Volevo riflettere su due fatti dell’ultima settimana e lanciare una provocazione. La materia è sempre quella: concorrenza digitale in Europa con strapotere delle big tech, competenze AI in Italia e futuro dell’AI.

Il primo riguarda la revisione del Digital Markets Act (28 aprile), il regolamento europeo rivisto da parte della Commissione europea dopo due anni dalla sua applicazione. Un primo bilancio.
Il secondo la pubblicazione della norma tecnica (30 aprile) che definisce le professioni operanti nel settore dell’intelligenza artificiale in Italia, in accordo con le direttive europee dell’AI Act.
Il terzo le nuove idee nel manifesto AI secondo Sam Altman, Ceo di OpenAI, sull’AI del futuro.

Partiamo dal Dma

E’ stata pubblicata la prima revisione del Digital Markets Act (Dma) da parte della Commissione europea: il Dma ha passato l’esame, concentrato sull’attuazione delle norme esistenti.
Nei primi due anni di applicazione, la legge – entrata in vigore nel 2022 ma con effetti da marzo 2024 – si è dimostrata “adeguata allo scopo” e sta migliorando la concorrenza sul mercato digitale aprendo nuove opportunità per le imprese e gli sviluppatori, offrendo agli utenti un maggiore controllo sulle proprie esperienze e dispositivi, nonché l’accesso a prodotti e servizi digitali diversificati.

Una legge nata per frenare lo strapotere dei gatekeeper e per consentire anche alle imprese europee, soprattutto Pmi, di competere nel mercato digitale, dando la possibilità agli utenti di utilizzare browser e motori di ricerca alternativi ai predefiniti, di trasferire i propri dati passando da un servizio all’altro, di frenare la profilazione non autorizzata di dati personali condivisi tra servizi diversi. Questo sta portando alla nascita di app store alternativi man mano che i sistemi operativi si aprono agli app store di terze parti e, grazie agli obblighi di interoperabilità, a nuove app di messaggistica. Seppure l’interoperabilità reale rimane ancora oggi uno dei temi più controversi.

Ma, anche se il bilancio è buono (“un impatto positivo tangibile”) si fatica a pensare che si possa parlare di mercato digitale equo senza guardare più addentro a cloud e AI.
Se l’attenzione sul cloud è più marcata essendoci la consapevolezza da parte della stessa Commissione europea che è la spina dorsale dei servizi digitali e fondamenta per lo sviluppo dell’AI, quella rivolta ai servizi di AI generativa e all’interoperabilità dati sui social network è meno evidente. Lasciando intendere che se ne parlerà in futuro. “L’esame odierno del Dma evidenzia che la legge sui mercati digitali è stata concepita per essere adeguata alle esigenze future e per adattarsi alle sfide emergenti, ad esempio nel settore dell’AI e del cloud. Stiamo agendo su entrambi i fronti e continueremo a dare priorità alla creazione di una forte cultura della conformità, anche attraverso azioni di applicazione decisive e tempestive ove necessario” commenta Teresa Ribera, executive VP for Clean, Just and Competitive Transition. 

Sul cloud, lo scorso novembre la commissione aveva avviato due indagini (di un anno) sui servizi di Amazon Web Services e Microsoft Azure mentre a gennaio 2026 ha aperto due procedimenti (di sei mesi) verso Google per valutare l’effettiva interoperabilità di Android e la cessione a terzi di dati anonimizzati di Google Search. Azioni decisive nei confronti dei tre hyperscaler che si spartiscono le quote più rilevanti del mercato cloud anche in Europa.

