L’intelligenza artificiale lascia gli schermi dei pc aziendali e impara ad agire nel mondo fisico: è la prima osservazione offerta da Capgemini Research Institute che emerge dal report Physical AI: Taking Human-robot Collaboration to the Next level. Lo studio indaga il punto di convergenza tra AI generativa, modelli di base e robotica avanzata. La physical AI è infatti evoluzione dell’AI che trasforma macchine e robot in sistemi capaci di percepire, ragionare e agire autonomamente nel mondo reale.
Il lavoro di Capgemini si basa su un’indagine condotta tra gennaio e febbraio 2026 su 1.678 dirigenti di organizzazioni con ricavi annui superiori al miliardo di dollari, distribuiti in sedici paesi tra Nord America, Europa (anche l’Italia) e Asia-Pacifico e in quindici settori industriali. I dati quantitativi sono integrati con interviste a esperti del settore, produttori di robot, startup attive sui foundation model, technology provider, investitori e accademici. Entriamo nei dettagli.

Convergenza tra AI, dati e ingegneria

Per anni la robotica industriale è rimasta vincolata a percorsi pre-programmati, in ambienti strutturati e con tolleranze minime alla variabilità. La physical AI introduce una discontinuità: i robot diventano capaci di percepire contesti complessi, ragionare in tempo reale e adattarsi a situazioni mai viste prima. A determinare questo salto è una convergenza di forze. Sul fronte dell’intelligenza, i foundation model multimodali e le architetture vision-language-action consentono di generalizzare le competenze tra task diversi, mentre i cosiddetti world model dotano i sistemi di un ragionamento predittivo sulle dinamiche fisiche. In parallelo, la simulazione comprime drasticamente i tempi di addestramento, permettendo di iterare su milioni di scenari sintetici prima del deployment reale. E’ in azione ora un circolo virtuoso AI-robot-dati: i sistemi già operativi generano informazioni reali che alimentano nuovi cicli di addestramento. A questo si aggiungono progressi nell’edge computing, nelle batterie, nella riduzione dei costi hardware – il costo di produzione di un robot umanoide è sceso di circa 30 volte nell’ultimo decennio, da 3 milioni a circa 100 mila dollari – e modelli commerciali come il robotics-as-a-service. Significativo anche il quadro economico: nel 2025 i venture capital hanno investito 40,7 miliardi di dollari in robotica, mentre i finanziamenti dedicati ai world model sono passati da 1,4 miliardi nel 2024 a 6,9 miliardi nel 2025.

Dalla sperimentazione all’industria

Il 79% delle organizzazioni è attivo nell’ambito della physical AI, con il 27% che ha avviato implementazioni reali o sta scalando le proprie soluzioni. La percezione del valore è trasversale: il 67% dei dirigenti la considera una tecnologia game-changing per il proprio settore, con punte del 93% nell’high tech, dell’88% nell’automotive, dell’83% nell’aerospazio e difesa, del 69% nella logistica e del 59% in agricoltura. Il dato si conferma su scala geografica: condividono questa visione il 73% dei dirigenti negli Stati Uniti, il 67% nell’area Asia-Pacifico e il 64% in Europa.
Sul piano del valore atteso, le maggiori aspettative riguardano produttività (76%), efficienza dei costi (70%) e qualità di prodotto (65%), seguite da resilienza operativa e sicurezza sul lavoro (entrambe al 57%). Il punto distintivo, tuttavia, è altrove: il 60% dei dirigenti ritiene che la physical AI sbloccherà applicazioni robotiche in ambiti finora considerati impraticabili, dagli ambienti destrutturati ai task ad alto contenuto contestuale. I casi d’uso ad alto impatto trasversale spaziano da operazioni in ambienti pericolosi e micro-logistica al pick-and-place adattivo, fino al field inspection, con applicazioni settoriali come l’assemblaggio dinamico nel manifatturiero e l’eldercare nel comparto pubblico.

Reindustrializzazione, manodopera e priorità strategiche

Tra le forze che spingono l’investimento in physical AI, le pressioni sul lavoro pesano più di quelle finanziarie. Il 74% dei dirigenti indica la carenza di manodopera come driver principale, davanti all’aumento dei costi del lavoro (69%), alla pressione competitiva (63%) e ai requisiti di sicurezza (59%).

L'adozione della physical AI nelle aziende
L’adozione della physical AI nelle aziende (fonte – Physical AI: Taking Human-robot Collaboration to the Next level, Capgemini, 2026)

I settori che soffrono maggiormente questa scarsitàagricoltura, retail, high tech, logistica, automotive – sono anche quelli che guardano con maggiore interesse alla physical AI come leva di flessibilità. E il 43% dei leader aziendali individua nei processi di reshoring e reindustrializzazione un fattore di accelerazione, leggendo nella physical AI uno strumento per sostenere la produzione domestica su larga scala.

