L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) dedica la nuova edizione del report Energy Technology Perspectives, alle vulnerabilità delle filiere e alla competitività industriale nelle tecnologie energetiche. L’analisi descrive un mercato che potrebbe raddoppiare nei prossimi dieci anni, da circa 1.200 miliardi di dollari attuali a circa 2mila miliardi nel 2035 nello scenario delle politiche correnti — una cifra comparabile al valore del mercato mondiale del petrolio — fino a 3mila miliardi nello scenario delle politiche annunciate dai governi. Oltre alla panoramica su deployment, manufacturing, investimenti e flussi commerciali, l’edizione 2026 dedica spazio specifico al ruolo della digitalizzazione lungo la catena del valore. E il direttore esecutivo Fatih Birol indica come priorità “il rafforzamento della resilienza delle filiere e della competitività industriale per ridurre la concentrazione geografica”, osservando che molte tecnologie centrali per la cosiddetta Age of Electricity “non rappresentano più mercati di nicchia ma quote rilevanti dell’economia globale”. Entriamo nei dettagli. 

Il quadro analitico si basa sul Manufacturing and Trade Model (MaT), sviluppato dall’Iea per l’edizione 2024 del suo report e collegato al Global Energy and Climate Model dell’agenzia. Il MaT produce proiezioni di scenario sulla manifattura e sul commercio internazionale di sei filiere chiave delle tecnologie energetiche, alimentato da una banca dati che copre oltre 600 design tecnologici e componenti. Per ciascun anello del processo industriale il modello stima capacità installata, capacità annunciata, decisioni finali di investimento, costi di produzione e flussi di import-export.

Fatih Birol Direttore Esecutivo Iea
Fatih Birol, direttore esecutivo, Iea

L’edizione 2026 introduce uno strumento metodologico inedito, l’analisi ‘N-1’, che valuta cosa accadrebbe se il maggiore esportatore globale di una determinata tecnologia uscisse dal mercato. L’esercizio mostra che, ai passaggi finali della filiera, la produzione fuori dal principale Paese esportatore — la Cina nella maggior parte dei segmenti analizzati — riuscirebbe in linea di principio a coprire quasi tutta la domanda extra-cinese. Ogni filiera, però, contiene almeno un anello in cui meno di un quarto della domanda potrebbe essere soddisfatto senza il fornitore principale.

La mappa delle concentrazioni

I numeri restituiscono la dimensione dell’asimmetria. La Cina detiene circa l’85% della capacità produttiva nella filiera del fotovoltaico e l’80% in quella delle batterie agli ioni di litio, con quote ancora più elevate per i wafer fotovoltaici (95%) e per i materiali anodici (97%). Le esportazioni lorde cinesi di tecnologie pulite hanno superato i 165 miliardi di dollari nel 2025, pari a circa il 15% del surplus commerciale complessivo del Paese. Il valore lordo del commercio mondiale in queste tecnologie, dopo la contrazione del 2024, è risalito di circa il 10% nel 2025 anche in presenza di prezzi calanti su alcune categorie di prodotto. Lo “scenario di interruzione” consente di tradurre questi numeri in impatto economico. Un fermo di un mese delle esportazioni cinesi nella filiera delle batterie ridurrebbe di circa 17 miliardi di dollari la produzione delle fabbriche di auto elettriche al di fuori della Cina, con oltre la metà delle perdite concentrata nell’Unione Europea. Una simile interruzione nel fotovoltaico costerebbe circa un miliardo di dollari al mese alla produzione mondiale di moduli, con Sud-est asiatico e India a sostenere oltre il 40% dell’impatto.

Tecnologie globali per l'energia pulita e combustibili fossili che transitano attraverso punti critici selezionati, in base alla quota di valore, 2023-2024
Tecnologie globali per l’energia pulita e combustibili fossili che transitano attraverso punti critici selezionati, in base alla quota di valore (fonte: Iea, Energy Technology Perspectives 2026, dati ultimi disponibili)

Automazione e digitale come componenti di costo

Sul fronte della competitività industriale il rapporto offre una scomposizione che assegna al digitale un peso esplicito. Per le batterie, l’efficienza manifatturiera e l’automazione spiegano oltre il 40% del divario di costo tra produzione cinese ed europea, secondo la categoria di costo combinata adottata dall’Iea. Per le pale eoliche i costi di energia e lavoro pesano per il 75% del gap; per il fotovoltaico upstream incidono per il 65%. Le porzioni residue del divario sono attribuibili all’organizzazione dei processi, alla sensoristica industriale e ai sistemi di gestione della produzione: un terreno dove il software applicato alla supply chain può modificare i fondamentali di costo, indipendentemente dal prezzo dell’elettricità o del lavoro.

