11La competizione economica mondiale entra in una nuova fase. È la tesi al centro dell’ultimo rapporto del Centro Economia Digitale (Ced) – High-Tech Economy. Il Nuovo Ciclo Competitivo Globale –, curato da Rosario Cerra, fondatore e presidente e Francesco Crespi, direttore ricerche del Ced, con il contributo dei principali AD delle aziende partner del think-tank. L’analisi mette in evidenza come la crescita economica, la produttività e l’occupazione dipendano sempre più dalla capacità dei sistemi produttivi di generare e utilizzare in modo esteso e in velocità tecnologie di frontiera. Un cambio di paradigma che definisce la nascita di una vera e propria high-tech economy, fondata sull’integrazione sistemica dell’innovazione nei processi industriali, nei servizi e nelle infrastrutture.
Metodologia e quadro analitico
Il rapporto adotta una metodologia articolata in tre livelli: un’analisi di contesto internazionale sui settori ad alta intensità tecnologica e di conoscenza, un’indagine econometrica condotta su 14 Paesi Ocse per misurare gli effetti moltiplicativi della tecnologia su Pil, produttività e occupazione, e infine una “discussione di policy” volta a definire le leve strategiche per la transizione verso la high-tech economy. La ricerca si fonda su serie storiche e modelli Panel Svar (P-Svar, Panel Structural Vector Auto Regressive), che consentono di stimare la persistenza e l’ampiezza degli effetti economici generati dagli shock tecnologici nei diversi comparti produttivi. L’approccio è quindi quantitativo e comparativo, con l’obiettivo di misurare come la diffusione di tecnologie avanzate – dall’intelligenza artificiale alla robotica, dalle biotecnologie ai sistemi quantistici – possa tradursi in crescita strutturale. Ced evidenzia che l’Italia, pur con un peso relativamente contenuto dei settori high-tech sul valore aggiunto complessivo (10,9%), concentra in questi comparti oltre il 70% della spesa privata in ricerca e sviluppo: un dato che fotografa il ruolo trainante dell’innovazione nel nostro sistema industriale.
Un nuovo ciclo competitivo globale, i numeri
“L’economia mondiale si trova in una fase cruciale, innescata dal rapido sviluppo di tecnologie di frontiera che trasformano radicalmente i paradigmi produttivi, distributivi e di consumo – spiega Rosario Cerra, in occasione della presentazione del rapporto e nell’introduzione al lavoro -. “Il vantaggio competitivo non si misura più nella capacità di generare tecnologia, ma nella rapidità con cui la si adotta e si trasforma in valore operativo su scala”.

Secondo Cerra, la transizione tecnologica in corso rappresenta una nuova linea di partenza globale: le economie che sapranno adottare con tempestività le tecnologie emergenti — dall’AI generativa ai sistemi quantistici, dalle reti pervasive alle nuove tecnologie energetiche — potranno ridefinire il proprio posizionamento economico e geopolitico. Con una puntualizzazione: la high-tech economy non è un settore, ma un processo dinamico e pervasivo che attraversa tutte le filiere, pubbliche e private, con un impatto diretto su produttività e occupazione qualificata.
L’analisi econometrica del rapporto mostra che nei Paesi Ocse ogni dollaro di valore aggiunto generato nei settori high-tech produce, nell’arco di tre anni, un aumento medio di 3,18 dollari di Pil, contro appena 1,23 dollari nei comparti a bassa tecnologia. In Europa il moltiplicatore sale a 3,9, tre volte superiore a quello dei settori tradizionali. L’effetto non è temporaneo, ma persistente: negli anni successivi allo shock iniziale, il contributo dei comparti high-tech continua a crescere, a differenza dei settori low-tech dove tende a esaurirsi. Gli effetti si riflettono anche sulla produttività del lavoro. Un aumento di 10 miliardi di dollari nel valore aggiunto dei comparti high-tech determina un incremento medio della produttività dello 0,22% nei Paesi Ocse, che arriva allo 0,59% nei Paesi europei, contro lo 0,04% dei settori meno tecnologici. Analoga la dinamica sull’occupazione: lo stesso shock genera 177mila nuovi posti di lavoro nei Paesi Ocse e 161mila in Europa, a fronte dei 68mila e 47mila rispettivamente dei comparti low-tech. Il rapporto respinge così la narrazione che vede la tecnologia come sostitutiva del lavoro umano: l’innovazione, al contrario, produce crescita occupazionale netta e qualificata.

