Per diversi anni l’idea di collegare un telefono direttamente ai satelliti è appartenuta più alla fantascienza che ai piani industriali degli operatori. Da anni quella prospettiva ha un nome, Direct-to-Device, o D2D, e un mercato che in modo limitato e frammentario ha mosso i primi passi. Il principio è lineare: consentire a smartphone e sensori di comunicare direttamente con i satelliti senza dipendere dalle torri terrestri, trasformando di fatto le costellazioni in orbita bassa (Leo) in torri cellulari nello spazio. L’obiettivo è tanto ambizioso quanto concreto, ossia eliminare le aree prive di segnale, le cosiddetti dead zone (mari, montagne, zone rurali e grandi corridoi di trasporto).
La rilevanza del mercato D2D, però, non si esaurisce nella copertura. Il valore della tecnologia è infatti duplice. Da un lato contribuisce a colmare il digital divide, in un quadro in cui — secondo la Gsma — solo il 58% della popolazione mondiale risulta connesso al mobile broadband. Dall’altro aggiunge un livello di resilienza alle reti: i segnali satellitari restano raggiungibili anche durante un blackout dell’infrastruttura terrestre, un fattore decisivo per le comunicazioni di emergenza e per i contesti di gestione delle crisi. Non a caso il D2D si è affermato proprio in ambito emergenziale prima di affacciarsi al mercato di massa. La lettura condivisa dagli analisti è netta: più che un sostituto delle reti mobili, il D2D rappresenta un layer complementare, destinato a estenderle là dove fibra e antenne non arrivano.
Un mercato che cresce ma ancora in perimetri da definire
Quantificare il fenomeno è meno immediato di quanto si pensi, perché le stime degli analisti dipendono dal perimetro scelto: la sola connettività consumer verso lo smartphone, definita direct-to-cell, oppure anche la componente dedicata ai sensori, direct-to-IoT.

Transpire Insight valuta il mercato D2D complessivo in 4,4 miliardi di dollari nel 2025, con una proiezione a 21,9 miliardi entro il 2033 e una crescita media annua del 22,8%. Fortune Business Insights, che misura il più ristretto segmento della connettività satellitare diretta al telefono cellulare, valuta del valore di 2,87 miliardi il mercato nel 2025 per arrivare a 26,57 miliardi entro il 2034, con un tasso di crescita ancora più sostenuto, pari al 28,54%. Stime più prudenti, come quelle di MarketsandMarkets, collocano invece il giro d’affari 2025 sotto la soglia del miliardo. Il quadro numerico è dunque eterogeneo, ma la direzione resta univoca: una crescita a doppia cifra trainata dalla domanda di connettività ubiqua, dal calo dei costi di lancio e dalla rapida costruzione delle costellazioni in orbita bassa.
A spingere il comparto non è soltanto il consumatore finale. La componente enterprise pesa in modo significativo: la connettività diretta verso i sensori — il direct-to-IoT — si presta a casi d’uso come il tracciamento degli asset, il monitoraggio ambientale e l’automazione industriale in aree prive di copertura terrestre, con requisiti di banda contenuti e costi sostenibili.
Energia, logistica, agricoltura, minerario e trasporti sono i settori in cui la domanda di connettività resiliente è più strutturata, e dove i contratti pluriennali garantiscono flussi di ricavo stabili. Accanto a questi si colloca il segmento pubblico e della difesa, che valorizza il D2D per le comunicazioni mission-critical in scenari ostili o isolati.
L’Europa accelera, ma la monetizzazione è lontana
È in Europa che la transizione dall’idea al mercato si legge con maggiore nitidezza. Secondo una ricerca Omdia, a marzo 2026 il 22% degli operatori mobili europei aveva già lanciato almeno un servizio, avviato sperimentazioni o annunciato partnership nel D2D satellitare. “Gli operatori europei hanno iniziato a integrare il D2D satellitare nei propri portafogli mobili”, osserva Julia Schindler, principal analyst Service Provider Strategy di Omdia, sottolineando come chi utilizza questa fase iniziale per testare la tecnologia e costruire alleanze sarà meglio posizionato in vista del 6G, scenario in cui reti terrestri e non terrestri risulteranno profondamente integrate.

