Milano ospita i progetti di intelligenza artificiale applicata al mondo enterprise. Workday ha infatti inaugurato nei nuovi uffici di Via San Marco il nuovo Innovation Lab, laboratorio dedicato alla sperimentazione e alla co-creazione di soluzioni AI per la gestione finanziaria e delle risorse umane. Non si tratta di un semplice showroom tecnologico, quanto piuttosto di un ambiente controllato in cui aziende, partner ed esperti Workday possono testare e sviluppare agenti di intelligenza artificiale basati su dati affidabili, governance solida e processi integrati.
L’obiettivo: accelerare il passaggio da semplici Poc a soluzioni capaci di generare un impatto misurabile su persone, processi e risultati di business. Un traguardo che, come dimostrano anche i dati di una nuova ricerca globale – presentata proprio in occasione dell’inaugurazione -, è tutt’altro che scontato. Fabrizio Rotondi, country manager di Workday per l’Italia: “Con il nostro nuovo ufficio e l’Innovation Lab a Milano, facciamo un passo decisivo in avanti in Italia, un mercato sempre più importante per la crescita di Workday in Europa”. La visione alla base del progetto è quindi quella di un futuro in cui l’intelligenza artificiale diventa la nuova “interfaccia” per il lavoro, capace di amplificare il potenziale umano anziché sostituirlo
Il paradosso della produttività, risparmiare tempo non basta
L’inaugurazione dell’Innovation Lab è anche l’occasione per presentare i dati italiani dello studio globale Beyond Productivity: Measuring the Real Value of AI, una ricerca condotta da Workday in collaborazione con Hanover Research su 3.200 professionisti tra Nord America, Asia-Pacifico ed Emea, tutti dipendenti di organizzazioni con un fatturato annuo superiore ai 100 milioni di dollari e utilizzatori attivi di tecnologie AI.

I numeri italiani raccontano una storia di luci e ombre. L’adozione dell’AI nel nostro Paese è ormai pervasiva: il 29% dei lavoratori utilizza strumenti di intelligenza artificiale almeno una volta al giorno, mentre il 42% li usa più volte a settimana. Il 92% dei dipendenti si dichiara più produttivo grazie all’AI e ben il 94% afferma di risparmiare da 1 a 7 ore settimanali, un dato che supera la media globale dell’85%. Entrando nel dettaglio, il 52% risparmia da 1 a 3 ore a settimana, mentre il 42% arriva a risparmiarne da 4 a 7: in pratica, per quattro lavoratori italiani su dieci l’AI fa guadagnare fino a un’intera giornata lavorativa. Ma qui si innesta il paradosso. Quel tempo risparmiato non si traduce automaticamente in valore aggiunto. A livello globale, quasi il 40% del tempo recuperato grazie all’AI viene riassorbito da attività di rielaborazione: correzione di errori, riscrittura di contenuti, verifica di output prodotti da strumenti generalisti. Solo il 14% dei dipendenti nel mondo riesce a ottenere in modo costante risultati netti chiaramente positivi dall’intelligenza artificiale. In Italia il quadro è altrettanto critico: un lavoratore su due dedica tipicamente da 1 a 2 ore a settimana a chiarire, correggere o riscrivere risultati di scarsa qualità generati dalla tecnologia. In altre parole, l’AI sta aumentando la capacità produttiva, ma ruoli, competenze e processi organizzativi non si sono evoluti alla stessa velocità, creando una falsa percezione di produttività e un ritorno sull’investimento inferiore alle attese.
