Il mercato delle telecomunicazioni vive oggi un paradosso evidente. Da un lato il traffico dati continua a crescere senza sosta e la connettività è diventata una componente essenziale dell’economia digitale, dall’altro gli operatori faticano a sostenere economicamente questa crescita.
Nel 2024 il traffico dati in Italia è aumentato del 12%, mentre quello mobile è cresciuto del 14%. Se si guarda al lungo periodo, il cambiamento è ancora più impressionante: dal 2010 il traffico complessivo è aumentato di oltre dieci volte, con il mobile in crescita esponenziale: +256% negli ultimi quattro anni. Anche il peso del traffico mobile sul totale continua ad aumentare: nel 2010 rappresentava appena il 4%, mentre nel 2024 ha raggiunto il 21%.

Eppure, a fronte di questa domanda crescente, i ricavi non seguono lo stesso andamento non crescono, principalmente a causa della forte competizione sul prezzo. Tra il 2020 e il 2024 i prezzi delle telecomunicazioni sono diminuiti dell’11%, mentre i costi operativi sono aumentati, comprimendo ulteriormente i margini che vengono difesi dagli operatori riducendo gli investimenti.
Si tratta di un circolo vizioso, come recentemente evidenziato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Oecd) che ha spiegato che il settore telecomunicazioni presenta una tensione strutturale tra concorrenza e capacità di investimento: più operatori significano generalmente prezzi più bassi per i consumatori, ma anche minori margini e quindi minore capacità di finanziare lo sviluppo delle infrastrutture.
Il problema è particolarmente rilevante perché le telecomunicazioni restano uno dei comparti più capital intensive dell’economia. Fibra ottica, 5G (e future reti 6G) richiedono investimenti enormi e continui, come pure è sempre necessario investire per ammodernare le reti esistenti per combattere l’obsolescenza della tecnologia. Se gli operatori non riescono a generare ritorni adeguati, il rischio è un progressivo rallentamento dell’innovazione infrastrutturale. Da qui dovrebbe nascere una crescente pressione verso il consolidamento del settore, ma dando uno sguardo alla situazione attuale il condizionale è d’obbligo.
La frammentazione del mercato europeo
Il mercato europeo delle telecomunicazioni è poi oggi uno dei più frammentati al mondo. A differenza di Stati Uniti, Cina, Giappone o Corea del Sud — dove pochi grandi operatori dominano mercati nazionali integrati — l’Europa resta suddivisa lungo confini nazionali, con decine di operatori e sistemi regolatori differenti.
Secondo il report State of Digital Communications 2026 di Connect Europe, nel continente europeo operano 44 operatori mobili (con oltre 500.000 clienti, quindi i più grandi), contro gli 8 presenti negli Stati Uniti, i 4 di Cina e Giappone e i 3 della Corea del Sud. La situazione è analoga nella rete fissa: in Europa si contano oltre 70 operatori significativi, contro i 28 statunitensi, i 6 giapponesi, i 5 coreani e i 4 cinesi. Come è detto, questa differenza dimensionale si riflette direttamente nella capacità di investimento e nello sviluppo tecnologico. Nei mercati più consolidati gli operatori possono investire di più e più rapidamente. Un esempio emblematico è il 5G: la copertura raggiunge il 93% della popolazione in Cina, l’81% negli Stati Uniti e il 75% in Corea del Sud, mentre in Europa si ferma al 63%.

Il caso italiano, concorrenza estrema e margini sotto pressione
L’Italia rappresenta probabilmente il caso più emblematico della frammentazione europea. Negli ultimi anni il mercato mobile italiano è stato caratterizzato dalla presenza di quattro grandi operatori infrastrutturati nazionali e da numerosi operatori virtuali (Mvno), con una competizione particolarmente aggressiva sul prezzo. Secondo Agcom, nel 2025 il mercato mobile risulta suddiviso principalmente tra Fastweb+Vodafone (30%), TIM (26,1%), Wind Tre (23,8%) e Iliad (10,9%).

Anche nel mercato fisso la frammentazione rimane elevata. Accanto ai principali operatori — Tim (36,6%), Fastweb+Vodafone (28,7%) e Wind Tre (14,2%) — esiste un insieme di operatori minori che rappresenta oltre il 20% del mercato nazionale.

La conseguenza è un livello di competizione elevato, soprattutto sul piano commerciale e promozionale. L’Italia presenta infatti alcuni dei prezzi dei servizi di telecomunicazione più bassi d’Europa, ma questo beneficio per i consumatori ha rallentato l’innovazione tecnologica delle reti.

Per esempio le differenze territoriali nella diffusione della banda ultralarga (capacità maggiori di 100 Mbit/s) sono una dimostrazione concreta dell’equazione “prezzi più bassi = minori investimenti”. Nel 2025 le linee fisse ad alta prestazione erano solo 25 per ogni 100 abitanti come media nazionale, ma con una distribuzione molto disomogenea tra le diverse aree del Paese, molte delle quali hanno una copertura ancora insufficiente.

