Puntuale ad aprile arriva l’indice DiSI (Digital Sustainability Index) che ci dice quanto siamo sostenibili, perché – anche se meno sulla bocca di tutti rispetto a qualche anno fa – la sostenibilità non è moda o passeggera. Rimane sì tema di confronto politico con esperti e professori ma tocca soprattutto le corde di consumatori, gente e imprese.
Quanto davvero siamo consapevoli che le nostre scelte digitali siano sostenibili?

Sono i numeri che parlano più che gli intenti.

Il nuovo Osservatorio 2026“Dalla sovranità digitale alla sovranità cognitiva: uno spaccato dei consumatori italiani e delle microimprese” – parla chiaro introducendo uno sguardo nuovo: il confronto tra la domanda da parte dei cittadini e l’offerta da parte delle microimprese, superando la storica separazione tra l’analisi dei comportamenti dei consumatori e l’analisi delle dinamiche aziendali.
Un confronto che secondo Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale che ha realizzato la ricerca insieme all’Istituto di Studi Politici San Pio V e 
per la prima volta con Adiconsum Nazionale e Confcommercio, permette di comprendere non solo la direzione del mercato, ma come la domanda dei cittadini possa stimolare o frenare l’innovazione dell’offerta in ottica di sostenibilità.

“I dati dell’Osservatorio ci restituiscono una fotografia che dovrebbe far riflettere chiunque abbia responsabilità di policy industriale nel nostro Paese – precisa Epifani aprendo a Roma il convegno di presentazione della ricerca all’università La Sapienza -. La trasformazione digitale è il risultato di milioni di decisioni quotidiane che avvengono su due fronti simultanei, quello della domanda che riguarda scelte di consumo, scelte di fiducia, scelte di adozione di tecnologie e quello dell’offerta che afferisce alle decisioni di investimento in innovazione, tra cui le scelte di quali servizi offrire, di quali strategie di comunicazione adottare, in un contesto fortemente intermediato dalle piattaforme digitali”.

Con una precisazione importante, sottolinea Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V: “La dimensione digitale non è più un settore tra gli altri, ma la grammatica stessa entro cui si riconfigurano relazioni economiche, politiche e culturali. Il dato più significativo è proprio il paradosso che vede lo stesso individuo come cittadino interiorizzare la cultura della sostenibilità e dell’innovazione, ma come imprenditore operare secondo logiche che quella cultura la escludono”. Una frattura tra le due categorie chiave del sistema socioeconomico italiano.

Una precisazione sull’Indice DiSI 

L’Indice di Sostenibilità Digitale è la media tra l’Indice di Digitalizzazione e l’Indice di Sostenibilità: è un misura sintetica di quanto una persona o un’organizzazione navighi con consapevolezza il paradigma della sostenibilità digitale. Un valore alto di Sostenibilità Digitale non significa semplicemente che si usa molta tecnologia e che si è sostenibili: significa che esiste una consapevolezza e una capacità di integrazione fra i due fenomeni. 

La ricerca misura tre dimensioni attraverso identici indici per consumatori e imprenditori: Digitalizzazione (Dig), Sostenibilità (Sost), Sostenibilità Digitale (SostDig). Fonte: Osservatorio DiSI 2026
La ricerca misura tre dimensioni attraverso identici indici per consumatori e imprenditori: Digitalizzazione (Dig), Sostenibilità (Sost), Sostenibilità Digitale (SostDig), fonte: Osservatorio DiSI, 2026

“La sostenibilità digitale è un paradigma nel quale la dimensione digitale e quella della sostenibilità diventano inseparabili, costituendo un unico framework interpretativo del cambiamento economico, sociale e ambientale del XXI secolo”, dettaglia la ricerca.

Nel contesto di questo nuovo paradigma, la digitalizzazione non è vista come uno strumento neutrale rispetto alla sostenibilità o, peggio, qualcosa da rendere sostenibile. Piuttosto sono due le riflessioni: la tecnologia digitale è riconosciuta come l’abilitatore fondamentale della transizione ecologica perché senza automazione intelligente, analitiche avanzate, economia dei dati, le sfide della sostenibilità rimangono irrisolvibili su scala globale. Allo stesso tempo, la sostenibilità non è un ornamento aggiunto al progresso digitale ma la sua direzione costitutiva. “Un digitale privo di consapevolezza sostenibile produce effetti perversi: concentrazione di potere, consumo di risorse naturali, disuguaglianza, erosione della capacità umana di interpretare la realtà”, puntualizza Epifani.

Fonte: Osservatorio DiSI 2026
Sostenibili digitali sono coloro che hanno raggiunto una elevata consapevolezza e competenza sia in digitalizzazione che in sostenibilità, e che traducono questo nelle loro azioni quotidiane. Sostenibili analogici, coloro che hanno una consapevolezza e un impegno elevato nei confronti della sostenibilità, ma che hanno un basso livello di integrazione della tecnologia digitale. Insostenibili digitali, coloro che hanno integrato significativamente la tecnologia digitale nella loro vita, ma con scarsa consapevolezza dei problemi di sostenibilità e degli impatti ambientali delle loro Insostenibili analogici, coloro che hanno una bassa integrazione della tecnologia digitale e una bassa consapevolezza o impegno nei confronti della sostenibilità (fonte: Osservatorio DiSI, 2026)