Francesco Fantazzini
Francesco Fantazzini, chief technology innovation officer di Capgemini in Italia

Coerentemente, due terzi delle organizzazioni (66%) considerano ormai la physical AI una priorità elevata nelle proprie strategie di automazione per i prossimi tre-cinque anni; la percentuale sale all’80% nell’high tech e al 79% nell’industrial manufacturing e nell’automotive. Sul piano geografico, il Giappone è in testa con il 76%, davanti a Corea del Sud (72%), Cina (70%) e Stati Uniti (69%). Nel breve termine la crescita sarà trainata da form factor consolidati: il 60% si attende un’espansione rapida dei robot mobili autonomi, il 56% degli arm industriali e il 51% dei cobot. Quasi la metà dei dirigenti (45%) indica nella maggiore flessibilità un beneficio fondamentale; oltre la metà segnala miglioramenti su sicurezza e riduzione dello sforzo fisico.

“La physical AI segna il passaggio da sistemi che descrivono il mondo a sistemi in grado di agire al suo interno – osserva Francesco Fantazzini, chief technology innovation officer di Capgemini in Italia –. La robotica ha però una lunga storia di promesse troppo ambiziose: progressi iniziali che hanno generato aspettative superiori alle capacità reali della tecnologia”. L’entusiasmo resta, ma la novità è la convergenza tra AI, dati e maturità ingegneristica. “L’opportunità è concreta, a patto di concentrarsi su ciò che funziona su larga scala. Implementare la physical AI in modo responsabile, sicuro e graduale sarà fondamentale per instaurare fiducia, garantendo safety by design, trasparenza e supervisione umana come elementi centrali di una collaborazione sostenibile tra esseri umani e robot”.

Scalare la physical AI, opportunità reale, criticità concrete

Quasi due terzi dei dirigenti (65%) prevedono di portare la physical AI a scala nei prossimi cinque anni, eppure il 76% segnala che proprio il passaggio da pilot a deployment esteso rappresenta una sfida significativa. I principali nodi sono la maturità tecnologica in termini di affidabilità (73%), i costi elevati e l’incertezza sul Roi (63%), le preoccupazioni di sicurezza e l’assenza di standard consolidati (62%), la difficoltà a reperire competenze interne (55%) e i rischi cyber (53%). Solo il 42% dei dirigenti ritiene oggi del tutto chiaro il business case dell’investimento.

Le sfide nell'adozione della physical AI
Le sfide nell’adozione della physical AI (fonte – Physical AI: Taking Human-robot Collaboration to the Next level, Capgemini, 2026)

Il capitolo umanoidi concentra le tensioni più forti tra entusiasmo industriale e maturità reale. Due dirigenti su tre (67%) credono che gli umanoidi trasformeranno il proprio settore e il 53% dichiara di aver investito o di pianificare investimenti, ma le condizioni per la diffusione su larga scala non sono ancora mature: gli orizzonti medi attesi si collocano intorno ai sette anni e solo il 30% li considera operativi come general-purpose worker entro tre-cinque anni. Le barriere nette: il 72% segnala l’immaturità tecnologica, il 63% i costi iniziali, il 62% la mancanza di chiarezza sul Roi, il 58% le difficoltà di addestramento.

A queste si somma una variabile spesso sottovalutata: l’accettazione sociale. Il 62% dei dirigenti ritiene che la resistenza dell’opinione pubblica costituirà un ostacolo critico, con oscillazioni significative fra paesi: in Francia sale al 68%, in Italia al 66%, scende al 56% in Spagna. Il 45% delle organizzazioni prevede comunque di affiancare umanoidi al personale entro il 2030, con interesse particolarmente marcato in Corea del Sud (60%), Giappone (53%), Cina e Singapore (entrambe al 50%).

Una sfida che va oltre la tecnologia

Per Capgemini Research Institute, scalare la physical AI richiede di ripensare progettazione, sicurezza, governance ed esercizio. Le raccomandazioni agli executive sono cinque: costruire una comprensione realistica delle capacità attuali della tecnologia; partire da casi d’uso ad alto valore e bassa complessità – i task dull, dirty e dangerous –; esplorare forme robotiche diverse senza farsi catturare prematuramente dal fascino dell’umanoide; ridisegnare i flussi di lavoro per la collaborazione uomo-robot, con chiari handover ed escalation; scalare attraverso architetture di piattaforma che permettano il riuso di skill e l’orchestrazione di flotte. La fiducia, conclude il report, non è un obiettivo retorico ma un risultato di ingegneria: è la condizione perché la physical AI compia il salto da innovazione promettente a vantaggio competitivo strutturale.

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