I margini di miglioramento della legge sono noti anche alla stessa Commissione, in termini di semplificazione, trasparenza, monitoraggio delle nuove tecnologie. Ma la revisione ha ritenuto prematuro, dopo appena due anni, apportare modifiche sostanziali all’elenco dei servizi principali (l’AI non è inclusa), limitando di fatto il conseguimento completo degli obiettivi di equità alla base del Dma. “La legge sui mercati digitali è adatta allo scopo e ha portato a cambiamenti concreti per gli innovatori e i cittadini – precisa Henna Virkkunen, executive VP for Tech Sovereignty, Security and Democracy -. Il riesame ha inoltre evidenziato un ulteriore potenziale di cambiamento non sfruttato e continueremo a lavorare per garantirne una forte applicazione al fine di aprire maggiori opportunità nei mercati digitali dell’UE”. Per i prossimi mesi la Commissione continuerà ad osservare prima di cambiare le regole. Fra tre anni la prossima revisione, nonostante sembri un tempo infinito rispetto alla velocità con cui evolvono le tecnologie e il contesto internazionale, che potrebbe indebolire la forza del Digital Markets Act.

Il secondo fatto, le competenze italiane

È stata pubblicata in Italia la norma che definisce i profili di ruolo professionale operanti nel settore dell’intelligenza artificiale: il documento Uni 11621-8:2026, elaborato dalla Commissione Tecnica Uni/CT 526 – Uninfo, con il coordinamento del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri, e con il contributo della Commissione Tecnica 533 ‘AI’ di Uni.

Si tratta del primo standard nazionale in Europa, coerente con l’AI Act e con la normativa nazionale, che mira a rafforzare il perimetro delle competenze e le relative responsabilità nell’intelligenza artificiale, definendo in modo sistematico le professioni dell’ecosistema AI: dalla governance strategica alla ricerca, includendo sviluppo, gestione dei dati, sicurezza e progettazione delle soluzioni.

Il tema delle competenze AI – già indirizzato dalla Legge 23 settembre 2025, n. 132 con percorsi di alfabetizzazione, formazione e certificazione – trova nella norma appena pubblicata lo strumento tecnico che traduce gli obblighi legislativi in ruoli professionali, fornendo indicazioni utili a imprese, amministrazioni pubbliche, enti formativi e organismi di certificazione.

Sono dodici i profili di ruolo professionale (definiti con una metodologia consolidata allineata al Framework europeo delle competenze) che coprono l’intera filiera dell’intelligenza artificiale:
1. Chief AI Officer (Responsabile dell’IA)
2. AI Consultant (Consulente di IA)
3. AI Product Manager (Responsabile di Prodotto IA)
4. AI Prompt Engineer (Ingegnere Prompt IA)
5. AI Algorithm Engineer (Ingegnere di Algoritmi IA)
6. AI Deep Learning Engineer (Ingegnere di Deep Learning IA)
7. AI Data Engineer (Ingegnere dei Dati IA)
8. AI Data Scientist (Data Scientist IA)
9. AI Security Specialist (Specialista di Sicurezza IA)
10. AI Machine Learning Engineer (Ingegnere di Machine Learning IA)
11. AI Natural Language Processing Engineer (Ingegnere di Elaborazione del Linguaggio Naturale IA)
12. AI Research Scientist (Ricercatore Scientifico IA)

Ogni definizione porta con sé obiettivi, compiti principali, risultati attesi, competenze, conoscenze, abilità e Kpi di misurazione. Uno strumento per dare strumenti di governo dell’AI in settori pubblici e privati. Dando alle persone centralità.

Ecco il terzo fatto, Sam Altman…

Perché a questo punto cito Sam Altman, ceo di OpenAI, che ha definito a inizio aprile le nuove regole sull’AI del futuro, ribadendo la centralità dell’uomo? L’azienda ha pubblicato un documento di 13 pagine, Industrial Policy for the Intelligence Age, per avviare il dibattito sull’AI in un momento in cui OpenAI sta cambiando pelle. Mi chiedo: un decalogo, un manifesto di tale portata con impatti sociali ed economici, può essere nella presunzione di una sola azienda? Pur se migliorabili AI Act e Digital Markets Act trovano sempre più la loro ragione d’essere. Ma questo è un altro capitolo della stessa storia. Oggi condivido con voi questo dubbio. Torneremo presto su OpenAI e sulle regole “secondo” Sam Altman.

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