Sapere da dove arriva una batteria, di quali materiali è fatto un dispositivo, se un oggetto può essere riparato o come va smaltito un pneumatico: sono informazioni che oggi restano quasi sempre invisibili al consumatore e frammentate lungo la filiera. L’Unione Europea punta a renderle accessibili con la semplice scansione di un QR code, e ha appena posato il primo mattone dell’infrastruttura che dovrà sostenerle. In questi giorni infatti la Commissione ha reso operativo il registro dei passaporti digitali del prodotto, tassello tecnico indispensabile perché il sistema possa funzionare su scala europea.

Che cos’è il passaporto digitale di prodotto

Il passaporto digitale del prodotto (Dpp nell’acronimo inglese Digital Product Passport) è in sostanza una carta d’identità elettronica associata a un bene materiale, a un componente o a un materiale, definita dal Regolamento Espr (UE 2024/1781). Raccoglie le informazioni che ne documentano la sostenibilità, ne favoriscono la circolarità e ne attestano la conformità alle norme. A seconda della categoria merceologica può contenere dati sulla sicurezza, sull’origine, sui materiali impiegati, sulla riparabilità, sulle prestazioni ambientali, sulle possibilità di riutilizzo e riciclo, oltre alle istruzioni per l’uso.
L’accesso avviene attraverso un supporto dati fisico applicato al prodotto, alla confezione o ai documenti che lo accompagnano: nella pratica, come accennato un QR code o una tecnologia analoga, scelta in base alle caratteristiche dell’oggetto. Inquadrandolo, ciascun soggetto raggiunge le informazioni di propria competenza: il consumatore quelle utili all’acquisto e alla manutenzione; chi opera lungo la catena del valore quelle necessarie al proprio lavoro; le autorità pubbliche quelle che servono a verificare la regolarità. Tutti i passaporti, inoltre, sono progettati per essere interoperabili tra loro.

Cos'è il Digital Product Passport
Cos’è il passaporto digitale dei prodotti

A cosa serve il Dpp e quali problemi risolve

Dietro l’iniziativa c’è la volontà di risolvere una difficoltà concreta, misurata dalla stessa Commissione: oltre due terzi degli europei dichiarano di far fatica a riconoscere le opzioni davvero sostenibili e di nutrire scarsa fiducia nelle informazioni ambientali che trovano sulle confezioni. Al tempo stesso il 77% dei cittadini dell’Unione preferirebbe riparare un oggetto piuttosto che sostituirlo con uno nuovo, ma spesso non dispone dei dati per farlo. Il passaporto digitale nasce per colmare questa asimmetria informativa.
I benefici attesi vanno però oltre il singolo acquisto. La Commissione punta a una maggiore tracciabilità lungo le catene del valore, a modelli di business circolari più facili da sostenere, a una migliore interoperabilità dei dati di prodotto tra i diversi quadri normativi e a un contrasto più efficace delle merci non conformi, con ricadute sulla tutela della salute, della sicurezza e dell’ambiente. In prospettiva, l’obiettivo è che i prodotti restino di valore più a lungo e che le risorse vengano impiegate in modo più efficiente.

Il registro dei Dpp, un indice non un archivio

Qui entra in gioco il registro appena attivato. Il registro non è il luogo dove finiscono i dati dei prodotti: è l’indice centrale europeo che tiene traccia dell’esistenza dei passaporti. Conserva gli identificativi univoci, i dati di registrazione e i metadati di alto livello, mentre le informazioni complete restano in capo agli operatori economici, che possono ospitarle direttamente o affidarsi a fornitori di servizi specializzati.
La scelta configura un’architettura deliberatamente decentralizzata: un unico punto di riferimento pubblico a livello europeo per sapere che un passaporto esiste ed è valido, e una responsabilità diffusa sui contenuti, che restano presso chi immette il prodotto sul mercato. Il registro ospita inoltre la componente tecnica del sistema (modelli di dati, strutture e definizioni semantiche) che serve a garantire un utilizzo omogeneo delle informazioni. Un regolamento di esecuzione ne fissa il quadro operativo: gestione degli accessi, verifica degli utenti, modalità di registrazione dei dati, requisiti di conservazione e architettura tecnica.

