Ricerche fatte solo qualche mese fa possono rischiare di sembrare superate se si guarda a quanto sta accadendo nel mondo quotidianamente, alle assurde nuove guerre con conseguenze umanitarie, politiche ed economiche.
Ma rimangono al momento l’unico strumento chiave per cercare di comprendere a che punto siamo oggi, valutando le intenzioni dei Ceo per il 2026, tirati tra l’incertezza costante di scenari macroeconomici e la necessità di rimanere sul mercato affidandosi anche alle nuove tecnologie, in particolare all’intelligenza artificiale.
Lo spaccato che vi raccontiamo oggi è quello della ricerca Pwc 2026 Global Ceo Survey, arrivata alla 29esima edizione, che raccoglie le risposte di 4.454 Ceo in 95 paesi, consapevoli di muoversi in una ambiente complesso.
La sintesi è schietta: la fiducia dei Ceo nelle prospettive di fatturato ha toccato il minimo storico degli ultimi cinque anni.
Solo tre Ceo su dieci (30%) sono fiduciosi sulla crescita del fatturato nel 2026, in calo rispetto al 38% del 2025 o al 56% del 2022. “Si dice spesso che i leader di successo abbiano bisogno sia di un microscopio che di un telescopio per identificare le minacce a breve termine e individuare al contempo le opportunità a lungo termine. Questa tensione tra orizzonti temporali diversi è un tema ricorrente nella 29esima Global Ceo Survey di Pwc“ esordisce la ricerca. Una tensione che mostra come i Ceo risultino focalizzati per il 47% del loro tempo su un orizzonte temporale prossimo, inferiore a un anno, e per meno del 16% del loro tempo su decisioni che guardano al futuro, oltre ai cinque anni. Che quadro ne esce?
I Ceo sono significativamente meno fiduciosi nelle prospettive di crescita a breve termine, più preoccupati per una serie di minacce, tra cui la volatilità macroeconomica, il rischio informatico e i conflitti geopolitici. Ma allo stesso tempo, stanno cercando di valutare opportunità a lungo termine per entrare in nuovi settori o riconfigurare gli esistenti, attenti a calibrare gli investimenti in innovazione. Qui l’intelligenza artificiale trova spazio nelle loro strategie, pur non comprendendo ancora appieno i ritorni economici. “In periodi di rapidi cambiamenti, l’istinto di rallentare è comprensibile, ma è anche rischioso – precisa Mohamed Kande, presidente di Pwc Global -. Il valore in gioco nell’economia globale sta aumentando e la finestra per coglierlo si sta restringendo. Le aziende che avranno successo saranno quelle disposte a prendere decisioni coraggiose e a investire con convinzione nelle competenze più importanti”.
Qualche dato sull’investimento in AI a livello globale
Il fattore tempo è determinante: chi si muove rapidamente sull’innovazione ha migliori chance di business. Ma sebbene quasi un terzo dei Ceo (30%) registri un aumento dei ricavi derivanti dall’intelligenza artificiale negli ultimi 12 mesi e un quarto (26%) stia registrando una riduzione dei costi (contro il 22% che stima un aumento), la maggior parte delle aziende, il 56%, afferma di non aver riscontrato finora alcun vantaggio finanziario significativo.
Chi è cresciuto grazie all’AI sta continuando ad adottarla ma per il 42% dei Ceo la principale preoccupazione è sapere tenere il passo con la velocità di evoluzione dell’AI stessa, ben al di sopra delle preoccupazioni riguardo la capacità di innovare in senso lato e la sostenibilità a medio-lungo termine (29%).
Il divario tra le aziende che sperimentano l’AI e quelle che invece la implementano marca una netta divisione tra chi cresce e chi no. I Ceo che ci hanno creduto, gettando le basi per un uso dell’AI responsabile e integrata a livello aziendale, hanno tre volte in più la probabilità di ottenere rendimenti finanziari significativi, con margini di profitto superiori di quasi quattro punti percentuali rispetto a chi non l’ha fatto.
