Per il secondo anno consecutivo il World Economic Forum ha classificato la disinformazione come il rischio globale numero uno, davanti a disastri climatici, ai conflitti e anche alla cybersicurezza. A mettere nero su bianco quanto questo fenomeno costa davvero all’economia mondiale ci ha provato Sopra Steria con uno studio pubblicato a fine marzo 2026 che, per la prima volta, quantifica in modo sistematico l’impatto economico globale della manipolazione dell’informazione: 417 miliardi di dollari per il solo anno 2024. Una cifra che sposta definitivamente la disinformazione dal terreno del dibattito politico a quello del rischio economico strutturale.

Metodologia

Lo studio di Sopra Steria non si limita ad aggregare dati esistenti: costruisce un protocollo metodologico originale e riproducibile, pensato per essere aggiornato di anno in anno. L’approccio si ispira a quello dell’Intergovernmental Panel on Climate Change e si articola su tre scenari — conservativo, mediano ed esplorativo — applicati a tre verticali di costo: finanziario, sociale e politico.

Un aspetto interessante è l’architettura del modello. I costi finanziari, sociali e politici vengono trattati come indipendenti tra loro, per evitare il rischio di doppio conteggio, un problema strutturale che affligge la letteratura esistente sul tema. All’interno di ciascun verticale, però, vengono modellate le interazioni di secondo ordine — ad esempio l’effetto amplificatore dei deepfake sulle frodi finanziarie — attraverso una matrice di interazione i cui coefficienti sono validati da esperti.

Tiziana Assenza
Tiziana Assenza, Toulouse School of Economics, Clément Bénesse di Opsci.ai e Cyril Rollinde di Citizing Consulting

Per aggregare i risultati, lo studio ricorre ai valori di Shapley, un concetto mutuato dalla teoria dei giochi cooperativi che garantisce una distribuzione equa dei costi tra i diversi fattori. Dove i dati non corrispondono esattamente all’anno 2024 o alla scala globale, vengono applicati tassi di attualizzazione temporale e fattori di normalizzazione geografica basati sul Pil. Il tutto è stato sviluppato sotto la supervisione di un comitato scientifico che riunisce competenze in economia, data science e strategia, con Tiziana Assenza della Toulouse School of Economics, Clément Bénesse di Opsci.ai e Cyril Rollinde di Citizing Consulting.

Disinformazione, cambio di paradigma

L’ultima stima globale del costo della disinformazione – prima dello studio attuale – risale al 2019, quando la società di cybersicurezza Cheq, in collaborazione con il professor Roberto Cavazos dell’Università di Baltimora, ha  fissato l’asticella a 78 miliardi di dollari. Da allora, però, il panorama è cambiato radicalmente. La pandemia Covid ha scatenato un’“infodemia” senza precedenti, in cui l’accesso a informazioni affidabili è diventato letteralmente una questione di vita o di morte. L’intelligenza artificiale generativa ha industrializzato la produzione di contenuti ingannevoli, dai deepfake ai testi sintetici e secondo Sopra Steria, l’AI ha amplificato l’impatto economico del fenomeno con un effetto moltiplicatore stimato tra il 15% e il 20%. L’intensificazione della guerra ibrida ha reso la manipolazione dell’informazione uno strumento strategico nei conflitti tra Stati. La crescita delle criptovalute ha aperto nuovi territori fertili per le truffe, mentre la deregolamentazione della moderazione sui social media — a partire dall’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nel 2022 — ha indebolito le difese esistenti. Cinque trasformazioni che hanno reso l’aggiornamento delle stime non solo utile, ma urgente.

I numeri della disinformazione

I risultati dello studio sono articolati su tre livelli quindi. Nello scenario conservativo, basato esclusivamente su dati verificabili e impatti diretti misurabili, il costo globale ammonta a 355,6 miliardi di dollari. Nello scenario mediano, che incorpora i costi indiretti documentati, si sale a 417,1 miliardi. Lo scenario esplorativo, che include gli effetti sistemici e i costi di lungo termine, raggiunge i 516,4 miliardi.

