuparsi della gestione infrastruttura sottostante, ma comportano anche un rapporto di dipendenza con il fornitore o problematiche per il supporto limitato. Google sembra aver trovato la quadra con la proposta Cloud Run, che permette di lavorare con i container ma anche mantenere una logica serverless. In pratica Cloud Run astrae in autonomia la configurazione e la gestione dei server.

Google Cloud strizza l’occhio al retail

Google in questa fase, oltre allo sviluppo della proposta tecnologica, lavora allo sviluppo verticale di soluzioni orientate ai diversi ambiti di business. Cerca quindi di avvicinare l’utilizzabilità di Google Cloud a specifiche verticalità. Per esempio nell’ambito retail che attraversa un momento di trasformazione indirizzato dai clienti (ne abbiamo parlato in un contributo dedicato su Inno3).

Pur con profonde differenze geografiche i clienti cercano un’esperienza veloce, personalizzata, che permetta la convivenza e la sovrapposizione di reale e digitale. In questo ambito, Google collabora con marchi come Carrefour, Ikea, Metro, Target che sfruttano la sua piattaforma in aree come hosting e-commerce, analisi dei dati, machine learning e trasformazione della forza lavoro per avvicinarla ai clienti.

A Cloud Next ’19 è salita sul palco quindi la proposta “verticale” Google Cloud for Retail: è piattaforma di servizi che offre la possibilità di sfruttare le funzionalità cloud per operazioni specifiche. Un esempio su tutti: AI e machine learning stanno influenzando in modo significativo l’esperienza della vendita al dettaglio. Vision Product Search, in questi ambiti, utilizza la tecnologia Cloud Vision per consentire ai rivenditori di creare esperienze mobile coinvolgenti insieme a Google Lens. I clienti scattano le foto con il proprio smartphone dei prodotti preferiti e Google restituisce proposte di articoli simili o complementari tratti dal catalogo dei prodotti del rivenditore.

Google Cloud, l’AI al centro

A Google Cloud Next ’19 spetta a Rajen Sheth, senior director of product management per l’area intelligenza artificiale e machine learning, tracciare la direzione dell’azienda nell’espansione dell’offerta.

Rajen Sheth, senior director of product management AI

Sheth ha annunciato la versione beta di AI Platform, per lo sviluppo end-to-end in aiuto ai team che desiderano preparare e gestire progetti di machine learning tramite un’interfaccia condivisa.

E’ possibile cioè collaborare alla condivisione dei modelli, alla formazione e al ridimensionamento dei carichi di lavoro dalla stessa dashboard condivisa all’interno di Cloud Console.

Sarà possibile importare i dati in streaming o in batch con un servizio di labeling (etichettatura) per consentire di operare anche sui dati di “training” per il machine learning, e si potranno importare i dati direttamente in AutoML o utilizzare Cloud Machine Learning Engine, come parte integrante della piattaforma AI. Il supporto a Kubeflow permette infine di creare pipeline machine learning portatili eseguibili in locale come in cloud praticamente senza modificare il codice.

 

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