Ogni estate due frasi tornano puntuali. La prima: “Stacca la spina, vedrai che ti vengono le idee migliori.” La seconda: “Posa quel telefono e goditi il momento.” Sembrano sagge. Sembrano persino in accordo tra loro: entrambe invitano a rallentare, a essere presenti, a smettere di rincorrere. Il problema è che la scienza, quando la si interroga sul serio, dà ragione alla prima solo in parte e alla seconda quasi per niente.
Conviene cominciare dalle idee sotto la doccia.
Il mito dell’ozio creativo
L’idea che le intuizioni arrivino quando si smette di pensarci ha basi solide. Si chiama incubazione, e i neuroscienziati l’hanno collegata al default mode network, la rete cerebrale che si attiva quando la mente vaga invece di concentrarsi su un compito. Quando si molla la presa, il cervello continua a lavorare in sottofondo, collegando informazioni distanti tra loro. Da qui il momento “eureka” sotto la doccia.
Fin qui il luogo comune regge. Poi arriva il dettaglio che nessun guru del relax racconta.
Nel 2022 Zac Irving, professore di filosofia all’Università della Virginia, e Caitlin Mills, psicologa dell’Università del Minnesota, hanno pubblicato uno studio dal titolo perfetto: The Shower Effect. Volevano capire se davvero il vagare della mente produce idee. La scoperta controintuitiva è questa: la noia totale non funziona. Quando si fa qualcosa di mortalmente noioso, tipo guardare la vernice che asciuga, la mente vaga, sì, ma in modo improduttivo. Le idee buone arrivano durante attività moderatamente coinvolgenti: una passeggiata, lavare i piatti, fare giardinaggio, la doccia appunto.
La differenza è cruciale. Serve un’attività che occupi quel tanto che basta da impedire alla mente di sprofondare nel nulla, ma non così tanto da inchiodare l’attenzione. Un equilibrio tra pensiero focalizzato (troppo rigido per essere originale) e associazioni libere (troppo casuali per essere utili).
Tradotto: il divano con lo sguardo nel vuoto non è il luogo delle grandi idee. La passeggiata serale sì. Quindi chi consiglia “non fare niente, che arrivano le intuizioni” ha torto. Bisogna fare qualcosa: solo la cosa giusta, al ritmo giusto.
Nota di colore: dopo lo studio, Irving è stato ingaggiato da Lush, la catena di cosmetici, per una campagna chiamata Power of the Shower. Un filosofo della mente diventato testimonial di saponette. La scienza ha i suoi modi di ringraziare.

Il mito del telefono che ruba il momento
Veniamo alla seconda frase, quella che fa sentire in colpa chiunque alzi lo smartphone davanti a un tramonto: “Stai fotografando invece di vivere.”
Qui il senso comune crolla quasi del tutto. E la storia scientifica è una piccola lezione su quanto sia pericoloso fermarsi al primo studio.
Atto primo. Nel 2014 Linda Henkel, psicologa della Fairfield University, documenta il photo-taking impairment effect: i visitatori di un museo ricordavano peggio gli oggetti che avevano fotografato rispetto a quelli che avevano solo guardato. Titolone perfetto: il telefono ruba i ricordi. Tutti felici di avere conferma scientifica del proprio moralismo.
Atto secondo. Nel 2017 un gruppo di ricercatori – Alixandra Barasch (Nyu), Kristin Diehl (Usc), Jackie Silverman (Wharton) e Gal Zauberman (Yale) – va a guardare meglio. E scopre che la faccenda è rovesciata: quando si sceglie liberamente di fotografare, si ricorda meglio ciò che si è visto, non peggio. Anzi: si ricordano meglio anche dettagli visivi di cose che non si sono fotografate. Il prezzo c’è, ma è altrove: peggiora la memoria di ciò che si è sentito. L’audioguida, i suoni, le parole. Fotografare sposta l’attenzione verso il visivo e via dal sonoro.
Atto terzo. Gli stessi ricercatori scoprono un’altra cosa: fotografare aumenta il piacere delle esperienze positive. Non lo riduce. Chi fotografa si immerge di più, perché guarda con più attenzione, cerca l’inquadratura, si coinvolge. Il telefono, in questo caso, non è una barriera verso il momento: è una lente che a quel momento avvicina.
