La sanità digitale italiana ha chiuso il 2025 confermando un ritmo di crescita superiore alla media dell’Ict nazionale, sostenuta dall’ultimo miglio di attuazione del Pnrr e da una domanda pubblica che, gara dopo gara, continua a ridisegnare le priorità di spesa del Servizio Sanitario Nazionale. Ma la fotografia del mercato, per quanto solida, convive con un sistema sanitario alle prese con liste d’attesa che non si accorciano, una spesa pubblica che non guadagna terreno rispetto al Pil e un 2026 che si conferma il vero spartiacque: l’anno in cui gli investimenti fatti finora dovranno reggersi in piedi da soli, senza più il paracadute del Piano.

Un mercato vicino ai 4,5 miliardi di euro

Secondo le rilevazioni di NetConsulting cube, presentate alla Digital Health Conference 2025, il mercato complessivo della sanità digitale italiana – che comprende Ict, Bpo e dispositivi medici connessi – ha raggiunto nel 2025 un valore di 4.836 milioni di euro, in crescita del 7,5% rispetto ai 4.498 milioni del 2024. A trainare l’incremento è soprattutto l’Ict, salito a 2.171 milioni (+9,8%), seguito dai dispositivi medici, arrivati a 2.091 milioni (+7,5%), mentre il BPO si conferma il comparto più maturo, fermo a 308 milioni (+2%). La traiettoria resta quella di una crescita costante, con il 2026 atteso in ulteriore espansione fino ad avvicinare i 6 miliardi di euro entro il 2028, con un tasso di crescita medio annuo che si stabilizzerà tra il 6% e il 7%.

Mercato Sanità Digitale
Mercato Sanità Digitale, Ict, Bpo e dispositivi medici, 2022-2028E (fonte: NetConsulting cube, 2025)

A pesare di più su questo mercato resta la sanità territoriale pubblica, che nel 2025 vale 2.531 milioni di euro (+7,3%), confermando il proprio ruolo centrale nella trasformazione post-Pnrr. Seguono i gruppi e le strutture private, con 1.240 milioni (+6,8%), mentre le Regioni accelerano con 871 milioni e una crescita del 10%, trainata direttamente dai progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Due segmenti minori meritano attenzione per la loro dinamica: il mercato consumer, salito a 70 milioni di euro (+8%, in marcia verso gli 85 milioni entro il 2028) grazie a cittadini che acquistano autonomamente dispositivi di telemonitoraggio e servizi di telemedicina privata; e Agenas, che passa dai 15 milioni del 2024 a 20 milioni nel 2025 (+30,7%), segno di un ruolo crescente dell’Agenzia nel coordinamento nazionale delle politiche di sanità digitale.

Sul fronte degli acquisti, il 2025 ha segnato un’ulteriore accelerazione della centralizzazione della domanda pubblica: il Piano Gare annuale di Consip, in attuazione del Piano Industriale 2025-2028, ha messo a bando 111 iniziative (+35% rispetto agli anni precedenti), con l’obiettivo dichiarato di superare i 120 miliardi di euro di acquisti complessivi nel quadriennio. Un segnale che conferma quanto il canale Consip e gli altri strumenti telematici della pubblica amministrazione, più che le trattative dirette o le centrali regionali, si stiano affermando come la via maestra della sanità digitale italiana.

Dove va la spesa IT: clinica, telemedicina e digital enabler

Il dato più significativo del 2025, però, riguarda la trasformazione strutturale del modello di spesa: gli investimenti in Opex (spesa operativa) sono saliti a 2.333 milioni di euro (+11,5%), mentre i Capex sono cresciuti solo del 4,1%, a 2.503 milioni. Nel 2022 il rapporto era ancora nettamente sbilanciato sul Capex (2.106 milioni contro 1.701 di Opex): in tre anni la forbice si è quasi chiusa e, secondo le proiezioni, entro il 2028 gli Opex supereranno definitivamente i Capex (3.107 contro 2.776 milioni). È il segno tangibile del passaggio a modelli as-a-service e a canoni ricorrenti, che se da un lato garantisce flessibilità operativa e aggiornamento costante, dall’altro genera una dipendenza strutturale dai fornitori e richiede competenze di governance dei consumi cloud che molte strutture sanitarie non hanno ancora sviluppato appieno – con il rischio concreto, già segnalato dagli analisti, che la spesa Opex sfugga di mano a chi continua a mantenere attive anche le infrastrutture legacy.

