Era il 1930 circa. Alfred Sloan, presidente di General Motors, chiude una riunione del board con una mossa che nessuno si aspettava. Tutti i presenti erano d’accordo sulla proposta sul tavolo. Sloan prese la parola: “Propongo di rinviare la discussione alla prossima riunione, per darci il tempo di sviluppare il disaccordo e forse capire di cosa stiamo parlando”. La riunione era andata troppo bene. E questo, per Sloan, era il problema. Peter Drucker racconta l’episodio in Management: Tasks, Responsibilities, Practices. Non come curiosità storica, ma come lezione di metodo: il consenso immediato non è un segnale di chiarezza. È un segnale che qualcosa non viene detto.
Settant’anni dopo, la ricerca organizzativa ha dato a Sloan una spiegazione scientifica che lui non aveva. E ha reso il problema molto più difficile da risolvere di quanto sembrasse.

C’è un modo infallibile per sapere che cultura ha un’organizzazione: non leggere i valori appesi alle pareti della sede. Non sfogliare il report annuale sulla cultura aziendale. Non chiedere all’HR.

Chiedere invece cosa non si dice.

La domanda sembra banale. Non lo è. Morrison e Milliken, in un paper del 2000 sull’Academy of Management Review destinato a diventare un riferimento obbligato negli studi organizzativi, hanno coniato il termine “organizational silence” — silenzio organizzativo — per descrivere un fenomeno preciso: la tendenza collettiva dei membri di un’organizzazione a trattenere informazioni, opinioni e preoccupazioni su problemi reali, per paura di conseguenze negative. Non è timidezza. Non è disinteresse. È un sistema di incentivi che premia il tacere.
Il punto cruciale è che il silenzio organizzativo non è un fatto individuale. È strutturale. Emerge dalle politiche, dalle gerarchie, dai meccanismi di feedback — o dalla loro assenza. E una volta instaurato, si autoalimenta.

L'analisi dei silenzi culturali
L’analisi dei silenzi culturali

Il paradosso del team perfetto

Nel 1999, Amy Edmondson, oggi professoressa alla Harvard Business School, stava cercando di capire cosa distinguesse i reparti ospedalieri ad alta performance da quelli a bassa performance. Si aspettava di trovare che i migliori facessero meno errori. I dati le restituirono l’esatto contrario: i reparti che facevano meglio sembravano fare più errori.

Sembravano. In realtà non ne facevano di più – li riportavano di più. I team che funzionavano meglio avevano sviluppato quello che Edmondson ha poi definito psychological safety: la percezione condivisa che il gruppo fosse un luogo sicuro per prendere rischi interpersonali — fare domande, segnalare problemi, ammettere errori — senza timore di essere giudicati, esclusi o puniti.
I team che invece sembravano perfetti sulla carta — riunioni tranquille, nessun conflitto, consensus apparente — stavano semplicemente nascondendo i problemi. Il silenzio non era assenza di problemi: era soppressione.
La conseguenza pratica è scomoda: un manager che interpreta una riunione fluida come segnale di un team che funziona dovrebbe chiedersi se il team è abbastanza al sicuro da dirgli cosa non va davvero.

Il silenzio non è neutro

C’è una tentazione diffusa di considerare il silenzio come assenza — di informazione, di opinione, di problema.

Il silenzio organizzativo, un veleno per le aziende
Il silenzio organizzativo, un veleno in azienda

La ricerca lo smentisce sistematicamente.
Perlow e Williams, in un articolo del 2003 su Harvard Business Review dal titolo poco equivoco — Is Silence Killing Your Company? — documentano che il silenzio non fa sparire i disaccordi. Li spinge sotto la superficie, dove si trasformano in ansia, rabbia e risentimento. Le persone che taccono su questioni importanti non diventano neutrali: diventano ciniche. E il cinismo organizzativo è una delle variabili più difficili da invertire. Il costo non è solo psicologico. Le conversazioni che non avvengono si trasformano in decisioni prese con informazioni incomplete, in problemi che scalano invece di essere risolti, in innovazione che non parte perché nessuno ha detto ad alta voce che il processo attuale non funziona.

Perché il silenzio si installa

Morrison e Milliken identificano due categorie di cause. La prima riguarda le credenze implicite del management: la convinzione che il dissenso sia una minaccia all’autorità (1), che i dipendenti siano fondamentalmente motivati dall’interesse personale, che l’unità e la coesione siano valori da preservare a qualsiasi costo. La seconda riguarda le strutture organizzative: sistemi di feedback unidirezionali, assenza di canali formali per il dissenso, culture in cui il portatore di cattive notizie paga le conseguenze (2).
Le due categorie si rinforzano a vicenda. Un manager convinto che il dissenso sia disfunzionale costruirà strutture che lo scoraggiano. Strutture che scoraggiano il dissenso confermano al management che tutto va bene — finché non esplode qualcosa che stava covando da mesi. C’è però un terzo livello, più profondo e più difficile da aggirare. Le persone tendono ad allineare le proprie opinioni a quelle del superiore (3), soprattutto quando sono osservate — lo sa chiunque abbia lavorato in un ufficio. Quello che sappiamo meno è cosa succede nel cervello mentre lo fanno.