Consapevolezza e sostenibilità cognitiva 

Il primo dato che emerge riguarda la nostra consapevolezza: il 29% dei consumatori italiani è consapevole dell’integrazione a maglia stretta fra digitalizzazione e sostenibilità, mentre solo il 21% dei titolari delle microimprese si trova allo stesso livello. I consumatori sono meno in ritardo (34%) rispetto alle microimprese, che nel 44% dei casi sono ancora in una fase analogica e insostenibile, una “condizione di doppio ritardo – digitale e di sostenibilità”. Se da una parte il dato ci dice che quasi un italiano su tre è oggi un consumatore Sostenibile Digitale, capace di scegliere non solo per prezzo o marca, ma per impatto ambientale, trasparenza e sicurezza dei dati, dall’altro sottolinea che meno di una azienda su quattro ha la stessa consapevolezza. “Un risultato che non basta – precisa Andrea Di Palma, segretario nazionale Adiconsum –. La consapevolezza deve essere una leva concreta di cambiamento del mercato, perché imprese e consumatori sono sullo stesso palcoscenico della transizione ecologica e digitale”. Ma per fare questo passaggio gli imprenditori delle piccole imprese hanno bisogno che qualcuno gli mostri concretamente cosa cambia, quanto costa, quanto rende: e che lo faccia nella sua lingua, nel suo territorio, con riferimenti al suo settore specifico.

“Siamo una comunità che cammina perché la sostenibilità non è un tema di moda ma una questione di sistema” precisa Epifani. Dobbiamo decidere come impatta sulla nostra vita e che riscontri ha nel progresso quotidiano della nostra società o nella sua involuzione, se guardiamo a quando succede al mondo tra guerre e politica. “Per questo si deve parlare di sovranità cognitiva, non è un concetto astratto. E’ la capacità collettiva di comprendere, interpretare, negoziare il mondo che ci circonda in modo autonomo, critico, con strumenti che siano davvero nostri. La sovranità cognitiva non passa solo dal controllo delle infrastrutture digitali o dalla capacità di governare i processi algoritmici. Passa dalla capacità di raccontarci i fatti del mondo con una prospettiva che sia la nostra. Di avere voci che interpretino la tecnologia a partire da una cultura, una storia, un sistema di valori che appartengano a questo paese. Oggi la sovranità è un elemento imprescindibile della sostenibilità che diventa apertura”.

Prezzi e impatto climatico

Impatta sulla disponibilità a fare scelte sostenibili il prezzo delle tecnologie e dei servizi. Il 64,7% dei consumatori dichiara di dare la priorità a prodotti sostenibili ambientalmente, ma solo se non costano di più. mentre per e imprese l’offerta sostenibile deve essere accessibile, comprensibile e proporzionata al prezzo richiesto.
Cosi come viene citato il cambiamento climatico come una delle emergenze da affrontare subito anche se con una attenzione diversa tra i consumatori (64,9%) e i titolari di micro imprese (45,6%), un divario che segnala una frattura valoriale profonda tra chi consuma e chi produce nel sistema economico italiano. “Si tratta di una frizione strutturale tra una domanda che si è mossa e un’offerta che non riesce a seguirla e il divario rilevato tra intenzioni e azioni, e tra capacità progettuale delle imprese e resistenza al cambiamento, rappresenta una delle sfide principali per il 2026”, precisa Epifani.

La percezione di consumatori e imprenditori sui temi chiave della sostenibilità. Fonte: Osservatorio DiSI 2026
La percezione di consumatori e imprenditori sui temi chiave della sostenibilità. Fonte: Osservatorio DiSI 2026

Quanto pesa l’AI

La principale barriera all’adozione dell’AI è tecnica e non cognitiva: nel 46,9% delle microimprese l’intelligenza artificiale non viene adottata perché non è chiaro a cosa serva nel proprio contesto. Non manca l’accesso agli strumenti: manca la capacità di riconoscere il problema che la tecnologia potrebbe risolvere.
L’AI secondo il
DiSI 2026 infatti non è ancora per tutti, la usano regolarmente il 38,5% dei consumatori digitali mentre solo il 3% dei consumatori analogici, poco inclini all’uso del digitale. Lo stesso vale per le imprese, dove l’uso regolare dell’AI  arriva al 28,5% tra i Digitali e si ferma al 4,4% tra gli Analogici, utilizzata principalmente per preventivi, offerte, comunicazione e marketing ma poco integrata nei processi. 
“Un’adozione che non coincide affatto con una normalizzazione piena dell’AI perché nel mondo delle microimprese il suo utilizzo è ancora marginale: il 53,9% dei titolari dichiara di non usarla affatto, il 24,6% di impiegarla occasionalmente per singole attività, il 20,3% la utilizza in modo regolare in alcune funzioni e solo l’1,2% la considera già integrata stabilmente nei processi di lavoro” precisa la ricerca.
Il freno all’adozione non è la paura ma la mancanza di chiarezza sull’uso concreto (46,9%), sui benefici economici e operativi (33%), considerando il suo impatto “sostanzialmente neutro” sulla propria azienda nei prossimi 3-5 anni. “Si delinea una dicotomia: se da una parte l’intelligenza artificiale è percepita come un’innovazione di valore, manca ancora la consapevolezza della sua centralità quale leva competitiva imprescindibile – conclude Stefano Epifani -. Il gap non è l’accesso alle tecnologie, ormai a disposizione di tutti, ma la capacità di tradurle in applicazioni concrete, in innovazione di processo, integrandole nei modelli di business. E’ anche su questo terreno che si gioca la partita delle politiche pubbliche”.

La sfida della sostenibilità digitale passa dalla capacità di costruire consapevolezza e responsabilità condivise tra cittadini, imprese e istituzioni, ma richiede fermezza nell’affrontare temi come l’intelligenza artificiale, la sostenibilità e la sovranità digitale.

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