La trasformazione digitale delle città ha moltiplicato, negli ultimi quindici anni, le tecnologie installate sul territorio: telecamere, sensori ambientali, stazioni meteo, sistemi di videoanalisi. Il limite di questa stratificazione non è quantitativo ma strutturale. Le tecnologie vengono introdotte in tempi diversi, ciascuna con la propria piattaforma di gestione, i propri formati, con operatori e gestori differenti.

Il contesto e il bisogno

Il risultato è uno scenario informativo frammentato, in cui i dati esistono ma non comunicano, e in cui l’amministrazione non dispone di una visione unitaria di ciò che accade nel proprio territorio. Il superamento di questa frammentazione è la sfida delle smart city. Non si tratta di “aggiungere” nuove tecnologie, ma di mettere a fattor comune quelle già presenti, costruendo un livello di integrazione che renda le città “leggibile e governabile in tempo reale”. È una questione che riguarda meno l’hardware e più l’architettura del dato: la capacità di far convergere flussi eterogenei in un’unica infrastruttura interoperabile. È esattamente da questa esigenza che nasce il progetto Castellammare Digitale, sviluppato dal Comune di Castellammare di Stabia.
Il punto di partenza dell’amministrazione è concreto e circoscritto: superare la frammentazione dei sistemi informativi cittadini e dotarsi di una visione unitaria, capace di integrare in un solo quadro i dati ambientali, la videosorveglianza, la sensoristica IoT e le informazioni territoriali.

Il metodo

Un elemento qualifica l’impostazione del progetto fin dall’inizio: l’obiettivo non è introdurre nuove tecnologie in modo isolato, ma costruire un’infrastruttura capace di valorizzare ciò che già esiste già sul territorio. È una scelta metodologica rilevante, soprattutto per un ente pubblico, perché evita la dispersione di investimenti e parte dal patrimonio tecnologico già installato.

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Luigi Vicinanza sindaco di Castellammare di Stabia

Il sindaco di Castellammare di Stabia, Luigi Vicinanza, descrive così il senso del percorso: “Avevamo bisogno di chi fosse capace di comprendere le specificità di un ente pubblico e di valorizzare ciò che già esisteva, invece di ricominciare da zero, e questo approccio si è rivelato determinante”. Una considerazione che inquadra il progetto non come un intervento tecnologico puntuale, ma — sempre nelle parole del sindaco — come “la fondazione digitale” della città attraverso un’infrastruttura di base destinata a durare ed evolvere.
Piace all’amministrazione l’approccio di Deda Next che sposa la direzione strategica del Comune, come sintetizza Fabio Meloni, Ceo di Deda Next: “La trasformazione digitale della PA davvero non è solo una questione tecnologica, quanto piuttosto di governo del dato. La sfida è superare la frammentazione dei sistemi e costruire piattaforme integrate che rendano le città leggibili e governabili in tempo reale”.
Il metodo, in altri termini, non prevede un accumulo ulteriore di dati quanto piuttosto poter usare i dati esistenti in modo coordinato: vederli su un’unica interfaccia, incrociarli, ricavarne segnalazioni utili all’azione amministrativa. È il passaggio – come lo definisce Meloni – da “interventi isolati a infrastrutture ed ecosistemi capaci di durare nel tempo, di crescere ed evolvere” con le esigenze dei territori.

La soluzione 

La risposta tecnologica al bisogno dell’amministrazione è il Cruscotto della città, un Decision Support System che integra in un’unica interfaccia cartografica i flussi provenienti da oltre 220 telecamere, da stazioni meteo distribuite sul territorio, da sensori ambientali e da sistemi di videoanalisi basati su intelligenza artificiale. La logica del cruscotto è quella di concentrare in un solo punto di osservazione ciò che prima era disperso in sistemi separati, offrendo agli operatori uno strumento per monitorare gli eventi, ricevere alert e intervenire in modo tempestivo.

