Oltre 1,6 miliardi di persone con più di 15 anni oggi non ha accesso a un conto bancario. E’ la fotografia del 2025 scattata da Juniper Research nella ricerca The Next Steps for Mobile Money – Interoperability and Openness, pubblicata a febbraio. Una cifra che, da sola, racconta meglio di qualsiasi grafico perché il mobile money non sia semplicemente un trend tecnologico, ma una necessità strutturale per centinaia di milioni di persone in Africa, Asia meridionale, America Latina e Medio Oriente. Il dato, tuttavia, non è immobile. La stessa ricerca prevede che entro il 2030 oltre il 53% della popolazione adulta nei mercati emergenti utilizzerà servizi di mobile money, con un incremento di oltre 370 milioni di nuovi utenti rispetto al 2026. Il numero totale raggiungerà 2,2 miliardi. E la spinta, il driver, non sarà tanto l’aumento della semplice penetrazione smartphone — sebbene anche quella crescerà, passando in media dal 62,5% al 74,25% nelle principali regioni emergenti — ma da qualcosa di più profondo: l’apertura dei sistemi e la loro capacità di parlarsi.
Da strumento a piattaforma, il mobile money è maturo
Secondo Juniper Research, il mobile money comprende la sfera di servizi che include il trasferimento di denaro e l’effettuazione e ricezione di pagamenti tramite telefono cellulare, disponibile per i non bancarizzati, con una rete di punti transazionali fisici — inclusi gli agenti — che lo rende accessibile a tutti, escludendo i servizi bancari tradizionali su mobile come Apple Pay o Google Pay. Per comprendere dove sta andando questo settore, bisogna capire da dove viene.

Il mobile money è nato – di fatto – come risposta a un fallimento strutturale: le banche non riuscivano — e in molti casi non riescono ancora — a raggiungere fisicamente i segmenti più poveri e geograficamente dispersi della popolazione. In questi mercati, le persone non possono accedere a filiali bancarie o Atm a causa degli alti costi di infrastruttura e dei vincoli geografici. Il denaro veniva quindi custodito e trasferito tramite reti informali, con costi di transazione elevati e rischio di furto.
La soluzione è arrivata dai telefoni cellulari. E la scelta del termine non è casuale, perché, almeno inizialmente, non si parla di smartphone, inizialmente, ma di semplici feature phone capaci di connettersi a reti Ussd. Il modello di distribuzione basato su agenti — negozianti, edicole, farmacie — ha permesso di estendere la rete capillare in aree dove nessuna banca si sarebbe mai spinta. Attraverso una rete di agenti come negozi di ricarica o punti vendita al dettaglio, gli utenti da anni possono depositare e prelevare fondi dai loro portafogli digitali.
Nei decenni successivi, il mobile money ha compiuto un’evoluzione silenziosa ma radicale. Da servizio di trasferimento p2p si è trasformato in qualcosa che somiglia sempre più a una banca vera e propria. Oggi le piattaforme più avanzate offrono microcredito, microassicurazione e microprodotti di risparmio, spesso strutturati in partnership con istituzioni finanziarie tradizionali. Questa evoluzione riflette un cambio strategico dei provider di mobile money, che si stanno spostando da casi d’uso transazionali per rispondere a bisogni finanziari più profondi di popolazioni in larga parte non bancarizzate. Il risultato, secondo Juniper Research, è che la spesa in servizi avanzati di microfinanza — microcredito, microassicurazione, risparmio digitale — supererà i 22 miliardi di dollari entro il 2030. Non è un numero che riguarda solo le fintech o i fondi di investimento: riguarda direttamente la vita di persone che, per la prima volta, hanno accesso a uno strumento di resilienza finanziaria.

Interoperabilità, driver di crescita
Il tema centrale nell’analisi di Juniper Research è l’interoperabilità. E’ cruciale affinché i provider di mobile money possano andare oltre le reti domestiche chiuse e integrarsi nel sistema economico più ampio. I vendor che hanno avuto successo nel costruire partnership con partner finanziari e non finanziari abilitano la crescita dell’ecosistema, ampliando profondità e ampiezza dell’offerta e potenziando l’inclusione finanziaria. Significa, per fare un esempio, che un utente con un wallet M-Pesa in Kenya può ricevere un bonifico da un parente che lavora all’estero tramite un operatore internazionale, pagare un commerciante che usa un sistema diverso, e accedere a un microloan (prestito di importo limitato) erogato da una banca partner — tutto dallo stesso telefono, senza dover aprire un conto bancario tradizionale. Quando le piattaforme di mobile money sono interoperabili con altri wallet, banche e sistemi internazionali di trasferimento, migliorano significativamente velocità, convenienza e affidabilità dei flussi. Questo è particolarmente rilevante per le rimesse transfrontaliere, dove i canali tradizionali sono spesso lenti, costosi e poco trasparenti. L’impatto sui volumi è immediato. Le ricerche mostrano che man mano che i sistemi di mobile money si collegano con le banche, i volumi di transazione crescono in modo significativo. E nel tempo i trasferimenti banca-to-wallet e wallet-to-banca sono diventati il flusso interoperabile più rilevante, superando rapidamente le tradizionali operazioni di cash-in/cash-out.