La componente finanziaria domina in tutti e tre gli scenari. Nello scenario mediano vale 393,1 miliardi di dollari e comprende perdite in borsa attribuibili alla disinformazione per circa 60 miliardi, l’impatto delle recensioni false sull’e-commerce per 227 miliardi, frodi dirette ai consumatori per 12,5 miliardi (dato Ftc), truffe crypto come il “pig butchering” per 5,5 miliardi e la quota di contraffazione riconducibile a disinformazione intenzionale per circa 28 miliardi. Un dato particolarmente significativo riguarda la piattaforma Meta, che secondo Reuters avrebbe generato 16,4 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari da contenuti fraudolenti nel 2024, pari a circa il 10% del fatturato pubblicitario totale.

I costi sociali, stimati a 9,8 miliardi nello scenario mediano, catturano l’impatto della disinformazione sulla coesione sociale e sulla salute pubblica. Lo studio adotta il seguente principio di attribuzione: vengono conteggiati solo i costi sanitari per i quali il nesso tra una campagna di disinformazione identificata e un danno documentato è stabilito da fonti istituzionali robuste. L’unico caso che soddisfa questi criteri per il 2024 è l’epidemia di morbillo alimentata da campagne anti-vaccinazione, con costi diretti stimati dalla John Hopkins in 12,4 milioni di dollari. Per i costi sistemici, lo studio si appoggia al lavoro di Allianz Research, che stima come il calo della fiducia dei consumatori dovuto alla polarizzazione potrebbe ridurre i consumi tra 157 e 318 miliardi di dollari negli Stati Uniti e in Europa entro il 2027.

I costi della disinformazione nei tre scenari dello studio Sopra Steria
I costi della disinformazione nei tre scenari dello studio (fonte: The Global Economic Impact of Disinformation, marzo 2026, Sopra Steria)

I costi politici e di risposta raggiungono i 14,2 miliardi nello scenario mediano. Includono il costo di operazioni di disinformazione identificate — la sola propaganda russa vale 1,5 miliardi all’anno — le spese per l’annullamento di processi elettorali compromessi, come nel caso della Romania con 280 milioni di dollari, e gli investimenti pubblici e privati nel contrasto alla manipolazione informativa. Su quest’ultimo fronte, lo studio stima che il 10-15% del mercato globale del digital Trust”, valutato 118,71 miliardi nel 2024, sia dedicato direttamente o indirettamente al contrasto della disinformazione.

Settore finance nel mirino

Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dallo studio è la sproporzione tra le risorse di chi produce disinformazione e quelle di chi la contrasta. A fronte dei 16,4 miliardi di ricavi che Meta genererebbe da contenuti fraudolenti, per esempio, il budget globale per il fact-checking non supera i 100 milioni di dollari, di cui circa il 45% finanziato dalla stessa Meta. È un’asimmetria strutturale che ricorda le fasi iniziali della cybersicurezza, quando il problema era riconosciuto ma non ancora trattato come una funzione strategica con budget, governance e regolamentazione dedicati.
Lo studio identifica il settore finanziario come uno dei più vulnerabili. La finanza si fonda su due asset — fiducia e informazione — entrambi bersagli naturali delle campagne di disinformazione. Il caso emblematico resta l’hack dell’account Twitter di Associated Press nel 2013, quando un falso tweet su un attacco alla Casa Bianca ha cancellato 136 miliardi di dollari dall’S&P 500 in due minuti. Più di recente, nel 2022, un tweet falso da un account hackerato che annunciava la distribuzione gratuita di insulina da parte di Eli Lilly ha provocato una perdita di 15 miliardi di dollari in una sola notte. Episodi che dimostrano come la velocità di esecuzione dei mercati e la disintermediazione delle decisioni di investimento creino un terreno fertile per la manipolazione quasi istantanea.

Lo studio di Sopra Steria si propone  come un primo tassello di un percorso più ampio. Il protocollo è pensato per essere aggiornato annualmente e gli autori riconoscono esplicitamente le limitazioni dell’analisi: la concentrazione dei dati su Stati Uniti ed Europa occidentale, il focus sulle operazioni di manipolazione straniera (Fimi – Foreign Information Manipulation and Interference) che esclude la disinformazione domestica, l’impossibilità di catturare gli effetti cumulativi di lungo termine sull’erosione della fiducia istituzionale. Proprio per questo, le cifre presentate rappresentano una base di partenza con la lotta alla disinformazione che sta percorrendo la stessa traiettoria di ritardi da colmare che ha caratterizzato la cybersecurity. 

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