Allora il “posa il telefono” è sempre sbagliato? No. C’è un confine preciso, ed è qui che il moralismo aveva fiutato qualcosa di vero senza saperlo spiegare. La differenza non è tra fotografare e non fotografare. È tra fotografare per sé e fotografare per gli altri. Scattare per fissare un ricordo proprio aumenta coinvolgimento e memoria. Scattare per postare, per la reazione altrui, per costruire la prova social di esserci stati: quello sì porta fuori dal momento, perché mentre si è lì si sta già pensando a un pubblico che non c’è.
E al lavoro?
A questo punto il lettore con la mente già in ufficio si starà chiedendo cosa c’entri tutto questo con il rientro di settembre. C’entra, e parecchio.
Si prenda lo shower effect. Se le idee migliori non arrivano né durante la concentrazione spinta né durante il vuoto totale, ma durante le attività a bassa intensità, allora c’è un problema strutturale nel modo in cui si lavora. La giornata del knowledge worker medio è spaccata in riunioni back-to-back, con ogni interstizio riempito da email e notifiche. Sono state eliminate sistematicamente proprio le condizioni che generano intuizioni: la passeggiata tra un impegno e l’altro, il tragitto, il momento morto. Non è che manchi il tempo per pensare. Manca il tempo del tipo giusto: quello moderatamente impegnato in cui la mente può vagare con un guinzaglio lungo. L’estate, in questo, non è una pausa dal lavoro produttivo: è un promemoria di una condizione che il calendario aziendale ha cancellato undici mesi l’anno.
E poi c’è la distinzione tra fotografare per sé e fotografare per gli altri, che è, sotto mentite spoglie, la stessa che separa il fare bene una cosa dall’apparire di averla fatta. Chi lavora con l’occhio fisso al pubblico interno – la slide che impressiona il capo, l’email cc’d alle persone giuste, il progetto pensato per come verrà raccontato più che per come funzionerà – è esattamente come chi fotografa il tramonto pensando ai like. Fuori dal momento, fuori dal compito, già proiettato sul giudizio di una platea. Il coinvolgimento autentico produce sia ricordi migliori che lavoro migliore. La performance per un pubblico produce, nel migliore dei casi, buone fotografie di un’esperienza non vissuta.
Cosa resta, a fine estate
Due frasi che sembravano saggezza popolare, due mezze verità che ci si racconta per sentirsi virtuosi. “Stacca e arrivano le idee” è vero solo se per “staccare” si intende muoversi, non vegetare. Il cervello creativo non ama il vuoto: ama la passeggiata.
“Posa il telefono e vivi” è quasi sempre falso, tranne quando il telefono lo si alza per gli altri invece che per sé. Non è lo strumento il problema. È a chi si pensa mentre lo si usa.
La morale, se proprio ne serve una, è poco adatta alle magliette motivazionali: il relax e la presenza – come il lavoro che vale – non sono questione di fare o non fare qualcosa. Sono questione di come, e soprattutto di per chi. Il che è molto meno instagrammabile di un “digital detox”, ma ha il vantaggio di essere vero.
Buone vacanze. E quella foto si può scattare senza sensi di colpa: basta che sia per sé.
Bibliografia
- Irving, Z. C., Mills, C., et al., The Shower Effect: Mind Wandering Facilitates Creative Incubation During Moderately Engaging Activities, Psychology of Aesthetics, Creativity, and the Arts, 2022 (pubblicazione su rivista 2024)
- Henkel, L. A., Point-and-Shoot Memories: The Influence of Taking Photos on Memory for a Museum Tour, Psychological Science, Vol. 25, Issue 2, 2014
- Barasch, A., Diehl, K., Silverman, J., & Zauberman, G., Photographic Memory: The Effects of Volitional Photo Taking on Memory for Visual and Auditory Aspects of an Experience, Psychological Science, Vol. 28, Issue 8, 2017
- Diehl, K., Zauberman, G., & Barasch, A., How Taking Photos Increases Enjoyment of Experiences, Journal of Personality and Social Psychology, Vol. 111, Issue 2, 2016
- Baird, B., Smallwood, J., et al., Inspired by Distraction: Mind Wandering Facilitates Creative Incubation, Psychological Science, Vol. 23, Issue 10, 2012
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* Laureato in ingegneria elettronica/sistemi informativi al Politecnico, Pierpaolo Muzzolon trascorre tutta la vita in aziende hi-tech e IT nel marketing e nella comunicazione, oggi è counselor in analisi transazionale, coach e trainer.
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