Per questo motivo molti analisti ritengono che il mercato italiano abbia raggiunto un livello di concorrenza “eccessivo”, tale da compromettere la sostenibilità industriale del settore. La vera domanda, dal punto di vista della politica industriale del nostro Paese, è quindi se il beneficio immediato di prezzi più bassi per i consumatori compensi davvero il rischio di un crescente ritardo tecnologico rispetto agli altri grandi mercati internazionali. E quale sarà il conto da pagare per le future generazioni a causa di questa mancanza di strategia per il lungo periodo per un settore critico come quello delle telecomunicazioni.
Consolidamento, necessità industriale o rischio competitivo?
Negli ultimi anni il tema del consolidamento del mercato telco è tornato anche nell’agenda del dibattito europeo. Per lungo tempo Bruxelles ha mantenuto una linea molto rigida sulle fusioni nel settore telecomunicazioni, nella convinzione che ridurre il numero di operatori avrebbe penalizzato i consumatori attraverso aumenti di prezzo. Questo mentre il resto del mondo, soprattutto Stati Uniti e Cina, favorivano la concentrazione industriale per rafforzare la capacità di investimento e accelerare lo sviluppo tecnologico.
Solo recentemente l’Unione Europea ha iniziato a riconoscere che l’eccessiva frammentazione del mercato può rappresentare un ostacolo alla competitività del continente.
Ma la strada è ancora lunga, come evidenziato dalla lettera che nell’ottobre 2025 ventiquattro Ceo dei principali operatori europei aderenti a Connect Europe hanno scritto alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen chiedendo, tra le altre cose, anche una revisione delle normative per favorire la creazione di “campioni industriali” in grado di competere a livello globale.
Al momento però Bruxelles non sembra pronta ad aprire completamente le porte a significative operazioni di consolidamento. Come ha sintetizzato Reuters a conti fatti le grandi aziende intenzionate a crescere attraverso fusioni “non possono aspettarsi un assegno in bianco” da parte dell’Unione Europea.
Il nodo però rimane quello di trovare un equilibrio tra tutela della concorrenza e necessità di creare operatori sufficientemente solidi da sostenere gli investimenti richiesti dalla trasformazione digitale. Al momento però i timidi segnali che vengono dagli organismi europei non sono incoraggianti come si aspetterebbe un settore chiamato a sostenere una significativo sviluppo tecnologico (è citare l’AI sarebbe pleonastico ma è sicuramente uno degli elementi chiave con le sue necessità di potenza di calcolo e linee di comunicazione ad alta performance).
Italia, mercato frammentato e sostenibilità economica fragile
Anche in Italia il tema è parte delle discussioni a vari livelli.
L’acquisizione di Vodafone Italia da parte di Fastweb-Swisscom rappresenta uno dei passaggi più rilevanti degli ultimi anni e ha dato vita a un grande operatore convergente fisso-mobile. Tuttavia sarebbe un errore considerare questa operazione come il punto di arrivo del processo di consolidamento e al momento non si vedono altre operazioni significative all’orizzonte (della fusione Wind-Iliad si parla da anni ma sembra ancora un’ipotesi remota).
In questo contesto emerge con forza la necessità di una politica industriale capace di guardare oltre il breve termine. Un primo banco di prova sarà la gestione delle licenze 5G (e delle future frequenze 6G). Italia e UE hanno espresso contrarietà ai rinnovi automatici, considerando correttamente lo spettro un asset pubblico strategico. Tuttavia, invece di puntare esclusivamente a massimizzare gli introiti attraverso nuove aste, lo Stato potrebbe legare il rilascio delle licenze a precisi obblighi di investimento infrastrutturale e di ampliamento della copertura, per favorire lo sviluppo delle reti e la copertura delle aree a bassa penetrazione per le nuove tecnologie.
Più in generale, appare sempre più necessario un maggiore coinvolgimento degli operatori nella definizione delle politiche industriali del settore. Le aziende perseguono naturalmente obiettivi di redditività e sostenibilità finanziaria, ma sono anche consapevoli che senza investimenti continui e senza un progressivo consolidamento il rischio è quello di ampliare ulteriormente il divario tecnologico tra Europa, Stati Uniti e Asia. E in più hanno una conoscenza diretta del mercato nazionale e internazionale che sarebbe utile per la definizione di un piano nazionale strategico per lo sviluppo del settore davvero efficace e non penalizzato da lentezze burocratiche o logiche di finanziamento parcellizzato (come accade di fatto con l’attuale piano strategico per la banda larga o i finanziamenti del Pnrr per il mercato telco).
Il consolidamento delle telecomunicazioni non è più una semplice opzione strategica: è diventato una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dell’intera filiera e preservare la competitività industriale del Paese. E il tempo per scegliere la direzione da prendere, prima che sia troppo tardi, potrebbe essere davvero limitato.
Soluzioni semplici probabilmente non ce ne sono, e soluzioni indolori ancor meno. Ma in un contesto come questo, l’inerzia — o peggio, l’esasperante lentezza — rappresenta il rischio più grande. Come ricordava Karl Kraus, maestro d’ironia: “Il progresso è un bel concetto. Peccato che la gente non voglia progredire”. Una frase che, purtroppo, sembra descrivere con precisione la situazione attuale.
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*Cosimo Delfino advisor strategico attivo anche nel settore no profit. Collabora con aziende Ict e con le università su iniziative di innovazione e formazione
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