Open Api, infrastruttura di base in evoluzione
L’interoperabilità non nasce dal nulla. Richiede un’infrastruttura tecnica capace di connettere sistemi eterogenei in modo sicuro, scalabile e standardizzato. Ed è qui che entrano in gioco le Api aperte.
Secondo dati Gsma, circa due terzi dei provider di mobile money offrono oggi Api aperte a terzi per facilitare un coinvolgimento più ampio con sviluppatori esterni, fintech e service provider, a supporto di volumi di transazione più elevati e di casi d’uso estesi oltre i trasferimenti p2p di base.
Il passaggio a piattaforme aperte e modulari non è solo una scelta tecnica: è una scelta di business model. Per gli utenti, significa accesso più fluido a una gamma più ampia di servizi — credito, assicurazioni, utility, pagamenti merchant — all’interno di un unico ecosistema digitale. Per i provider, significa espandere il proprio ecosistema di partner, accelerare i cicli di innovazione e creare nuovi flussi di ricavo. Operatori come l’africana Mtn Mobile Money in Africa hanno registrato un sostanziale incremento nel coinvolgimento degli sviluppatori e nella crescita dei servizi partner-driven in seguito al lancio di piattaforme Api pubbliche. E Juniper Research raccomanda già da tempo ai provider di mobile money di prioritizzare la costruzione di ecosistemi Api aperti e lo sviluppo di relazioni con partner chiave come banche, reti di agenti, retailer e altri technology provider. Chi non compirà questa transizione rischia di restare indietro rapidamente, in un mercato dove le attese degli utenti si stanno allineando a quelle dei mercati sviluppati.
Il caso M-Pesa in Africa
Nessuna analisi sul mobile money potrebbe essere capita senza studiare il caso di M-Pesa, il servizio lanciato da Safaricom in Kenya nel 2007 che oggi è un modello di riferimento a livello globale, anche se poco conosciuto in Italia. Grazie all’approccio pragmatico della Banca Centrale del Kenya, M-Pesa ha potuto espandere rapidamente la propria rete di agenti nelle aree urbane e rurali, stabilire interoperabilità con banche e istituzioni finanziarie esistenti, e introdurre una suite di servizi che includeva trasferimenti domestici, pagamenti di bollette e prodotti collegati al risparmio. Il caso keniota dimostra che la regolamentazione non è un ostacolo alla crescita, ma può esserne il principale catalizzatore, se costruita con intelligenza. Altri Paesi come Cambogia, Filippine, Vietnam e Fiji hanno seguito percorsi simili, introducendo framework regolatori che consentono ai provider non bancari di operare, competere e promuovere l’interoperabilità mantenendo standard di protezione del consumatore. Il risultato? Queste aree hanno registrato il tasso di crescita più rapido al mondo per i conti mensili attivi, seconde solo al Medio Oriente — e soprattutto, con un tasso di utilizzo attivo superiore a quello di semplice registrazione: un indicatore di maturità, non di adozione superficiale.
La sfida dell’alfabetizzazione finanziaria
Nessuna tecnologia vince da sola. Uno dei limiti più persistenti del mobile money rimane la scarsa alfabetizzazione finanziaria e digitale. Molti potenziali clienti in ambienti a basso reddito e rurali non hanno familiarità con i concetti finanziari di base e con il funzionamento delle piattaforme digitali. Questo limita la loro capacità di comprendere i rischi, differenziare i prodotti e prendere decisioni informate sulla gestione del proprio denaro digitale. I provider che sapranno investire in educazione finanziaria — non come responsabilità sociale accessoria, ma come leva strategica — troveranno un vantaggio competitivo duraturo. La fiducia non si costruisce solo con la tecnologia: si costruisce con la comprensione. Se il mobile money nel 2026 non è più il servizio di nicchia per i non bancarizzati che molti immaginavano dieci anni fa, quindi, come infrastruttura finanziaria alternativa, robusta, si rivela sempre più integrata con il sistema formale e capace di erogare servizi di complessità crescente. I progressi nel livello tecnologico stanno consentendo ai vendor di espandersi oltre i sistemi chiusi e integrarsi nel più ampio ecosistema finanziario, portando il mobile money da servizi di base a capacità più avanzate simil-bancarie.
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