Il 4 maggio il ministro delle Imprese e del Made in Italy, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, ha firmato il decreto attuativo che definisce le regole operative che le aziende devono seguire per accedere ai benefici dell’iperammortamento 4.0. Un benefico che riguarda gli investimenti sostenuti dalle aziende per l’acquisto di beni strumentali funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale, nel periodo compreso tra il 2 gennaio 2026 e 30 settembre 2028. Ma che, come si temeva, non contempla per gli incentivi i canoni sostenuti per acquisti di software-as-a-service, beni immateriali spinti con abbonamenti.

Una decisione che ha provocato l’alzata di scudi delle principali associazioni di categoria del settore Ict, perché letta come una mossa miope da parte dell’esecutivo di fronte agli investimenti in cloud che le aziende stanno facendo da anni. Lo dicono i dati di mercato.
Il cloud computing è una delle tecnologie trainanti della spesa Ict in Italia,
con crescite a doppia cifra negli ultimi anni (+17% nel 2025, fonte NetConsulting cube per il Rapporto “Il Digitale in Italia”).
Una crescita che posiziona il cloud come una delle principali tecnologiedigital enabler accanto a AI e cybersecurity, in grado di abilitare nuovi modelli di business, in settori chiave della nostra economia come la finanza, la sanità, il mondo delle utility.

Una esclusione difficile da comprendere dal punto di vista tecnologico e strategico, bollata come “un passo indietro” da Anitec-Assinform (associazione di Confindustria) e come “anacronistica” da Assintel (associazione di Confcommercio).

Il timore comune è che se il cloud viene tagliato fuori dai benefici fiscali, saranno penalizzate soprattutto le Pmi, che adottano i modelli as-a-service per accedere a software e servizi digitali altrimenti irraggiungibili. Ma saranno penalizzate di conseguenza anche lo sviluppo e la diffusione delle tecnologia di intelligenza artificiale, erogate proprio facendo leva sul cloud computing.

Il paragone per spiegare l'”anacronismo” della misura va al 2019, anno in cui l’impostazione data da Impresa 4.0 era stata recepita dalla legge di Bilancio 2019 che aveva esplicitamente incluso i canoni per l’accesso a soluzioni di cloud computing tra i beni agevolabili, confermando la decisione anche nella Legge di Bilancio 2020. “L’attuale formulazione del decreto attuativo vanifica quanto di buono era stato costruito con quegli aggiornamenti, riportando di fatto la struttura dello strumento all’impostazione del 2016, quando il mercato cloud era ancora marginale”, commenta l’associazione confindustriale condividendo con Assintel il dato che oggi i modelli as-a-service rappresentano circa l’80% del mercato cloud e che escluderli dalla misura penalizza le imprese. “Escludere il SaaS dagli sgravi significa, nei fatti, signfica escludere dagli incentivi la modalità prevalente con cui il tessuto produttivo italiano accede al digitale” incalza Paola Generali, presidente di Assintel.

Smontato anche il timore che l’inclusione nell’incentivo possa avere un forte impatto sul bilancio pubblico, perché storicamente la voce “beni immateriali 4.0” cuba poco più dell’1% del totale dei fondi erogati nell’ambito della misura. Dichiara Massimo Dal Checco, presidente di Anitec-Assinform: “Le imprese hanno bisogno di strumenti coerenti con l’evoluzione del mercato per programmare gli investimenti in innovazione. Le soluzioni as-a-service sono oggi centrali nei processi di trasformazione digitale: escluderle dall’iperammortamento significa rendere lo strumento inefficace proprio dove il mercato si è già mosso. Gli emendamenti al DL Fiscale che reintroducono l’agevolabilità dei canoni SaaS rappresentano l’ultima occasione per correggere il tiro: ci auguriamo che il Parlamento la colga”. Il Senato ci sta lavorando in questi giorni. 
La richiesta è di “correggere questa stortura” includendo il cloud tra le voci agevolabili e semplificando l’accesso agli incentivi. 

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