Ma investire in AI non è solo un tema di budget ma anche di fiducia (“molte aziende stanno ancora lottando per andare oltre i progetti pilota”, precisa Kande) che cala con l’intensificarsi dei dazi (20%) e dei rischi informatici (percepiti dal 31% dei Ceo rispetto al 24% dello scorso anno e al 21% di due anni fa).
Per questo la cybersecurity rimarrà un ambito di spesa anche per il 2026: l’84% dei Ceo afferma di voler rafforzare la propria postura di sicurezza aziendale come risposta al rischio geopolitico. Si confermano in leggera crescita le preoccupazioni legate alla volatilità macroeconomica (31%), alla disruption tecnologica (24%) e alla geopolitica (23%), mentre le preoccupazioni relative all’inflazione sono leggermente diminuite (dal 27% dell’anno scorso al 25%).
In questo scenario la via d’uscita del Ceo è quella di “reinventare” il proprio business, una strategia essenziale per la crescita. Quattro aziende su dieci (42%) affermano che la propria azienda ha iniziato a competere in nuovi settori negli ultimi cinque anni e tra le aziende che stanno valutando di crescere per acquisizioni, il 44% prevede di investire in settori diversi dal proprio, valutando in particolare aziende di tecnologia.
Guardiamo qualche dato a livello italiano
L’ottimismo dei Ceo in Italia è di gran lunga superiore a quello evidenziato dalla ricerca a livello mondiale: guardano con ottimismo il futuro il 62% dei Ceo, con una previsione di crescita dell’economia globale nei prossimi 12 mesi. Ma se a livello mondiale i timori maggiori riguardano rischi informatici (31%) e volatilità macroeconomica (31%), in Italia il cambiamento tecnologico si conferma la principale preoccupazione (seguito da dazi, rischi informatici, scarsità di competenze e inflazione).

Rispetto al 42% dei Ceo mondiali che temono di non tenere il passo con la trasformazione tecnologica, in Italia il timore è sentito dal 53% dei Ceo, esprimendo nel 34% dei casi anche dubbi sulla propria capacità innovativa.
Per quanto riguarda l’implementazione dell’AI il gap con i dati globali è evidente: in Italia c’è meno attrattività della domanda (lo pensano il 54% dei Ceo vs 46% globale), meno sviluppo di prodotti (60% vs 47%), meno impiego dell’AI per definire la direzione strategica aziendale (68% vs 53%). Circa 3 Ceo su 4 (78%) non osserva ancora benefici dovuti all’AI su costi e fatturato (vs 56% a livello globale). E sebbene quasi la metà dei Ceo (49%) riconosca nell’innovazione un pilastro strategico, solo il 16% dispone di un centro di innovazione adeguato per governarla e gestirla, vuoi per mancanza di competenze (46%) o per incapacità nel trasferire le conoscenze esistenti (37%).
Per i Ceo, l’incertezza sui ritorni dell’investimento in AI (31%) accanto alle preoccupazioni per la cybersecurity e la resistenza al cambiamento (27%) completano il quadro delle difficoltà nell’adozione dell’AI. Oltre alla mancanza di una cultura aziendale favorevole all’AI (27%, tre volte superiore alla media globale del 9%), l’assenza di una roadmap chiara per l’adozione dell’AI è un elemento che limita l’attrazione di nuovi profili (lo pensano il 40% dei Ceo). E cosi ne esce un quadro di “innovazione incompleta” – come la definisce Alessandro Caridi, Partner e Digital Innovation leader Pwc Italia – perché se le ambizioni delle aziende italiane sono elevate, l’innovazione è ancora immatura: solo il 25% dei Ceo testa nuove idee con i clienti, solo il 21% è disponibile a tollerare rischi di investimento in AI, solo il 20% dispone di processi strutturati per interrompere iniziative di R&S con performance insufficienti.
Secondo lo studio, i Ceo italiani ad oggi sentono meno l’esposizione ai conflitti geopolitici (13% in italia vs 23% a livello globale) ma ora siamo a un nuovo giro di vite.

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