Nell’ambito IT specifico, il grosso degli investimenti resta concentrato sui sistemi clinici e ospedalieri, che dominano con 997 milioni di euro nel 2025 (+11,7%), destinati a raggiungere 1.290 milioni entro il 2028. Al loro interno, il software applicativo vale 676 milioni (+6,3%), sospinto dalle soluzioni infrastrutturali (124 milioni, +8,8%) e dalle applicazioni specialistiche (479 milioni, +5,7%); ma il dato più rilevante riguarda l’esplosione dei servizi di gestione, saliti a 646 milioni (+15,9%), segno tangibile di come manutenzione e gestione continuativa delle soluzioni digitali stiano diventando più rilevanti della loro implementazione iniziale – il passaggio, cioè, da una logica progettuale a una logica di servizio continuativo.

Tra le voci più dinamiche, la telemedicina ha raggiunto 150 milioni di euro di spesa IT nel 2025 (+16%), sostenuta anche dall’obbligo di rendicontare 300 mila assistiti in telemonitoraggio entro fine anno; mentre la spesa in AI & Analytics ha toccato i 228,1 milioni di euro, in crescita del 90% in appena tre anni rispetto ai 120,9 milioni del 2022, spinta dalla diffusione di sistemi di supporto alle decisioni cliniche e di analisi predittiva dei percorsi di cura. Bene anche il Fascicolo Sanitario Elettronico, il cui percorso di consolidamento prosegue nel 2025 (v. approfondimento più avanti), segno che la spinta verso l’integrazione tra sanitario, sociale e territorio, per quanto ancora incompleta sul piano infrastrutturale, si sta progressivamente traducendo in investimenti concreti.

Tra i cosiddetti digital enabler, il cloud si era già confermato nel 2024 il comparto più vivace (336 milioni di euro, +26,6%), seguito da analytics (191 milioni, +24,2%) e cybersecurity (162 milioni, +17%). Il 2025 ha accentuato questi trend: secondo le più recenti rilevazioni NetConsulting cube per Anitec-Assinform, il cloud è cresciuto ulteriormente del 25%, la cybersecurity del 15% sotto la spinta della direttiva NIS2 e dell’aumento degli attacchi informatici alle infrastrutture sanitarie, mentre l’intelligenza artificiale ha messo a segno il balzo più marcato (+35% sul 2024), confermandosi priorità assoluta per l’87% delle aziende del comparto.

Digital Enabler Cloud, Analytics e Cybersecurity, 2024 (fonte NetConsulting cube, 2025)
Digital Enabler Cloud, Analytics e Cybersecurity, 2024 (fonte: NetConsulting cube, 2025)

Fse e telemedicina, la sfida dell’interoperabilità

Se i numeri di mercato raccontano una crescita ordinata, il quadro sul campo resta più frastagliato. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, pensato come infrastruttura unificante per la continuità informativa tra i diversi livelli di cura, mostra nel 2025 progressi concreti ma anche limiti evidenti: se i referti di laboratorio risultano ben integrati (oltre il 76% dei casi in poco più del 60% delle strutture), altri documenti fondamentali restano in larga parte esclusi dal flusso, come le immagini radiologiche (39% dei casi) e, soprattutto, i dati generati dalla telemedicina (appena il 12%). Significa che i flussi informativi più strategici per la presa in carico dei pazienti cronici non sono ancora disponibili in modo sistematico, con ricadute dirette sulla qualità e sulla tempestività delle cure.

Anche la Cartella Clinica Elettronica, elemento centrale dell’ecosistema, mostra un quadro a due velocità: il 92% delle Regioni ha avviato progetti di integrazione con medici di medicina generale e specialisti, ma solo il 30% delle strutture ha completato un’integrazione multi-struttura, condizione necessaria per garantire continuità tra ospedale e territorio. Restano indietro anche i sistemi di supporto decisionale clinico basati sulla Cce (operativi solo nel 23% dei casi, a fronte di un 58% di progetti ancora in corso) e la digitalizzazione dei Pdta, che spesso restano formalizzati sulla carta ma non integrati nei flussi digitali quotidiani: solo il 31% degli ingegneri clinici dichiara progetti già operativi, mentre oltre la metà dei Cio non dispone ancora di Pdta digitalizzati. In generale, circa una struttura su cinque continua a faticare nel far dialogare i propri sistemi informativi interni.