La piattaforma su cui poggia il sistema è GeoNext, il Gis – sistema informativo territoriale – sviluppato da Deda Next. La scelta di una base Gis non è un dettaglio tecnico secondario: è ciò che consente di visualizzare e analizzare tutti i dati su base cartografica, collocando ogni telecamera, ogni sensore, ogni rilevazione meteo nella sua posizione reale sul territorio. È questa georeferenziazione comune a rendere possibile l’integrazione tra sensoristica IoT, videosorveglianza e sistema informativo territoriale del Comune, trasformando sistemi precedentemente disgiunti in un’unica infrastruttura interoperabile di governo del territorio.
Sul piano architetturale, il valore del progetto sta proprio nell’interoperabilità: il cruscotto non sostituisce i sistemi esistenti, ma li mette in comunicazione attraverso un layer cartografico condiviso e Deda Next agisce come integratore tecnologico. L’azienda, parte di Dedagroup, accompagna la trasformazione digitale di PA e aziende di pubblico servizio facendo leva su un’esperienza pluridecennale nel settore e su un modello che, attraverso il cloud, abilita la gestione di dati e piattaforme.

Il progetto non si regge su una fornitura monolitica, ma sull’orchestrazione di un ecosistema di competenze specializzate. Per i sistemi di videoanalisi la collaborazione è con A.I. Tech, spinoff dell’Università di Salerno; per le stazioni meteo con MeteoGiuliacci; per la componente di videosorveglianza con Milestone Systems. Un assetto che riflette la natura del progetto: non l’adozione di un singolo prodotto, ma l’integrazione di tecnologie diverse – videoanalisi, sensoristica meteo, videosorveglianza – all’interno di un’unica piattaforma di governo del territorio, in cui ciascun fornitore porta una competenza verticale e GeoNext fornisce il livello di integrazione comune.

Vantaggi, dalla registrazione passiva all’azione informata

L’effetto tangibile dell’integrazione riguarda il compito stesso della videosorveglianza. Grazie alla combinazione tra sensoristica, piattaforma dati e sistemi di analisi, la rete di telecamere cambia funzione: da strumento di registrazione passiva – utile soprattutto a posteriori, per ricostruire eventi già accaduti – a componente attiva dell’ecosistema urbano, capace di generare informazione in tempo reale. È un cambiamento qualitativo: la stessa infrastruttura fisica, inserita in un sistema integrato, produce un valore operativo che prima non aveva.

Fabio Meloni, Ceo di Deda Next
Fabio Meloni, Ceo di Deda Next

I numeri danno la misura del flusso di dati gestito. I 9 varchi Ocr effettuano oltre 500mila letture targhe al giorno, mentre i sistemi di AI consentono di rilevare e interpretare in tempo reale situazioni di rischio e criticità sul territorio. Non si tratta soltanto di raccogliere dati, ma di interpretarli automaticamente, trasformando un volume altrimenti ingestibile di informazioni grezze in segnalazioni utilizzabili dagli operatori. Il sistema, collaudato a gennaio 2026, è oggi utilizzato quotidianamente da quattro corpi di polizia.
È un dato che merita attenzione, perché distingue un progetto realmente operativo da una sperimentazione: lo strumento non è un prototipo in attesa di validazione, ma una piattaforma già entrata nella routine di lavoro di chi presidia la sicurezza urbana. Il vantaggio, in questo caso, è duplice: maggiore efficacia operativa – gli operatori monitorano, ricevono alert e intervengono da un’unica interfaccia – e maggiore tempestività, perché l’informazione arriva mentre l’evento è in corso, non dopo.

In roadmap

C’è infine un vantaggio di natura più strategica, legato alla capacità di evoluzione dell’infrastruttura. Il cruscotto è stato concepito non come soluzione chiusa, ma come piattaforma destinata a crescere: nuovi sensori, nuove fonti di dato, nuove funzioni di analisi possono essere aggiunti senza ricostruire il sistema. È il passaggio che Meloni indica come decisivo per la PA: spostarsi da interventi isolati a infrastrutture ed ecosistemi capaci di durare nel tempo e di “supportare in modo continuo l’azione amministrativa”, migliorando — sono ancora parole del Ceo di Deda Next“qualità dei servizi, efficienza operativa e capacità di risposta”.
Il caso di Castellammare di Stabia mostra che la digitalizzazione urbana, quando è impostata come governo integrato del dato, anziché come somma di tecnologie, produce risultati misurabili nella gestione quotidiana della città. E indica un modello – la valorizzazione del patrimonio tecnologico esistente attraverso un livello cartografico interoperabile – che altre amministrazioni, soprattutto di medie dimensioni, possono osservare come riferimento per il proprio percorso di trasformazione digitale.

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