Perché il silenzio si installa
Le ragioni (sbagliate) del silenzio

Una ricerca del 2023 pubblicata sul Journal of Neuroscience da Kim, Kim e Kim della Korea University ha esaminato tramite fMri (la risonanza magnetica funzionale è una tecnica di neuroimaging non invasiva che mappa l’attività cerebrale in tempo reale e i meccanismi neurali sottostanti). I risultati mostrano che subregioni distinte della corteccia prefrontale mediale si attivano in modo differenziato a seconda che la conformità avvenga verso un superiore o un inferiore: il cervello non tratta la conformità come un comportamento generico. Valuta strategicamente la gerarchia, e lo fa attraverso circuiti dedicati. Vale la pena dichiarare i limiti prima che lo faccia qualcun altro: il campione è universitario, il contesto è sperimentale, il salto verso una riunione aziendale richiede cautela inferenziale. Detto questo, lo studio si inserisce in una linea di ricerca coerente che collega conformità gerarchica, paura della valutazione negativa e meccanismi di regolazione sociale. L’implicazione è questa: se i circuiti che gestiscono la conformità gerarchica operano in parte al di sotto della soglia della deliberazione cosciente, allora il problema non è la mancanza di coraggio individuale. È la struttura del contesto. Il che spiega perché le soluzioni che puntano sulla persona — “crea una cultura in cui le persone si sentano libere di parlare”, “incoraggia il feedback aperto” — tendono a produrre effetti temporanei o superficiali. Non perché le intenzioni siano sbagliate, ma perché agiscono al livello sbagliato. È esattamente qui che il lavoro di Edmondson sulla psychological safety diventa rilevante non come obiettivo dichiarato, ma come condizione strutturale da costruire: non chiedere alle persone di essere coraggiose, ma costruire contesti in cui il coraggio costi meno.

La diagnosi che cambia tutto

L’utilità del concetto di silenzio organizzativo non è teorica. È diagnostica. Se la cultura di un’organizzazione è, in larga parte, la somma delle conversazioni che le persone non fanno, allora l’audit culturale più onesto non è una survey sul clima — è un’analisi sistematica dei silenzi. Cosa non si dice in questa organizzazione? Su quali argomenti il consenso è troppo rapido per essere autentico? Dove le riunioni sono stranamente prive di conflitto? Le risposte rivelano la struttura reale del potere, le paure reali delle persone, i problemi reali che il sistema sta ignorando. Molto più fedelmente di qualsiasi documento sui valori aziendali.
Ma cambiare diagnosi non semplifica il lavoro — lo complica. Se il silenzio fosse un problema di comunicazione, basterebbe aprire canali: una casella anonima, una survey di engagement, un town hall trimestrale. Queste soluzioni esistono già in molte organizzazioni e producono, nella migliore delle ipotesi, un silenzio meglio amministrato.

Se invece il silenzio è strutturale — alimentato da credenze manageriali implicite, da gerarchie che premiano la conformità, e da meccanismi neurali che operano prima ancora che la persona decida consapevolmente di tacere — allora le soluzioni devono agire a quel livello. Non si tratta di incoraggiare le persone a parlare. Si tratta di costruire contesti in cui parlare costi meno di tacere. È una differenza di metodo prima che di intenzione.
Il problema è che costruire quei contesti richiede esattamente quello che la cultura del silenzio scoraggia di più: che chi detiene il potere sia disposto a sentire cose che preferirebbe non sentire, e a essere giudicato per come risponde.
È più faticoso di una survey. Ed è probabilmente per questo che nei report sulla cultura aziendale non lo si trova quasi mai.

Fonti

Drucker, P.F. (1974). Management: Tasks, Responsibilities, Practices. Harper & Row.
Morrison, E.W. & Milliken, F.J. (2000). Organizational Silence: A Barrier to Change and Development in a Pluralistic World. Academy of Management Review, 25(4), 706–725.
Edmondson, A.C. (1999). Psychological Safety and Learning Behavior in Work Teams. Administrative Science Quarterly, 44(2), 350–383.
Edmondson, A.C. (2018). The Fearless Organization. Wiley.
Perlow, L. & Williams, S. (2003). Is Silence Killing Your Company? Harvard Business Review, 81(5), 52–58.
Kim, D., Kim, J. & Kim, H. (2023). Distinctive Roles of Medial Prefrontal Cortex Subregions in Strategic Conformity to Social Hierarchy. Journal of Neuroscience, 43(36), 6330–6341.

* Laureato in ingegneria elettronica/sistemi informativi al Politecnico, Pierpaolo Muzzolon trascorre tutta la vita in aziende hi-tech e IT nel marketing e nella comunicazione, oggi è counselor in analisi transazionale, coach e trainer.

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