In base alla normativa, per essere qualificata come Pmi innovativa, un’azienda deve soddisfare due di questi tre requisiti: almeno il 3% del maggiore tra costi e valore totale della produzione deve riguardare attività di ricerca e sviluppo; il team deve essere costituito per 1/3 da personale in possesso di laurea magistrale, oppure per 1/5 da dottorandi, dottori di ricerca o laureati con 3 anni di esperienza in attività di ricerca certificata; deve essere impresa depositaria o licenziataria di almeno un brevetto oppure titolare di software registrato. Nell’ultimo anno il numero di Pmi innovative è cresciuto del 40%. 567 sono le “nuove” aziende iscritte al registro apposito (tra ottobre 2019 e settembre 2020) contro le 432 del periodo precedente, e tuttavia, dopo cinque anni dalla creazione del registro, il numero di Pmi innovative appare ancora contenuto rispetto al bacino potenziale. Infatti sono poco più di 1.732 le Pmi innovative “ufficiali”, mentre si stima che in Italia le Pmi con i requisiti previsti per essere considerate tali siano sull’ordine delle decine di migliaia.

Alessandro Dragonetti, head of tax di Grant Thornton
Alessandro Dragonetti, head of tax di Grant Thornton

E’ questa la fotografia offerta dall’Osservatorio di Grant Thornton e dell’Università di Pisa che evidenzia una crescita complessivamente limitata del numero di Pmi considerati gli interventi complessivi del legislatore a favore delle stesse. Per esempio il Decreto del 7 maggio 2019 (incentivi startup e Pmi innovative), ed il Decreto Rilancio di aprile 2020 con un fondo di sostegno dedicato da 200 milioni di euro. È stata poi riservata una quota pari a 200 milioni di euro a valere sulle risorse già assegnate al Fondo Centrale di Garanzia per le Pmi dedicata all’erogazione di garanzie in favore di startup innovative e Pmi innovative. Si possono infine considerare le detrazioni Irpef per gli investitori fino al 50% rispetto all’ammontare dell’investimento.

E Alessandro Dragonetti, head of tax di Grant Thornton sottolinea: “L’importante incremento in percentuale delle Pmi innovative è un ottimo segnale di dinamismo del comparto; registriamo però ancora la necessità di una maggiore consapevolezza dei vantaggi e delle opportunità che il novero all’interno del registro comporta. Sono infatti poco meno di 2mila le aziende iscritte al Registro su circa 20mila che stimiamo abbiano in Italia le caratteristiche per rientrare nella categoria ‘innovative’. E, a norma di legge, questa categoria di imprese avrebbe accesso ad alcune delle stesse agevolazioni normative, fiscali, contributive, burocratiche previste per le Startup Innovative”.

Se da una parte l’iscrizione al registro rappresenta un’ottima leva per le piccole imprese, dall’altra non si comprende fino in fondo la rinuncia alle semplificazioni citate ed al relativo abbattimento di costi e sgravi fiscali su cui bisogna lavorare e per cui un valido aiuto può aiutare dalla consulenza competente sulle specifiche opportunità offerte dal Mise. 

Pmi innovative, dimensione, età ed economics

Per quanto riguarda la misura dimensionale delle realtà, la ricerca dell’Osservatorio evidenzia che circa i due terzi delle Pmi innovative siano di dimensioni ascrivibili alla categoria delle microimprese, con un fatturato al di sotto dei 2 milioni di euro. Meno del 10% delle aziende rientra nella categoria delle medie imprese (per fatturato superiore a 10 milioni e inferiore a 50), mentre le restanti rientrano tra le piccole imprese (tra i 2 e i 10 milioni di fatturato).

L’anzianità media, tra le nuove iscritte è di circa 9 anni. Dato che, per alcune aziende, potrebbe imporre il problema di restare ancora iscritte al registro tra qualche anno, in considerazione dei requisiti più stringenti fissati di recente sulla permanenza. I regolamenti infatti dicono che le Pmi innovative sul mercato da più di 7 ma meno di 10 anni possono restare nel registro, qualora non abbiano ancora dimostrato in misura sufficiente il potenziale di generare rendimento.

Per quanto riguarda invece l’analisi demografica di chi “compone” le Pmi innovative, ecco che il database del Mise mette in evidenza che oltre l’80% delle nuove Pmi è composto in prevalenza da uomini adulti e per lo più di nazionalità italiana. I casi di assetto proprietario e di governance nei quali si ha una prevalenza giovanile, femminile o straniera sono invece più limitati. Nell’ambito della compagine proprietaria si ha, per esempio, una prevalenza giovanile solo nel 6,53% dei casi, una prevalenza femminile nell’8,82% e una prevalenza proprietaria e/o di management straniera “solo” per l’1,94% dei casi esaminati.

L’analisi geografica del database racconta invece che la Lombardia, con 148 casi (oltre un caso su quattro), presenta il maggiore numero di società iscritte nel Registro in riferimento all’ultimo anno. Seguono Lazio (65), Emilia Romagna (57), Campania (52), Toscana (38) e Veneto (36) ed a livello provinciale, invece, il maggior numero di nuove Pmi innovative è a Milano, con 122 società iscritte nell’ultimo anno (+54% rispetto alla scorsa rilevazione), seguita da Roma con 58 società iscritte (+100%) e a seguire Napoli con 26 (+86%).

Per quanto riguarda il quadro economico-finanziario delle Pmi innovative prevalgono senza dubbio le note positive. Le Pmi innovative registrano un incremento medio del fatturato del 15% (tra il 2018 ed il 2019). Se si considerano solo le Pmi innovative che fanno registrare un incremento di fatturato, la media si alza e tocca una crescita del 30%.

Il patrimonio netto medio è pari a circa 1,9 milioni di euro, con la media elevata però dalle medie aziende. Infatti, la metà delle aziende ha un patrimonio netto inferiore al milione di euro e l’85% è inferiore a 1,3 milioni. Con un Ebitda positivo nel 76,4% dei casi si evidenzia infine come la maggioranza del campione osservato si trovi in equilibrio economico.

L’analisi per settori, infine, conferma il settore dei servizi come quello più attivo, seguito da industria e artigianato. Poche invece le Pmi innovative nel settore del commercio. All’interno dei servizi il rapporto documenta come più vivaci le realtà che si rivolgono all’informatica, all’elettronica, ai prodotti intermedi, alla chimica e alla farmaceutica e ai servizi non finanziari. Insieme questi settori rappresentano circa il 90% delle Pmi innovative osservate e potrebbero risentire anche meno degli altri della gravissima crisi innescata dal Covid-19.

A questo proposito, l’incrocio dei dati dell’Osservatorio con le stime del Cerved Industry Forecast (maggio 2020), relative all’impatto della crisi Covid sui fatturati delle aziende, in uno scenario soft, parla di un calo complessivo medio del fatturato nel 2020 (rispetto al 2019) del 10,4%, con un rimbalzo medio del 10,3% nel 2021 (rispetto al 2020). Dal confronto delle stime emerge che, sempre in un quadro soft, si perderebbe l’1% circa del fatturato tra il 2019 e il 2021, mentre per i settori sopra menzionati, in caso di una crisi più severa il calo medio complessivo del fatturato nel 2020 sarebbe del 14,9% rispetto all’anno precedente, con un rimbalzo medio del 15,3% nel 2021 (rispetto al 2020). Le Pmi innovative quindi potrebbero mostrarsi resilienti alla crisi e addirittura in grado di poter sfruttare le successive opportunità.

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