Il mercato del cloud computing continua a crescere, anzi, tra i digital enabler (gli abilitatori della trasformazione digitale) è quello che cresce a ritmi più elevati.

I dati Anitec-Assinform (Digitali per crescere 2019) documentano un tasso medio annuo di crescita del 22%, da qui fino al 2021 mentre già oggi il cloud vale 2.702 milioni di euro nelle sue diverse componenti pubblica, ibrida e privata.

Se si escludono le architetture di cloud privato (circa 400 milioni di euro il valore specifico) la fetta più grande del mercato è rappresentata dai servizi IaaS (52,1%), con il peso raggiunto dalle piattaforme SaaS pari al 42,6% e non solo grazie agli applicativi di produttività individuale, ma anche per quelli core aziendali.

Si tratta di dati che aiutano in modo chiaro a capire come pensare al cloud, ma senza comprenderne le sfaccettature e quindi le potenzialità, è l’approccio sbagliato. Soprattutto in un momento come quello attuale in cui è urgente cambiare, razionalizzare ed ottimizzare le risorse IT. Certo, per ridurre i costi, ma soprattutto per abilitare capacità applicative e sviluppare il potenziale della propria realtà, che poi è l’essenza della trasformazione digitale.

A questo scenario i numeri di Idc aggiungono che a livello globale il 37% delle aziende già oggi adotta una strategia cloud first e il 75% un approccio cloud also per un valore complessivo di mercato superiore a 210 miliardi di dollari.

Everything as a Service

Tra i più grandi vantaggi offerti dal cloud computing c’è la possibilità di sfruttare le risorse IT che servono al business senza doverle acquistare e pagare per l’utilizzo che se ne fa. E’ il modello Everything as a Service.

Intendiamo sottolineare la possibilità di accedere a risorse di computing, storage e networking (IaaS) tramite istanze virtualizzate, di poter “affittare” allo stesso modo non solo risorse ma anche ambienti completi già configurati – per esempio per lo sviluppo software – e pronti a girare su hardware gestito (PaaS), così come di poter sfruttare software dedicati per ogni ambito di utilizzo aziendale (SaaS).

E questo modello di Software as a Service (SaaS) è quello che ha visto realizzare le migrazioni più significative al punto che oggi l’erogazione di software applicativi come quelle Crm in cloud supera le scelte on-premise.

Come documentano i dati Gartner, entro il 2022 circa il 40% del software applicativo delle aziende risiederà nel cloud. E lo stesso si potrà dire del 30% dei servizi di Business Process Outsourcing, del 22% dell’hardware e del 20% del software infrastrutturale.

Capire il cloud per scegliere 

Oltre a questa distinzione è importante comprendere anche caratteristiche, limiti e potenzialità di cloud pubblico, privato e ibrido.
Si parla di cloud pubblico quando l’accesso all’infrastruttura composta da server e dischi per l’archiviazione o, a seconda dei casi, appliance, sistemi iperconvergenti, etc. è ampiamente condiviso, o comunque non esclusivo.

L’espressione cloud pubblico viene spesso usata in modo semplicistico per riferirsi ai grandi data center hyperscale di fornitori come Aws, Microsoft e Google. Infatti opera sul mercato anche una costellazione di attori minori con offerte simili – pur con alcuni limiti in termini di scalabilità e/o funzionalità –  che offrono però una vicinanza maggiore ai clienti e servizi di consulenza più accurati (tra questi Erptech). E per tante realtà è proprio la vicinanza del tutto strategica a consentire di fare bene.

Il cloud privato invece sottintende l’esclusività delle risorse utilizzabili, magari in spazi data center di co-location, dove le proprie risorse beneficiano di un ambiente standard comune, assieme alle risorse di altre realtà, ma in cui i reponsabili IT hanno pieno controllo (vantaggi e oneri) sull’infrastruttura scelta.

Il mercato cloud in Italia (Fonte: NetConsulting cube, 2019)
Il mercato cloud in Italia (Fonte: NetConsulting cube, 2019)

In un modello ibrido infine si può scegliere di disporre di un mix di risorse on-premise e in cloud, gestibili però non come silos ma come un unico ambiente, in modo – all’occorrenza – da poter tenere parte dei dati (magari quelli più sensibili) “in casa”, ma eseguire anche impegnative elaborazioni e sviluppo di applicazioni nel cloud.

