E’ il settore che integra ottica ed elettronica per generare, modulare, trasmettere e rilevare segnali luminosi, trasformando la luce in informazione e viceversa. Dispositivi come laser, Led, fotodiodi, sensori ottici e modulatori fotonici sono alla base delle reti in fibra, di sistemi di visione industriale, LiDar per l’automotive, diagnostica medicale e tecnologie quantistiche. L’optoelettronica consente trasmissioni a velocità di centinaia di gigabit al secondo su lunghe distanze, con consumi energetici inferiori rispetto alle soluzioni puramente elettriche. E la sua rilevanza strategica cresce con l’esplosione dei dati, l’AI e il cloud, che richiedono interconnessioni sempre più veloci ed efficienti nei data center e nelle infrastrutture 5G e 6G; soprattutto, la miniaturizzazione dei componenti fotonici e l’integrazione su silicio aprono scenari chiave per la sovranità tecnologica. Entriamo nei dettagli.
L’importanza strategica delle reti sottomarine
L’optoelettronica non è solo un segmento industriale, ma un’infrastruttura abilitante della trasformazione digitale e delle filiere ad alta intensità tecnologica. Oggi rappresenta un’infrastruttura chiave per la trasformazione digitale, e le dorsali sottomarine ne sono l’espressione più critica sul piano geopolitico. Oltre il 95% del traffico dati intercontinentale viaggia oggi attraverso cavi sottomarini in fibra ottica, che integrano amplificatori ottici, ripetitori e sistemi di trasmissione coerente basati su componenti optoelettronici ad alta precisione. Ogni nuova generazione di cavi può trasportare capacità nell’ordine dei terabit al secondo per coppia di fibre, sostenendo cloud, AI distribuita, mercati finanziari e comunicazioni governative.
Il controllo delle “rotte” sottomarine significa controllo dei flussi informativi globali. Le grandi piattaforme digitali (e gli Stati) investono quindi direttamente nella posa e gestione dei cavi, e trasformano l’optoelettronica in una leva di sovranità tecnologica e sicurezza nazionale. Vulnerabilità fisiche, sabotaggi o colli di bottiglia in snodi strategici possono avere impatti economici immediati. In questo scenario, progettazione, produzione e protezione dei sistemi optoelettronici per le dorsali sottomarine diventano elementi centrali non solo industriali, ma di politica estera e difesa. Non è un caso se la stessa Unione europea considera i cavi sottomarini infrastrutture critiche per economia, sicurezza e sovranità digitale e propone un vero e proprio Cable Security Toolbox e un elenco dei 13 Cable Projects of European Interest; la Commissione inoltre rafforza l’azione avviata con il Piano europeo sulla sicurezza dei cavi. Attraverso il programma Cef Digital sono stati destinati 347 milioni di euro a progetti strategici, inclusi 20 milioni per potenziare le capacità di riparazione e ulteriori fondi per sistemi “smart” con sensori integrati con l’obiettivo di migliorare il monitoraggio e la risposta ai sabotaggi, in tutti i principali bacini marittimi europei.
Come si muove il mercato
Così come corrono gli investimenti infrastrutturali legati all’intelligenza artificiale, anche il mercato delle reti sottomarine mostra segnali di accelerazione. Secondo i dati diffusi da Omdia, il segmento delle apparecchiature optoelettroniche per reti “subsea” ha raggiunto nel terzo trimestre 2025 un valore di 337 milioni di dollari, in crescita del 32,5% rispetto al trimestre precedente. Un incremento che non rappresenta solo una dinamica congiunturale, ma si inserisce in un più ampio ciclo di rinnovo infrastrutturale, sia terrestre sia transoceanico, guidato dalla necessità di sostenere le reti globali per l’AI.

Un dato sugli altri, presentato nel contesto del Pacific Telecommunications Council Annual Conference (Pacifico e Atlantico ovviamente sono i mari dove ci sono più dorsali), segnala un cambio di passo non soltanto in termini quantitativi, ma anche architetturali. L’optoelettronica, componente tecnologica chiave delle dorsali in fibra ottica sottomarine, è chiamata a garantire capacità trasmissive sempre più elevate,flessibilità strutturale e di instradamento del traffico dati su scala intercontinentale. Il passaggio da modelli point-to-point a configurazioni mesh rappresenta in questo senso uno degli elementi più rilevanti emersi dall’evento.
Come spiega Ian Redpath, research director Transport Networks di Omdia, le previsioni per il 2026 indicano una “crescita robusta del comparto, sostenuta dal completamento di nuovi cavi destinati a soddisfare la domanda generata dalle reti AI globali. L’evoluzione verso modelli mesh, abilitata dall’aumento della capacità trasmissiva, consentirà di costruire infrastrutture più resilienti, con una propagazione attesa di questo paradigma anche in altri bacini”.
Progettazione, da punto a punto alle reti mesh
Tradizionalmente, la progettazione delle reti sottomarine si è basata su un approccio point-to-point: realizzare il cavo con la maggiore capacità di banda possibile, collegando direttamente siti di elevato valore economico su continenti differenti. Questo modello ottimizza la latenza e distribuisce i costi di costruzione su volumi massimi di trasmissione, risultando particolarmente efficace per collegamenti ad alta intensità di traffico tra grandi hub digitali. La priorità è storicamente stata la performance pura: più banda, meno ritardo, maggiore efficienza nella trasmissione coerente su lunghe distanze.
Tuttavia, l’attuale contesto geopolitico e la crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture critiche stanno ridefinendo i criteri progettuali. Affidabilità e robustezza sono diventate variabili centrali. Interruzioni accidentali, danneggiamenti intenzionali o instabilità in prossimità di check point strategici possono generare impatti sistemici su cloud, finanza, comunicazioni governative e servizi digitali globali. In questo scenario, la semplice massimizzazione della banda non è più sufficiente.

Un esempio concreto di questo cambio di paradigma è rappresentato dall’approccio adottato da Google, che sta completando una rete subsea a “maglia estesa” sull’intero Oceano Pacifico. La configurazione progettata dall’azienda introduce nodi mid-ocean – tra cui quelli Hawaii, Guam, Fiji e nella Polinesia Francese – oltre ai punti terminali che collegano Asia, Australia, Nord e Sud America. Si tratta di un’architettura che consente di instradare il traffico in modo dinamico, aggirando eventuali segmenti compromessi.
Il design privilegia la robustezza della rete, permettendo la riallocazione del traffico da un nodo oceanico intermedio in caso di guasto su un singolo tratto. Per rendere possibile questo livello di flessibilità, Google ha previsto capacità di routing avanzate direttamente in mare aperto, selezionando con attenzione le posizioni degli hub di connettività per minimizzare la distanza che i dati devono percorrere prima di poter cambiare percorso. L’optoelettronica in questo contesto non è solo mezzo trasmissivo, ma piattaforma abilitante di funzionalità di switching e gestione del traffico distribuite lungo la dorsale.
Secondo Redpath, i primi segnali di diffusione del modello mesh stanno emergendo anche in altri bacini. Nell’Oceano Indiano meridionale, Google ha già implementato il cavo Umoja tra Australia e Sudafrica, affiancato da collegamenti terrestri verso il Kenya. Nel bacino settentrionale dell’Indiano è stato annunciato il cavo Dhivaru, con nodi mid-ocean a Christmas Island e alle Maldive. Christmas Island, già connessa a Mandurah e Darwin, vedrà un ulteriore collegamento verso la Thailandia, ampliando la diversificazione delle rotte. Il terminale occidentale di Dhivaru è l’Oman, che sta emergendo come nodo strategico globale per bypassare l’area di Bab al-Mandab e il Mar Rosso, regioni ad elevata “sensibilità geopolitica”.
Anche nell’Atlantico si osservano evoluzioni analoghe, con l’introduzione di nodi mid-ocean come alle Bermuda e presso le Azzorre. L’obiettivo è costruire reti capaci di circumnavigare colli di bottiglia e garantire continuità operativa anche in presenza di eventi avversi. In questo senso, la logica mesh si configura come risposta tecnica a un’esigenza di sovranità e sicurezza infrastrutturale. Accanto a Google, anche Meta ha presentato a Ptc ’26 un progetto ambizioso: il cavo globale Waterworth.
L’infrastruttura attraverserà il Pacifico collegando la costa californiana ad Australia e Sud-est asiatico, proseguirà nell’Oceano Indiano con connessioni tra India e Sudafrica, per poi estendersi attraverso Atlantico meridionale e settentrionale collegando Brasile e costa orientale degli Stati Uniti. Pur supportando traffico intra-regionale, il criterio progettuale preminente è la creazione di una rotta di backup globale in grado di aggirare punti di vulnerabilità critici.
In entrambi i casi, la dimensione optoelettronica è determinante. L’aumento della capacità per coppia di fibre, l’impiego di tecniche di modulazione coerente ad alta efficienza spettrale e l’integrazione di amplificatori ottici consentono di trasportare volumi di dati nell’ordine dei terabit al secondo su distanze transoceaniche. Il rafforzamento delle capacità di instradamento richiede inoltre soluzioni di gestione del segnale e componentistica ad alta affidabilità, in grado di operare per decenni in ambienti estremi.
Il balzo del 32,5% registrato nel terzo trimestre 2025 va quindi letto alla luce di questo contesto sistemico. L’AI infrastructure build-out supercycle non riguarda solo data center e cluster di acceleratori, ma si estende alle dorsali che interconnettono continenti e regioni. Le reti AI globali, caratterizzate da flussi massivi di dati tra nodi di calcolo distribuiti, impongono latenze contenute, elevata disponibilità e capacità di rerouting quasi istantanea.
La prospettiva delineata da Omdia per il 2026 indica che il completamento di nuovi cavi sottomarini sosterrà ulteriormente il mercato. La propagazione del modello mesh in più bacini oceanici suggerisce una trasformazione strutturale dell’architettura globale delle telecomunicazioni. Se il paradigma point-to-point ha rappresentato la fase di espansione della capacità, la fase attuale si concentra sulla resilienza distribuita. Il mercato, fotografato dai 337 milioni di dollari del terzo trimestre 2025, appare allora come l’indicatore anticipatore di una ridefinizione più ampia dell’ecosistema globale delle reti. L’equilibrio tra latenza, capacità e robustezza non è più una questione puramente ingegneristica, ma una variabile strategica per operatori, hyperscaler e Paesi.
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