A monte di tutto, l’Ecosistema Dati Sanitari (Eds) – l’evoluzione strategica del Fse pensata per abilitare l’uso secondario dei dati a fini di ricerca, programmazione e intelligenza artificiale – è ancora in fase di costruzione: mancano specifiche tecniche chiave come gli standard Cda per i documenti clinici, e la piena operatività è attesa solo tra marzo e giugno 2026. Un ritardo che rischia di incidere sia sulla rendicontazione dei progetti Pnrr sia sulla futura interoperabilità con lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari (Ehds), le cui scadenze corrono fino al 2029.

Discorso non troppo diverso per la telemedicina: nonostante investimenti in forte crescita, l’integrazione nei percorsi di cura ordinari resta limitata, con solo il 48% delle Regioni che ha attivato progetti di follow-up per i pazienti dimessi e appena il 15% dei sistemi dotato di alert automatici per il monitoraggio dei pazienti cronici. Anche la fotografia territoriale del Pnrr resta a due velocità: il monitoraggio Agenas relativo al secondo semestre 2025 registra 781 Case della Comunità con almeno un servizio attivo sulle 1.715 programmate (45%), ma soltanto 66 pienamente a regime, con presenza medica e infermieristica conforme agli standard del DM 77/2022 (il 4% del totale). Va meglio per gli Ospedali di Comunità, attivi in 163 casi su 594 (27%), mentre le Centrali Operative Territoriali hanno superato il target fissato dal Pnrr, con 625 strutture pienamente funzionanti sulle 657 previste. L’obiettivo dichiarato per il 30 giugno 2026 – almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità pienamente operativi – resta dunque ancora lontano, soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno.

Il nodo delle risorse pubbliche e la partita del post-Pnrr

Sullo sfondo resta la questione delle risorse. Il consuntivo 2025 della spesa sanitaria pubblica si è fermato a 141,5 miliardi di euro, in crescita del 2,5% rispetto ai 138,3 miliardi del 2024 – un incremento nettamente inferiore alle stime formulate un anno prima, che indicavano oltre 144 miliardi. Il rapporto spesa sanitaria/Pil resta stabile al 6,3%, e le proiezioni per il 2026 lo danno in leggero aumento al 6,4%, con una spesa attesa attorno ai 148-150 miliardi di euro. Una crescita in valore assoluto, dunque, ma non un vero riequilibrio rispetto alla ricchezza nazionale: secondo le analisi della Fondazione Gimbe, il divario tra fabbisogno di spesa sanitaria e Fondo Sanitario Nazionale, già salito a 4,3 miliardi nel 2024, è atteso in ulteriore crescita fino a superare i 13 miliardi entro il 2029. Accanto alla spesa pubblica, quella privata – secondo l’ultimo Rapporto Aiop disponibile – supera i 45 miliardi di euro, pari a circa un quarto della spesa sanitaria complessiva: più che un segnale di privatizzazione, gli analisti la leggono come la spia di una domanda latente di prestazioni che il Ssn, tra liste d’attesa e carenza di personale, fatica a intercettare.

Distribuzione territoriale delle risorse

Al tema delle risorse si affianca quello della loro distribuzione territoriale: nel 2025, il Nord Ovest guida la spesa in sanità digitale con 1.671 milioni di euro (+7,8%), seguito dal Nord Est (1.190 milioni, +8%), dal Sud e Isole (1.035 milioni, +7,2%) e dal Centro (939 milioni, +7%). Ma il dato più rivelatore emerge dal confronto pro capite: la media nazionale è di 76,3 euro per abitante, con un divario che va dai 97,4 euro del Nord Ovest ai soli 47 euro delle Isole – una distanza che non riflette solo la disponibilità di risorse, ma anche una diversa capacità organizzativa di attivare progettualità complesse, con il rischio concreto che intere fasce di popolazione restino escluse dai benefici della trasformazione digitale.

È su questo terreno che si gioca la partita più delicata dei prossimi mesi: cosa succederà quando, dal 2026 in avanti, verrà meno il sostegno straordinario del Pnrr. Le infrastrutture digitali realizzate in questi anni – dal cloud del Polo Strategico Nazionale alle piattaforme di intelligenza artificiale in fase di aggiudicazione, fino ai nuovi obblighi della direttiva europea sullo spazio dei dati sanitari (Ehds) – rischiano di restare sottoutilizzate se non accompagnate da un modello di finanziamento strutturale e da una governance capace di tenere insieme ministero, Regioni e aziende sanitarie. Un rischio che gli operatori del settore indicano ormai come la priorità assoluta per il biennio 2026-2027: non più, o non solo, aggiungere tecnologia, ma renderla finalmente parte integrante e sostenibile dei processi di cura.

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