Vantaggi e svantaggi

Nella scelta di un modello di cloud privato è evidente come il pieno controllo sulle scelte hardware e di deployment – così come avere i dati “sotto controllo” da punto di vista geografico (pur con una scelta cloud) – rappresentino tanti vantaggi. Possono però lievitare i costi infrastrutturali come quelli necessari per maintenance e protezione, rispetto al modello pubblico. Non sono evitabili alcuni Capex e nel complesso cresce il Tco per le risorse, le spese di aggiornamento, l’adozione di soluzioni di disaster recovery preferibilmente su un sito secondario.

La proposta di un modello cloud pubblico, invece, è evidente come possa essere abbracciata in tempi rapidissimi (scegliendo risorse e servizi addirittura da una consolle software), sia disimpegnativa rispetto alle problematiche di manutenzione, aggiornamento e scelta infrastrutturale (si scelgono le prestazioni e i requisiti non tanto il “ferro” necessario per ottenerli) e permetta di scalare per prestazioni e volumi di carico semplicemente on-demand.

Si può immaginare però anche come sia necessario, in questo caso, tenere sotto controllo il “billing” e la sicurezza, perché è oggettivamente facile “perdere” il controllo sui servizi attivi, così come sulle policy di accesso degli stessi. Per certi aspetti, l’agnosticismo rispetto all’hardware utilizzato per far funzionare i servizi richiede almeno la capacità di curare i Service Level Agreement con attenzione.

Non esiste, sia chiaro, una ricetta valida in modo univoco per ogni azienda, così come pensiamo riduttivo scegliere risorse di cloud pubblico o ricorrere al cloud privato a seconda delle dimensioni aziendali, con le aziende grandi a preferire il cloud privato e le medie e piccole gli “abbonamenti” ai servizi.

Pensiamo invece, e il mercato conforta la nostra opinione, che in futuro sia sempre più importante sapersi orientare tra diversi modelli cloud, a seconda dei workload che si intende indirizzare.

Quello che vediamo delinearsi infatti è la scelta di cloud multipli, da qui il nome multicloud, in cui nessun cloud provider può dichiarare di essere “best of breed”. Non è sbagliato quindi pensare ad uno scenario multicloud come alla via più naturale percorribile. Secondo Idc, infatti, 7 aziende su 10 tra quelle che hanno già compiuto una scelta cloud adottano servizi cloud multipli ( in Europa si muove così il 67 percento di esse, un dato nel complesso in linea con il trend globale).

Cloud computing, serve un approccio progettuale

Ecco allora che diventa strategica la scelta di un approccio progettuale. Approccio che necessariamente vive di competenze. Appoggiarsi a una società di servizi IT che eroghi hosting e cloud infrastrutturale con offerte convenienti dal punto di vista dei costi (eventualmente anche senza risorse cloud dedicate al singolo cliente) ma che sappia anche fornire consulenza nella definizione dei progetti e supporto nell’implementazione, è questa sì la via maestra per iniziare. Lo è soprattutto per le nostre piccole e medie imprese con marcate specificità di business e spesso carenze di skill interne che non potrebbero intraprendere un percorso di trasformazione digitale. 

E’ necessario “fotografare” la situazione aziendale, e chiarire gli scopi da raggiungere (al di là del risparmio e della flessibilità derivanti da una scelta cloud) e poi confrontare le offerte disponibili sul mercato. L’azienda può avere in atto progetti di trasformazione digitale con workload impegnativi da indirizzare in un modo, ma la scelta di quella modalità molto probabilmente sarà del tutto inadeguata per altri task.

O ancora, è possibile che uno specifico business abbia bisogno di operare su dati sensibili in un settore regolamentato (Gdpr, privacy etc.) e quindi il cloud debba presentarsi con determinate caratteristiche, così come invece si dovranno fare altre scelte per valorizzare i dati in produzione sfruttando le alte capacità di elaborazione dei motori di AI e machine learning che solo una scelta di risorse nel cloud pubblico può soddisfare.

Quello in cloud è indubbiamente un “viaggio”. Non prevede ricette preconfezionate, ma allo stesso tempo è difficile sostenere che non ci sia una soluzione cloud in grado di soddisfare un bisogno specifico.

Bisogna sapere scegliere bene con chi intraprendere il percorso, tanto più perché necessariamente ogni business nei prossimi anni subirà profondi cambiamenti e non si tratterà di operare scelte univoche, quanto piuttosto di scegliere risorse (private e non), servizi, piattaforme e software magari da ambienti eterogenei, spremendo il meglio da ognuno di essi.

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