Recitano le pagine Web di Siae: “La copia privata è il compenso che si applica sui supporti vergini, dispositivi di registrazione e memorie digitali che permettono di effettuare copie ad uso privato di opere protette dal diritto d’autore. La copia privata permette al consumatore di riprodurre legalmente opere audio e video protette da diritto d’autore per solo uso personale e da fonti legittime. Il compenso per copia privata è un importo forfettario per compensare gli autori e tutta la filiera dell’industria culturale della riduzione dei loro proventi dovuta alle copie private di opere protette dal diritto d’autore. L’entità del compenso tiene conto del fatto che sui supporti si possa registrare anche materiale non protetto dal diritto d’autore (le opere di pubblico dominio)”.

Basterebbero queste poche righe a far comprendere che l’equo compenso applicato al cloud storage è di fatto una doppia tassa “ingiustificata”. Semplicemente perché i supporti di memoria su cui le identità cloud salvano i file sono già tassati e pagano “l’equo compenso”. Non solo: pubbliche amministrazioni e aziende di fatto non salvano in cloud materiale protetto da quel diritto che la legge vorrebbe tutelare, ma che in verità corre il rischio di danneggiare.

Il decreto firmato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli nella serata del 23 febbraio 2026 aggiorna le tariffe del compenso per copia privata con incrementi anche superiori al 15% e, come detto, estende il meccanismo pure ai servizi di cloud storage. E in questo modo riaccende un dibattito mai spento.

A muoversi in prima linea e in direzione contraria ai provvedimenti è, tra le altre associazioni e realtà produttive, Anitec-Assinform che denuncia in modo esplicito di essere stata tenuta fuori dal processo decisionale: le ripetute richieste di confronto avanzate con il Ministero e con gli uffici competenti non hanno ricevuto riscontro, lasciando ai margini proprio le imprese chiamate a sostenere il compenso. L’Associazione ribadisce che la tutela del diritto d’autore è un principio fondamentale, ma “non può tradursi in strumenti ormai superati rispetto al funzionamento dell’economia digitale”. Particolarmente criticata è proprio l’introduzione del compenso sul cloud storage, che secondo Anitec rischia di trasformarsi in una vera e propria tassa sul cloud, capace di penalizzare gli investimenti in innovazione e creare ulteriori oneri lungo la filiera tecnologica, fino a ricadere sui consumatori.

Paola Generali Presidente Assintel
Paola Generali, presidente Assintel

Alla luce di questo quadro poi, Anitec-Assinform ritiene necessario aprire immediatamente un confronto a livello politico per individuare soluzioni più coerenti con l’evoluzione tecnologica, con il quadro normativo europeo e con le esigenze di imprese e consumatori.

In linea critica anche Paola Generali, presidente di Assintel: “Colpire indiscriminatamente lo storage cloud significa introdurre un onere parafiscale su un’infrastruttura abilitante per competitività e innovazione. È una misura incoerente con le politiche di digitalizzazione e con la Strategia Cloud, e rischia di aggravare i costi per imprese e professionisti ]…[“. Il provvedimento rischia di muoversi in una direzione sempre più distante dall’evoluzione tecnologica e dalle modalità con cui oggi i contenuti vengono effettivamente fruiti.

Allineata con Assintel anche l’Aiip, l’Associazione Italiana Internet Provider, che insiste in particolare sui danni di un prelievo periodico per la memoria in cloud o spazio di memorizzazione in cloud, con un compenso mensile calcolato per gigabyte e per utente e un tetto massimo mensile per utente, oltre a obblighi dichiarativi e amministrativi a carico dei fornitori e degli operatori della filiera, di fatto trasformando con un colpo di penna un’imposizione una tantum in un’imposizione ricorrente.

Giuliano Claudio Peritore
Giuliano Claudio Peritore, presidente Aiip

Con lo sconcerto di Giuliano Claudio Peritore, presidente Aiip che insieme ad Assintel valuta un ricorso volto a tutelare imprese e utenti. “]…[ Le anticipazioni di agosto vengono confermate senza modifiche sostanziali. Nel momento in cui timidamente si sta parlando di supportare il cloud nazionale ed europeo, nell’ottica della sovranità digitale, il prelievo sul cloud storage rischia di trasformarsi in una doppia imposizione e in un freno agli investimenti digitali italiani”.

Il buon senso comune porta inoltre a commentare che anche la tassa su Cd, Dvd, supporti Usb non dovrebbe sussistere in relazione alle motivazioni per cui è nata, con l’ecosistema digitale votato allo streaming e meccanismi per cui la tassazione sui diritti (legge del 1941) è già ben definita.
Il legislatore agirebbe in modo più coerente riscrivendo una legge ad hoc ed esplicitando allora semplicemente la volontà di tassare il consumo di bit e byte ovunque essi si trovino e qualsiasi sia il loro utilizzo ed ovviamente, insieme, – come è già ora – anche qualsiasi dispositivo in grado di consentire la gestione di bit e byte: cloud, lettori Cd e Dvd, smartphone, televisori, etc.etc.. Stiamo semplicemente esplicitando un’idea senza senso che però alla fine è quella percepita da consumatori e aziende e che sembra già la linea guida attuale. 

Quanto sta accadendo fa sorridere con amarezza. Anche perché i sistemi per “evitare” il pagamento della tassa, attraverso meccanismi di esenzione per “uso professionale”, richiedono una produzione di documentazione tale da rendere economicamente molto più conveniente pagare subito il “balzello” anziché impelagarsi nelle procedure. Alla faccia delle volontà di “semplificazione”.

Non solo, il rischio, più volte segnalato dagli analisti, è che nella catena commerciale il compenso non resti confinato all’importo nominale: dopo l’inserimento nel valore del prodotto o del servizio, la cifra può continuare a crescere nei successivi passaggi di vendita e si somma all’Iva, con un aggravio per il consumatore finale che può superare significativamente la tariffa netta.
Quello che serve veramente quindi è una reale concertazione per studiare una possibile evoluzione del diritto d’autore semplificatoria ma non “a spanne”, ripensata per come è ora l’ecosistema digitale, che vada ben oltre l’idea sottostante gli attuali regolamenti. Così come è “decretata” ora, la protezione del diritto d’autore pare semplicemente una tassa sul digitale tout court. Sul fatto che contenuti, dati, etc.etc. finiscono in “uno e zero” e questo vada tassato. Al limite della follìa.

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