Tra i dati più significativi emerge un elemento che sfida la narrazione corrente sui nativi digitali. I lavoratori tra i 25 e i 34 anni, spesso considerati i più esperti nell’uso della tecnologia, costituiscono quasi la metà (46%) di coloro che affrontano la maggiore quantità di rielaborazione dei risultati dell’AI. Sono loro a trascorrere più tempo a verificare, correggere e riscrivere ciò che l’intelligenza artificiale produce: una vera e propria “tassa nascosta” che ricade in modo sproporzionato sulle spalle della generazione che dovrebbe essere la più attrezzata. A rendere la situazione ancora più complessa è il dato sugli utenti più assidui: chi usa l’AI ogni giorno è in larga misura ottimista — oltre il 90% ritiene che la tecnologia li aiuterà ad avere successo — ma sono anche quelli che portano il peso maggiore. Il 77% di loro revisiona il lavoro generato dall’intelligenza artificiale con la stessa attenzione, se non addirittura maggiore, rispetto al lavoro svolto da colleghi umani.
Formazione dichiarata e reale, divario netto
La ricerca mette in evidenza un ulteriore scollamento. Il 66% dei dirigenti indica la formazione sulle competenze AI come una priorità assoluta. Eppure, tra i dipendenti che affrontano la maggiore quantità di rielaborazione, solo il 37% dichiara di avere accesso a percorsi formativi adeguati. Un divario netto tra le intenzioni della leadership e l’esperienza concreta dei lavoratori. A livello di struttura organizzativa, la fotografia è altrettanto eloquente: nell’89% delle organizzazioni, meno della metà dei ruoli è stata aggiornata per integrare le innovazioni dell’AI. Significa che i dipendenti utilizzano strumenti di ultima generazione all’interno di strutture lavorative rimaste ferme a dieci anni fa, trovandosi a conciliare un output più rapido con processi e sistemi che non sono stati ripensati. La ricerca traccia però anche la strada da seguire. Le organizzazioni che ottengono i migliori risultati dall’AI si distinguono per una scelta precisa: reinvestono il tempo risparmiato nelle proprie persone anziché semplicemente aggiungere nuovi compiti. I dipendenti con esiti positivi dall’AI sono significativamente più propensi a utilizzare il tempo guadagnato per attività a maggior valore, come analisi più approfondite, processi decisionali più solidi e pensiero strategico (57%), anziché limitarsi ad assumere un carico di lavoro più elevato. Il 79% di loro ha anche ricevuto una formazione sulle competenze più strutturata.
Eppure, la tendenza generale va nella direzione opposta: a livello globale le aziende sono più propense a reinvestire i risparmi dell’AI in nuova tecnologia (39%) piuttosto che nello sviluppo dei dipendenti (30%), e molte si limitano ad aumentare il carico di lavoro (32%). L’Italia sembra posizionarsi un po’ meglio: il 59% dei dirigenti afferma che la propria organizzazione ha dato priorità al reinvestimento nella formazione, anche se solo il 54% dei dipendenti conferma di aver riscontrato un aumento degli investimenti in quest’area.

Innovation Lab, il senso dell’iniziativa
Nello scenario delineato dalla ricerca l’apertura dell’Innovation Lab di Milano assume un significato particolare. Se il vero valore dell’AI emerge quando le organizzazioni reinvestono nel potenziale umano, il laboratorio di Workday è progettato con questa missione: offrire alle aziende italiane uno spazio concreto dove trasformare la tecnologia in competenze, collaborazione e capacità decisionali. E troppi strumenti di AI scaricano sui singoli utenti le questioni più complesse relative a fiducia, accuratezza e ripetibilità dei risultati. L’approccio di Workday, invece, punta a integrare l’intelligenza artificiale in modo che lavori dietro le quinte, permettendo alle persone di concentrarsi su ciò che sanno fare meglio: pensiero critico, creatività e costruzione di relazioni. L’Innovation Lab milanese è allora il segnale di una strategia più ampia che non guarda soltanto all’adozione tecnologica, ma alla trasformazione dei modelli organizzativi. Perché, come dimostra chiaramente la ricerca, la vera sfida non è implementare l’AI, ma ripensare il lavoro attorno a essa. E farlo investendo sulle persone, non nonostante le persone.
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