Mondo e Italia. Il lavoro sta cambiando nelle piccole e medie imprese, spinte dalla tecnologia che evolve rapidamente. Sempre l’AI è il primo acceleratore del cambiamento per definire nuovi modelli di crescita, che porta i professionisti a investire in nuovi progetti trasformandosi in “founder”.

E’ la prima evidenza che emerge dal Work Change Report, condotto da Censuswide per Linkedin, partendo dai segnali delle oltre 18 milioni di piccole e medie imprese presenti sulla piattaforma a livello mondiale. Coloro che si definiscono “founder”, aggiungendo questa nuova qualifica al loro profilo, sono cresciuti del 60% in un anno (2025 vs. 2024) con una velocità doppia rispetto al 2022.

E se nel mondo, nei dieci mercati analizzati dal report, 1 professionista su 5 è disponibile a lavorare in proprio in un prossimo futuro, in Italia l’andamento è accelerato: quasi 4 dipendenti su 10 (39%) delle piccole imprese affermano che l’arrivo dell’AI li ha spinti a prendere in considerazione percorsi imprenditoriali prima inesplorati. Nuove opportunità dove la differenza non è solo l’adozione dell’AI, ma la capacità di gestire la velocità con la quale viaggia acquisendo nuove competenze.

La spinta verso nuovi percorsi di carriera in Italia
La spinta verso nuovi percorsi di carriera in Italia (fonte: Work Change Report, Censuswide per Linkedin, 2025)

Guardiamo le differenze.

Mondo: l’85% delle piccole imprese nei mercati globali fa uso dell’AI, a testimoniare che non è più questione di “se” adottarla ma quando e quanto velocemente farlo.

Italia: Il 56% dei lavoratori delle piccole e media imprese ritiene che l’AI sia uno strumento che migliorerà la loro vita lavorativa quotidiana. 
Due utilizzi già oggi. Avanzato, per il 22% dei dipendenti che dichiara di utilizzare autonomamente l’AI per attività di analisi dati, definizioni di nuova processi, automazione con Agenti AI. Funzionale, per il 31% dei dipendenti che la usa per accelerare attività quotidiane come scrittura email, sintesi, appunti o ricerca. 

L’impatto tocca diversi ambiti aziendali, in primis l’automazione di attività ripetitive e la realizzazione di contenuti per customer service, marketing, recruiting: il 70% dei responsabili marketing delle piccole e medie imprese italiane ritiene che l’AI li aiuterà a competere con player più grandi, anche in mercati prima inaccessibili proprio perché la disponibilità di insight sui dati aiuta a definire strategie data driven con maggiore velocità, emulando un approccio tipico delle grandi aziende. Ma senza competenze adeguate per governare l’AI non si va lontani, da qui si registra un’importante spinta sulla formazione.

Italia: le skill AI per dipendente sono cresciute del 54% anno su anno nelle aziende con 11-50 dipendenti, mentre sono cresciute del 39% nelle grandi aziende (con più di 1000 dipendenti). Fa la differenza l’approccio illuminato del datori di lavoro: il 44% dei dipendenti nelle piccole imprese sta imparando a integrare l’AI nel proprio flusso di lavoro grazie alla formazione aziendale.

ITA Img. SMB_AI literacy e apprendimento_DEF
Come i dipendenti avvicinano le competenze AI (fonte: Work Change Report, Censuswide per Linkedin, 2025)

Tuttavia, questa formazione va governata meglio perché il 36% dei professionisti nelle piccole imprese italiane non sa quali competenze saranno determinanti per la crescita della propria carriera in futuro.
Un dubbio che non riguarda solo le competenze legate all’AI che i dipendenti avvicinano preferibilmente con tre percorsi: formazione virtuale e tutorial (24%), progetti reali e assignment (23%), apprendimento da esperti del settore (22%). 

Sono noti anche i rischi.

La mancanza di fiducia al primo posto. Questa deve essere costruita nelle attività di marketing automatizzate: il rischio di esser poco originali e privi di autenticità spinge il 77% dei marketer delle Pmi a ritenere importante usare voci umane reali e lavorare sulla reputazione del brand. Il 64% dei marketer italiani non accetta più le informazioni “per buone”, ma le verifica attraverso le proprie reti professionali e sociali dando peso a clienti e partner (56%), esperti e leader del settore (45%), creator e influencer (44%). “L’opinione di chi ha potuto testare con mano, in prima persona, un bene o un servizio è ancora quella in grado di conferire più autorevolezza e di orientare di più verso la fiducia”, precisa il report. E la rete di relazioni – che generalmente cresce meno per chi lavora nelle piccole aziende (+8%) rispetto alle grandi imprese (+10%) – è centrale per accrescere la fiducia e generare contatti di assunzione, per raccogliere consigli sulle strategie future a tal punto che i professionisti per prendere decisioni contano sul parere della propria rete professionale (40%), amici e famiglia (37%), motori di ricerca (27%), leader di settore (26%).

“Il passo successivo per le piccole imprese sarà passare dalla sperimentazione all’adozione”. Un percordo che crea nuove opportunità ma per scalare le Pmi devono fare forza su tre leve strategiche: investire in AI per automatizzare le attività ripetitive, dal recruiting alla creazione di contenuti, e sostenere l’upskilling interno. Costruire un brand forte attraverso la relazione di fiducia con la propria community che rafforzare la credibilità. Trasformare questa relazione in un vantaggio competitivo per espandere in modo strategico la strategia e prendere decisioni più rapide e informate. “Insieme, queste tre leve stanno emergendo come i nuovi motori di crescita per le piccole imprese. Una rete più forte significa un business più forte”. Una regola che non vale solo sul lavoro ma che è alla base delle relazioni quotidiane. Una rete più forte… 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi l'articolo: