La transizione energetica globale prosegue il suo percorso, ma sta cambiando passo. È questa la lettura che emerge dall’Energy Transition Index 2026 (Eti) del World Economic Forum, pubblicato in collaborazione con Accenture.
E’ la sedicesima edizione di un osservatorio che dal 2017 (ne esce più di una all’anno) misura la traiettoria energetica di 120 Paesi, il rapporto fotografa uno scenario in cui tensioni geopolitiche, shock di prezzi e crescita rapida della domanda stanno ridisegnando le priorità. La sicurezza degli approvvigionamenti, valutazione dei costi e la resilienza dei sistemi non sono più vincoli secondari ma criteri di progettazione, e il punteggio complessivo dell’indice resta sostanzialmente fermo (+0,03% rispetto al 2025), risultato di una crescita marginale delle prestazioni di sistema (+0,43%) e di una flessione della transition readiness (-0,76%, sono le condizioni abilitanti che guidano la transizione -politiche, finanziarie e di investimenti, infrastrutturali, di innovazione, e relative al capitale umano), la prima in oltre un decennio.
Come è costruito l’index
L’Eti combina 44 indicatori per ciascun Paese e pesa due sotto-indici: la performance di sistema, ossia la fotografia attuale del sistema energetico (sicurezza, equità e sostenibilità) e, appunto, la transition readiness. Il primo pesa il 60% del punteggio finale, il secondo il 40%. Tutti i risultati sono normalizzati su una scala da 0 a 100. Nell’edizione 2026 il framework è stato rafforzato con due nuovi indicatori, AI readiness e clean technology minerals supply chain exposure, che spostano l’attenzione su capacità digitali e materie prime critiche come variabili strutturali del percorso. L’aggiunta ha avuto un impatto trascurabile sui punteggi 2026 (-0,03%), ma segnala dove si sposterà il baricentro analitico negli anni a venire.
Perché la transizione energetica si frammenta
“La fotografia 2026 è quella di una transizione che non inverte l’andamento ma si sfrangia“, come spiega Roberto Bocca, head, Centre for Energy and Materials del Wef. In un contesto geoeconomico più volatile, sicurezza, accessibilità dei costi e resilienza sono centrali per sostenere i progressi. I numeri confermano la lettura.

Le restrizioni commerciali a livello globale hanno raggiunto il valore di 2,64mila miliardi di dollari a metà 2025, triplicando rispetto all’anno precedente, mentre oltre la metà dei minerali critici per la transizione è oggi soggetta a controlli all’export. La concentrazione dell’offerta resta elevata: per rame, litio, nichel, cobalto, grafite e terre rare, i primi tre produttori controllano l’86% del mercato.
A inizio 2026 la disruption dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz – collo di bottiglia da cui transita circa un quarto del petrolio mondiale via mare e un quinto del gas naturale liquefatto globale – ha tradotto queste vulnerabilità in uno shock di prezzo concreto: Brent oltre i 100 dollari al barile, prezzi del gas in forte rialzo (fino al 60% in Europa a marzo), benzina su del 50% negli Stati Uniti in aprile. L’impatto, segnala il rapporto, non è uniforme: le economie importatrici a basso reddito, con riserve limitate e spazio fiscale ridotto, sono costrette a scelte più dure tra accesso, accessibilità e investimenti nella transizione.

Disponibilità di capitali, ma condizioni sfavorevoli
Il paradosso che attraversa il rapporto è allora la coesistenza di investimenti record e condizioni abilitanti in arretramento. L’investimento globale nell’energia ha raggiunto i 3,3 trilioni di dollari nel 2025, di cui 2,3 trilioni proprio per la clean energy (+8% sul 2024). Tuttavia, circa il 75% del capitale clean energy resta concentrato in un ristretto novero di mercati: Stati Uniti, Cina ed Europa. I Paesi che guideranno l’80% della crescita della domanda elettrica affrontano costi di finanziamento da due a tre volte superiori a quelli delle economie avanzate. La spesa per le reti, circa 400 miliardi di dollari l’anno, resta strutturalmente disallineata rispetto al trilione investito ogni anno nella generazione, e oltre 2.500 GW di progetti tra rinnovabili, accumuli e nuove grandi utenze come i data center sono in coda per l’allaccio alla rete.
“È il segnale di un cambio di fase che riguarda anche le imprese“, osserva Muqsit Ashraf, global lead per Industry and Enterprise di Accenture. La transizione energetica sta entrando in una fase più dirompente e impegnativa, rendendo la resilienza d’impresa una priorità sempre più importante per i leader aziendali. Le organizzazioni che usano la tecnologia e l’AI per migliorare l’adattabilità, rafforzare il processo decisionale e rispondere più efficacemente al cambiamento saranno meglio posizionate per navigare l’incertezza e sostenere la crescita di lungo periodo.
Le fragilità dei sistemi
Nell’analisi per dimensioni, l’equity (misura quanto i benefici del sistema energetico raggiungano la popolazione e a quale costo) è l’unica componente in decisa ripresa (+1,6%), grazie soprattutto a un parziale rientro dei prezzi (+4% sulla affordability) che non cancella però livelli ancora superiori al pre-crisi nei principali mercati. La sostenibilità avanza lentamente (+0,6%), con miglioramenti diffusi sull’efficienza energetica (92 economie in progresso) ma la decarbonizzazione del mix energetico ferma a una crescita marginale (+0,02% sulla quota di clean energy). La sicurezza è l’unica dimensione in calo (-0,9%), trainata dal peggioramento dell’affidabilità della fornitura elettrica (-3%) e dalla riduzione della diversificazione degli approvvigionamenti.
Sul fronte della transition readiness, quattro dimensioni su cinque arretrano. Finance e investimenti registrano la flessione più marcata (-1,8%), con un calo del 9,5% degli investimenti in rinnovabili nonostante la dimensione record del capitale complessivo. Regulation e impegno politico arretrano dell’1,2%, segnalando una crescente incertezza normativa in economie come Stati Uniti, Regno Unito e Paesi Bassi. L’innovazione (-1,1%) sconta un decennio di flessione nella diffusione delle tecnologie ambientali. Le infrastrutture restano sostanzialmente piatte (-0,2%), ma con divari crescenti tra capacità future come AI readiness e minerali critici, e fondamentali tradizionali come reti elettriche e digitali. La disponibilità di capitale umano a livello globale è l’unica dimensione valutata in miglioramento (+2%).
I paesi del Nord e la posizione dell’Italia
La parte alta del ranking premia la coerenza istituzionale e la solidità dei sistemi. La Svezia conferma il primato per il terzo anno consecutivo (75,3 punti), seguita da Finlandia (74,1) e Danimarca (72,6). I Paesi nordici e quelli europei dominano i primi venti posti, dove figurano sei economie del G20: Germania (IX), Francia (X), Regno Unito (XI), Cina (XIV), Brasile (XVII) e Stati Uniti (XIX). Singapore è il principale mover dell’anno con una salita di dieci posizioni, sostenuta da nuovi segnali regolatori. India e Arabia Saudita registrano alcuni dei miglioramenti più marcati nella transition readiness, mentre l’Africa subsahariana è l’unica regione in chiara accelerazione (+3,3%), trainata da finanza e investimenti (+8,6%) e capitale umano (+5,6%). L’America Latina arretra significativamente (-2,5%), con il Brasile che resta tuttavia capofila regionale grazie a un mix elettrico strutturalmente pulito.

L’Italia si colloca al 31esimo posto con un punteggio di 63,9 (system performance a 67,5, transition readiness a 58,5). Il rapporto la classifica tra gli adaptive importers: un sistema con elevata dipendenza dalle importazioni che compensa la propria esposizione con una migliore gestione del sistema e una maggiore resilienza, accanto al Giappone. Tra i segnali più negativi, le perdite di trasmissione e distribuzione, in deterioramento del 3,5%, mostrano la pressione crescente sulla rete italiana. Sul piano regolatorio, il rapporto cita esplicitamente l’aggiornamento del Pniec 2024, che ha innalzato al 63,4% l’obiettivo di rinnovabili nell’elettrico al 2030 e introdotto un permitting semplificato attraverso le aree idonee. È un riconoscimento all’irrobustimento della cornice normativa, che il Wef inquadra come esempio di rafforzamento regolatorio ancorato a strumenti concreti e tempi di attuazione, non solo ad ambizioni.
Europa, la sicurezza leva per accelerare
Per l’Europa il rapporto offre uno dei capitoli più articolati. Il programma RePowerEu ha ridotto la dipendenza dal singolo fornitore di gas dal 45% a meno del 12% e ha permesso un aumento del 50% della capacità solare installata, dimostrando come una risposta orientata alla sicurezza possa accelerare il dispiegamento delle rinnovabili. Gli investimenti in clean energy dell’UE sono cresciuti del 18% raggiungendo i 455 miliardi di dollari nel 2025. Si rafforza inoltre un quadro regolatorio che converte l’intensità carbonica in variabile commerciale diretta: il Carbon Border Adjustment Mechanism prezza il carbonio incorporato all’importazione su acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno, mentre la Eu Methane Regulation imporrà dal 2027 standard equivalenti per le importazioni energetiche e introdurrà limiti massimi di intensità di metano dal 2030, rendendo le performance upstream un fattore di accesso al mercato. Il Clean Industrial Deal, infine, mobilita oltre 100 miliardi di euro per gli investimenti nelle tecnologie pulite, con un pacchetto da 1,5 miliardi a sostegno della manifattura di componenti di rete.
Nonostante questi segnali, le economie avanzate accusano un calo dello 0,67% nella transition readiness, frenate da finanza (-3%), innovazione (-1,6%) e regolazione (-0,7%). Restano forti i fondamentali istituzionali, ma compaiono nuove strozzature: capacità di rete, ritardi nei permitting, integrazione di rinnovabili variabili. Per la Germania (IX) il rapporto segnala un insieme di autorizzazioni necessarie alleggerito e un mandato del 2% sul suolo a fini rinnovabili che ha quasi raddoppiato le installazioni di solare ed eolico tra il 2022 e il 2024. Per la Francia (X), la ripresa del parco nucleare a 373 TWh di output e un calo del 34,4% dei prezzi industriali dell’elettricità hanno spinto l’equità di +8,8%.
Le priorità per il decennio
Il rapporto individua tre azioni convergenti per rimettere in moto il percorso.

Integrare sicurezza, accessibilità e resilienza nel disegno dei sistemi energetici fin dall’origine, anziché come reazione alle crisi; sbloccare il delivery accelerando l’espansione delle reti, la flessibilità e l’integrazione di sistema; ripristinare l’investibilità attraverso quadri politici stabili, regolazione credibile e meccanismi di condivisione del rischio capaci di dirigere capitale verso i mercati emergenti che concentreranno la domanda futura. Sono tre agende che il Wef descrive come inseparabili: la sicurezza decide cosa viene costruito, la delivery se funziona, l’investibilità dove arriva il capitale. La finestra per rafforzare le fondamenta resta aperta, conclude il rapporto, ma si sta restringendo, e il divario tra chi agisce e chi non lo fa è già visibile nei dati.
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