Come funziona il passaporto
Come funziona il passaporto digitale dei prodotti

Come funziona il registro

Il meccanismo è articolato in pochi passaggi. L’operatore economico raccoglie le informazioni richieste dalla normativa applicabile e registra il passaporto nel registro, insieme ai metadati previsti, mentre il corredo informativo completo resta archiviato presso l’operatore o presso il fornitore di servizi. A quel punto il sistema genera un identificativo unico di registrazione, il codice che collega in modo stabile l’oggetto fisico al suo “gemello documentale”. Nessun prodotto può essere immesso sul mercato europeo prima di aver completato questa procedura: vale per quelli fabbricati nell’Unione come per quelli importati. L’ultimo anello è il controllo. Le autorità doganali potranno verificare per via elettronica che una merce in arrivo disponga di un passaporto regolarmente registrato e che sia stato indicato il codice della merce, prima di autorizzarne l’immissione in libera pratica. Le autorità di vigilanza del mercato, dal canto loro, avranno accesso facilitato ai passaporti registrati per le proprie attività di verifica. È la funzione meno visibile del sistema, ma probabilmente quella con l’impatto più immediato sulla concorrenza tra imprese.

Le tappe, si parte con le batterie

La base giuridica dell’intero impianto è il regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, che copre settori come tessile, siderurgia, alluminio, pneumatici, mobili, tecnologie dell’informazione e prodotti connessi all’energia. A questi si affiancano i comparti disciplinati da normative dedicate, come prodotti da costruzione, giocattoli e detergenti. I requisiti specifici, per ciascuna categoria, vengono definiti da atti delegati o da provvedimenti settoriali autonomi.

Digital Product Passport – Le tappe

Il calendario è scaglionato. Il primo appuntamento vincolante è fissato al 18 febbraio 2027, quando il passaporto diventerà obbligatorio per alcune tipologie di batterie: quelle dei veicoli elettrici, dei mezzi di mobilità leggera e delle applicazioni industriali. Nel quarto trimestre di quest’anno è atteso l’atto delegato per ferro e acciaio, mentre nel 2027 toccherà ai materiali da costruzione, ai fornitori di servizi di passaporto e, tra terzo e quarto trimestre, a tessili, alluminio e pneumatici. Il 2028 è l’anno dei mobili, il 2029 quello di materassi e contenuto riciclato.
La scelta di partire dalle batterie non è casuale. Si tratta di una filiera strategica per la transizione energetica, ad alta intensità di materie prime critiche e fortemente dipendente dall’estero: nel 2024 la capacità produttiva europea copriva appena il 21,4% della domanda stimata nell’Unione. Tracciare origine, composizione e destino di questi componenti significa quindi presidiare un punto sensibile tanto sul piano ambientale quanto su quello dell’autonomia industriale.

Come prepararsi

Consapevole della complessità dell’adeguamento, soprattutto per le imprese di dimensioni minori, la Commissione ha affiancato al registro una serie di strumenti di accompagnamento: un servizio di helpdesk raggiungibile via email e telefono nella fascia diurna, un ambiente di test in cui provare funzionalità e procedure senza incidere su dati e processi reali, e una guida operativa per gli operatori economici che illustra come registrare un’organizzazione e gestire i passaporti. A completare il quadro, un sito dedicato che raccoglie orientamenti, documentazione tecnica e materiali di supporto.
La finestra per prepararsi è aperta ma non illimitata, e chi produce o importa batterie ha poco più di un anno e mezzo davanti. Per i consumatori, invece, l’impatto si vedrà gradualmente, uno scaffale alla volta, man mano che i codici QR sulle confezioni smetteranno di rimandare a una pagina promozionale e cominceranno a raccontare che cosa c’è davvero dentro un prodotto.

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