Dal lato della domanda, l’industria pesante illustra perché la dimensione energetico-digitale non sia separabile da quella commerciale. Nei comparti energy-intensive a monte come acciaio e alluminio i costi energetici possono superare i due terzi dei costi di produzione, e l’accesso a rinnovabili a basso costo può, in determinate condizioni, rendere competitiva la siderurgia basata su idrogeno rispetto al ciclo convenzionale in paesi produttori chiave come Stati Uniti, Cina e India. E infatti gli investimenti annunciati nella produzione di idrogeno a basse emissioni sono cresciuti dell’80% su base annua nel 2025.

Principali rotte marittime e porti attuali, e fornitura di idrogeno a basse emissioni derivante da progetti annunciati, 2030
Principali rotte marittime e porti attuali, e fornitura di idrogeno a basse emissioni derivante da progetti annunciati, 2030 (fonte: Iea, Energy Technology Perspectives 2026, dati ultimi disponibili)

L’importanza dei sistemi di controllo

L’asse digitale del rapporto si estende oltre la manifattura. L’Iea segnala che le dipendenze di filiera si propagano ai sistemi informatici e che la crescente digitalizzazione espone le tecnologie energetiche a rischi di cybersecurity in evoluzione, in grado di colpire i sistemi di controllo dei dispositivi e, di riflesso, intere reti di distribuzione. È un punto che sposta l’analisi dal binario tradizionale import-export al perimetro dell’operational technology: la stessa infrastruttura di controllo industriale che oggi consente di ottimizzare l’output di una linea di celle fotovoltaiche o di un convertitore di rete diventa anche un possibile vettore di compromissione.

L’evidenza empirica raccolta dal rapporto in un riquadro dedicato dimensiona il fenomeno. Gli attacchi stimati alle infrastrutture critiche sono aumentati del 30% nel 2023, raggiungendo il numero di 420 milioni a livello globale; quelli alle utility energetiche sono quadruplicati dal 2020. I “punti vulnerabili” della sola rete elettrica statunitense crescono di 60 unità al giorno, da 21mila nel 2022 a 24mila oggi, mentre il costo medio di una violazione ha raggiunto 4,83 milioni di dollari nel 2025. La casistica recente illustra l’estensione del perimetro: nel 2022 un’interruzione dei modem satellitari ha privato del monitoraggio remoto circa 5.800 turbine eoliche in Germania, e nel maggio 2023 ventidue società energetiche danesi sono state violate nell’arco di pochi giorni.

Sul piano della filiera, la dipendenza dei sistemi di controllo da fornitori esteri è documentata. In Europa circa 200 GW di capacità fotovoltaica installata sono collegati a inverter di fabbricazione cinese e il 75% dei nuovi inverter proviene dalla Cina. Nel 2024 la Lituania ha bloccato l’accesso remoto dei fornitori cinesi ai sistemi di controllo di impianti solari, eolici e di accumulo per ragioni di sicurezza nazionale, mentre nel 2025 le autorità statunitensi ed europee hanno avviato verifiche sui moduli di comunicazione integrati negli inverter d’importazione. Ricerche richiamate dal rapporto indicano che la compromissione di meno del 2% del carico di sistema — ad esempio tramite smart meter manomessi — è sufficiente a destabilizzare la frequenza di rete se attivata in modo coordinato.

AI, data center e crescita della domanda

Una variabile aggiuntiva è l’effetto della digitalizzazione e dei data center sul lato della domanda. Il report dell’Iea dedica un’analisi specifica alla scarsità di trasformatori elettrici, identificando i data center come uno dei principali fattori di tensione del mercato: entro il 2030 la domanda di elettricità del data processing statunitense è attesa superare quella complessiva dell’intera industria manifatturiera energy-intensive del Paese. Si tratta di apparecchiature in larga parte custom-built, con un mercato globale concentrato e tempi di consegna in allungamento. Disposti a pagare di più, gli operatori dei data center anticipano gli ordini rispetto ai progetti di rinnovabili e agli aggiornamenti di rete, configurando un nuovo intreccio tra capacità di calcolo, infrastruttura elettrica e filiere manifatturiere a valle. Il rapporto rileva inoltre che, mentre i progressi dell’AI hanno iniziato ad accelerare l’innovazione energetica, la portata reale dell’impatto resta da verificare.

Le implicazioni per i decisori

L’effetto combinato di concentrazione manifatturiera, esposizione cyber e crescita della domanda di calcolo configura un quadro in cui sicurezza energetica e sicurezza digitale convergono su un unico piano operativo. Per gli operatori europei la diversificazione geografica delle forniture è una condizione necessaria ma non sufficiente: senza investimenti paralleli in automazione, software di controllo e cybersicurezza industriale, il margine competitivo nei segmenti più esposti — celle, wafer, materiali anodici, componenti di rete — resta difficile da recuperare. La traiettoria del rapporto è quella di mercati in espansione rapida, in cui le scelte di politica industriale e gli investimenti privati determineranno la quota di valore aggiunto digitale che l’Europa potrà internalizzare nel decennio in corso. 

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