Il modello di business, tuttavia, resta acerbo. I servizi commerciali europei si limitano ancora alla messaggistica e ai dati di base, una condizione che comprime le opportunità di guadagni nel breve periodo. La maggior parte degli operatori posiziona quindi il D2D come leva di copertura e resilienza più che come fonte di ricavo autonoma, integrandolo nei piani premium o proponendolo come add-on a pagamento, sul modello del roaming internazionale. A questo si aggiunge un tema strategico destinato a pesare: la sovranità tecnologica. Se Starlink ha promesso il percorso più rapido per il deployment, molti operatori europei stanno deliberatamente perseguendo strategie multi-vendor per ridurre la dipendenza da un singolo fornitore, in una fase in cui il D2D inizia a configurarsi come infrastruttura critica nazionale. In questo contesto guadagnano attrattività, infatti, alternative come Satellite Connect Europe, che nasce dalla partnership tra Vodafone e Ast SpaceMobile.
Alla prova dei fatti
A raffreddare gli entusiasmi contribuiscono i dati sull’utilizzo effettivo. L’analisi di Ookla, basata sulle rilevazioni Speedtest tra luglio 2025 e marzo 2026, registra una crescita del 24,5% delle connessioni D2D globali — spinta dall’espansione di Starlink in Cile, Ucraina, Perù e Regno Unito — ma una penetrazione che resta sotto l’1,5% anche nei mercati più avanzati. A marzo 2026 solo lo 0,46% degli utenti Speedtest statunitensi ha registrato un collegamento D2D; il Cile guida la classifica con l’1,26%, mentre il Giappone chiude allo 0,11%. Gli Stati Uniti restano il primo mercato per volumi assoluti, con il 45,9% degli utenti globali, seguiti da Australia (18,1%) e Cile (10%): tutti Paesi caratterizzati da estese aree rurali, fuori dalla copertura terrestre.
Anche le prestazioni raccontano una tecnologia ancora giovane. Nei drive test condotti da RootMetrics sul servizio Starlink per T-Mobile in aree rurali dello Stato di New York, l’invio dei messaggi è andato a buon fine nel 60% dei casi — 143 tentativi riusciti su 238 — con tempi di consegna oscillanti tra un secondo e cinque minuti. È una distanza dalle prestazioni delle reti mobili che gli stessi analisti non nascondono. “L’esperienza utente non è la stessa di quella possibile con una rete terrestre”, spiega Tim Farrar, analyst di Tmf Associates, evidenziando come il D2D resti per ora confinato alla messaggistica e ai dati “leggeri” in ambienti all’aperto. Una lettura condivisa da Ookla, secondo cui — come rileva il lead analyst Mike Dano — la tecnologia promette di eliminare le zone d’ombra cellulari outdoor a livello globale ma è ancora in fase di maturazione.
Lo spettro, vero spartiacque
Il futuro del D2D si gioca su standard e regole. Sul piano tecnologico convivono oggi due modelli. Il primo sfrutta lo spettro mobile terrestre (Imt) per collegare gli smartphone 4G e 5G già in commercio: è il percorso più rapido verso il mercato di massa, ma comporta sfide regolatorie rilevanti, legate al riuso di frequenze terrestri e al rischio di interferenze transfrontaliere. Il secondo si appoggia allo spettro satellitare (Mss) nelle bande L e S, con condizioni regolatorie più stabili ma, finora, casi d’uso limitati ai servizi di emergenza e all’IoT a banda stretta. In entrambi i casi la convergenza passa dagli standard 3Gpp per le reti non terrestri (Ntn), che consentono ai dispositivi di collegarsi ai satelliti con gli stessi protocolli delle reti mobili.
Il vero spartiacque sarà la World Radiocommunication Conference del 2027 (Wrc-27), chiamata a definire un quadro internazionale armonizzato per evitare la frammentazione delle regole nazionali, oggi il principale freno — insieme alla disponibilità di spettro — alla diffusione commerciale. Nel frattempo l’ecosistema si consolida: secondo i dati raccolti da Ookla, Starlink conta 59 partnership con operatori e Ast SpaceMobile 28, mentre la Gsa censisce servizi D2D già attivi in 15 Paesi e altri 61 in fase di pianificazione o test. Sul fronte industriale prendono forma modelli inediti, come la space tower company Equatys nata dall’intesa tra Viasat e Space42. La traiettoria, in definitiva, appare segnata: Counterpoint Research stima che entro il 2030 gli smartphone compatibili con le reti non terrestri rappresenteranno il 46% delle spedizioni globali. Il D2D, da funzione di nicchia per le emergenze, è destinato a diventare una componente strutturale dei portafogli degli operatori, a patto che spettro e regole tengano il passo della tecnologia.
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