Il posizionamento dell’Italia
Nel confronto internazionale, Cina e Stati Uniti si confermano protagonisti della high-yech Economy globale. Tra il 2018 e il 2022 la quota cinese di valore aggiunto nei settori ad alta intensità tecnologica e di conoscenza è passata dal 23,6% al 27,5%, superando quella statunitense, salita al 26,1% (dal 24,1%). Quella dell’Unione Europea si è invece ridotta dal 19,7% al 17%. Tuttavia, la quota di esportazioni high-tech sul totale delle esportazioni cresce anche in Europa e in Italia, dove è passata dall’1,4% del Pil nel 2010 al 2,7% nel 2024, segnale di una graduale ma costante proiezione tecnologica internazionale del nostro Paese. La manifattura a medio-alta tecnologia resta il punto di forza italiano, ma cresce anche la presenza nei servizi tecnologici e digitali. Tra il 2018 e il 2024 la quota di occupati nei settori high-tech in Italia è salita dal 7,5% al 9,3% del totale, un progresso significativo che riflette la trasformazione delle filiere industriali e il contributo crescente delle high-tech companies nazionali. Queste imprese — dai grandi operatori energetici e infrastrutturali alle aziende Ict e cloud — fungono da catalizzatori di innovazione, generando un effetto moltiplicatore lungo l’intera catena del valore.
Superare l’approccio technology-push
Cerra evidenzia la necessità di un cambio di paradigma nelle politiche europee. Le strategie orientate esclusivamente al sostegno dell’offerta di innovazione — attraverso finanziamenti alla ricerca o progetti verticali — non hanno prodotto gli effetti attesi in termini di leadership tecnologica e trasformazione produttiva. “Serve una politica che stimoli la domanda di tecnologie, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico”, propone Cerra. Ciò significa creare condizioni favorevoli all’adozione diffusa, attraverso incentivi fiscali, appalti innovativi, formazione mirata e digitalizzazione delle amministrazioni. Il rapporto invita a superare la frammentazione degli ecosistemi nazionali, rafforzando la cooperazione tra ricerca, industria e istituzioni. La high-tech economy, sottolinea il Ced, non può essere il risultato di interventi episodici, ma deve poggiare su una strategia di lungo periodo capace di valorizzare la dimensione e la sofisticazione del mercato europeo.
High-tech economy, paradigma inclusivo
Il cuore concettuale del rapporto è la definizione di High-Tech Economy come paradigma inclusivo e abilitante. Non coincide con un insieme statico di settori, ma con la capacità sistemica di integrare tecnologie di frontiera – dall’AI alle biotecnologie, dai materiali avanzati all’energia pulita – in ogni ambito economico. È un’economia che investe non solo nella generazione di tecnologia, ma soprattutto nel suo uso intensivo, efficace e su larga scala per garantire crescita sostenibile, resilienza e sicurezza. In questa visione, il vantaggio competitivo non dipende dalla disponibilità di tecnologie in sé, ma dalla velocità con cui vengono adottate, adattate e scalate all’interno di ecosistemi produttivi complessi. L’Italia può giocare un ruolo rilevante proprio su questo piano, grazie alla sua tradizione manifatturiera, alla capacità di integrare innovazione nei processi e alla presenza di filiere industriali in cui grandi imprese tecnologiche operano come system integrator.

Il ruolo delle high-tech company, verso un’economia tecnologica
Il rapporto dedica ovviamente anche ampio spazio al contributo delle aziende partner del Centro Economia Digitale — tra cui Aws, Cisco, Enel, Eni, Microsoft, Open Fiber, Terna, Hpe e Google — considerate motori della high-tech economy. Queste imprese si configurano come hub di innovazione capaci di attrarre talenti globali, diffondere competenze e stimolare investimenti. La loro funzione è duplice: generare tecnologie di frontiera e favorirne l’adozione diffusa nelle filiere, attivando effetti moltiplicativi sull’intero sistema economico. Nel modello del Ced, la high-tech company è l’anello che collega ricerca, infrastrutture e mercato. È il soggetto che dovrebbe trasformare la conoscenza scientifica in valore industriale, costruendo ecosistemi collaborativi basati su formazione, competenze e governance dei dati. Le proposte di policy contenute nel rapporto mirano quindi a rafforzare i driver fondamentali della transizione: investimenti in capitale umano, infrastrutture digitali, energetiche e di trasporto, incentivi all’adozione di tecnologie emergenti e politiche fiscali favorevoli all’innovazione. Centrale è il concetto di coopetizione, già sviluppato dal Ced nei precedenti report: la strategia che intreccia collaborazione e competizione tra imprese e sistemi-paese, utile per valorizzare complementarità tecnologiche e mantenere autonomia strategica in un contesto globale interdipendente.
La chiave di lettura del rapporto è quindi puntuale: la competizione globale del prossimo decennio si giocherà sulla capacità di integrare e scalare tecnologie avanzate, più che sulla sola produzione di innovazione. “E l’Italia – riprende Cerra – dispone di un capitale industriale e umano in grado di sostenere questa transizione, ma deve accelerare sulla diffusione sistemica dell’innovazione”. In gioco non c’è solo la crescita economica, ma la posizione geopolitica e l’autonomia strategica del Paese, e dell’Europa. “Investire oggi in tecnologie, capitale umano e infrastrutture di ultima generazione – conclude Cerra – significa assicurare al Paese una traiettoria di crescita sostenibile e difendere la propria sicurezza e resilienza nel lungo periodo”.
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