Circa 1500 sono le persone presenti in sala in occasione della data milanese di Hpe Discover More 2019, arrivate per ascoltare direttamente dal presidente e Ceo di Hpe, Antonio Neri, la strategia da qui ai prossimi 18 mesi.

“L’ingegnere prestato al business (ma docente anche in disegno e pittura)” ha sviluppato per la sua azienda una visione tecnologica puntuale, per il coinvolgimento di sviluppatori, partner, cloud provider e clienti, che poggia le sue fondamenta su edge computing e composable infrastructure.

Quest’ultima è tale quando l’intelligenza software compone le giuste soluzioni di calcolo, storage, “fabric” e memoria per un determinato carico di lavoro e libera le relative risorse quando non ce ne è più bisogno. Il focus a Hpe Discover More è però intelligent edge

Antonio Neri, Ceo di HPE dal 1° febbraio 2018
Antonio Neri, Ceo di Hpe dal 1 febbraio 2018

Quasi fisiologico, perché, dati alla mano, Neri non ha dubbi: “Da qui al 2023 la maggior parte dei dati sarà prodotta ai bordi, dai dispositivi, non nei data center. Questo significa anche che non avrà senso parlare “del cloud”, quanto di tanti cloud, parcellizzati, distribuiti ma anche interconnessi, in grado di dialogare tra loro, di sfruttare architetture data centriche, per esaltare le possibilità offerte da applicazioni di nuova generazione [cfr. container e orchestrazione]”.

E’ definitivamente tramontata l’idea che il cloud, pensato semplicemente come virtualizzazione infrastrutturale, possa portare i maggiori benefici.  

Per Hpe questa visione implica l’impegno a intercettare e valorizzare il 94% dei dati che vengono prodotti ai bordi e restano inutilizzati. Dal punto di vista degli economics, l’impegno si è già concretizzato con 4 miliardi di dollari di investimenti nei prossimi quattro anni.

L’obiettivo è valorizzare il patrimonio dei dati prodotti nella sua interezza, e farlo nel luogo dove è più conveniente che questo avvenga. Per questo Neri parla anche di “hybrid edge” un edge ibrido che non può fare a meno del cloud da non considerare però come una destinazione, ma come un’esperienza, quindi multicloud. Il cloud vero inizia dal bordo, ma il centro potrebbe non essere unico, impalpabile, e per questo è meglio parlare di un cloud multicentrico”.

Ci sono clienti Hpe che lo fanno già. Per esempio la scuderia di Formula Uno, Mercedes-Amg, che elabora in 8/9 ore i dati macinati in pista da uomo e macchina per fare in modo che portino frutto già nella sessione successiva, dove altre scuderie invece hanno bisogno di inviare le informazioni ai data center e impiegano due/tre giorni per valorizzare poi le informazioni.

Puntare sull’elaborazione all’edge oggi è possibile perché le tecnologie 5G e le latenze ridotte a millesimi di secondo lo permettono, abilitando scenari tecnologici reali di utilizzo di tecnologie come la realtà aumentata e la realtà virtuale. Non solo, l’IT data driven è alla vigilia anche di una serie importanti nel modo di fare computing.

I dati al centro

Secondo Neri inoltre “siamo vicini a una rivoluzione memory driven, dove storage e memoria diventano una cosa sola e, a seconda del caso d’uso, diversi sistemi di computing, di calcolo entrano in gioco per l’elaborazione di zettabyte di dati”.

Spostare i dati non è quasi mai la soluzione migliore. L’idea di Hpe è quella quindi di cambiare le regole del gioco entro i prossimi anni per alcune decadi. Il “collasso” di memoria e storage insieme, come un unico pool, con la disponibilità della risorsa di calcolo che serve all’elaborazione è una componente strategica di portata innovativa e “challenging”, sfidante. 

Come l’idea di un edge decisamente diverso da quello a volte veicolato come luogo di “prima scrematura delle informazioni”, o “prima frontiera per le soluzioni di sicurezza”, visioni anche corrette ma limitanti.  

HPE quindi propone soluzioni dall’edge al data center che includono connettività Lan, Wan, wireless e 5G, e resta importante scegliere la giusta connettività per il singolo caso di utilizzo in uno scenario che si può immaginare di sicuro ibrido ma anche formato di “piccole cloud connesse con cloud più grandi nei maggiori data center di cui alcuni clienti sceglieranno di mantenere il controllo, mentre sarà sempre possibile preferire per alcuni task i grandi public cloud provider”.

A destra Stefano Venturi, presidente e AD Hpe Italia, a sinistra Paolo Delgrosso, Channel & Alliance Sales Director Hpe italia

In questo contesto è ineluttabile anche intravvedere un cambiamento di ruolo da parte dei partner, cui Hpe Discover More 2019 dedica interamente la seconda giornata di lavori. Neri in un recente intervento negli Usa alla vigilia della sua presenza alla data milanese: “Bisogna diventare customer centrici, e per questo il ruolo dei partner è strategico. Non si tratta di proporre appliance e soluzioni, e servizi, si tratta di ascoltare per trovare con i clienti la soluzione migliore con le tecnologie migliori, e dislocare le risorse dove servono”.

L’azienda liquida

In conclusione di giornata Stefano Venturi, presidente e amministratore delegato di Hpe Italia, ripercorre alcuni passaggi chiave del key note di Antonio Neri, mettendo a terra idee e concetti per il nostro Paese e riprende il pensiero del professore Severino Meregalli (Sda Bocconi): “E’ possibile un parallelo tra lo scenario IT e le dinamiche di processo abilitanti la necessaria trasformazione di impresa. Spostare il baricentro verso l’edge richiede una profonda trasformazione anche della governance aziendale. Ci stiamo indirizzando verso un modello di agile company. In ambito locale, alla disponibilità di dati sui tuoi clienti e sul tuo mercato, in modo puntuale e in tempo utile, quasi reale, deve corrispondere una delega equivalente per agire in modo tempestivo”.

Ad un IT liquido, dove i dati sono ovunque, deve corrispondere quindi un cambiamento nel modello decisionale. Anche l’azienda deve diventare liquida. Se i fattori abilitanti al centro della strategia di Neri sono tecnologia, economics e persone, Venturi  – dopo la full immersion tecnologica vuole sottolineare proprio questo ultimo aspetto: “Solo un buon cuoco, pur avendo a disposizione ottimi ingredienti, realizzerà una ricetta gustosa. In futuro quindi sempre più serviranno capacità e competenze combinatorie. Ingegneri che comprendono il business ma anche esperti di marketing che comprendono le possibilità offerte dalla tecnologia, per scegliere quella più adeguata”.

Oggi la tecnologia deve innestarsi in un humus culturale diverso. Nuove tecnologie senza ottime idee servono a poco, ma scommettere nella direzione giusta non può essere più delegato all’ufficio acquisti, per questo serve l’impegno a comprendere le possibilità anche da parte dei Ceo. Cambia infine il ruolo dei Cio che ricopriranno sempre più quello di service provider “umani” con l’aiuto dei partner integrator in grado di indicare dove indirizzare gli sforzi, modellando le tecnologie sui clienti.

 
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