Il tema della sostenibilità digitale nell’era dell’intelligenza artificiale onnipresente ed energivora (oramai tutti sanno che interrogare l’AI costa, che il prompt sia intelligente o no) rimane una questione di rilevanza strategica, sottesa o palesata dalle aziende. Una priorità? Una voce del bilancio? Un di cui?
Mentre ci sentiamo tirati per la giacchetta dalla consapevolezza che siamo su una via senza ritorno (da una parte) e che ogni momento è buono per definire la nostra responsabilità su cosa, come, quanto usare l’AI (dall’altra), il dibattito sulla sostenibilità digitale prende forma, pur tentennando. E entra in tavoli di lavoro a porte chiuse, board aziendali, dibattiti pubblici come gli Stati Generali della Sostenibilità Digitale tenutisi la scorsa settimana a Varignana, fuori Bologna.
Un evento, alla quarta edizione, guidato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale attorno alle riflessioni di una community composta da un centinaio di C-level delle più importanti aziende pubbliche e private (chief information officer, innovation officer, marketing officer, operation officer). “Un appuntamento che negli anni ha consolidato il proprio ruolo come luogo di confronto, analisi e visione sul futuro digitale del Paese – precisa Stefano Epifani, presidente della Fondazione -. Con i nuovi ingressi nella community, il nostro confronto amplia le prospettive per rispondere in modo efficace alla crescente esigenza di pratiche multidisciplinari. Solo attraverso l’incontro tra competenze diverse possiamo infatti mettere la sostenibilità digitale al servizio dell’innovazione dell’intero sistema aziendale, contribuendo a un modello di sviluppo più responsabile, etico, competitivo e orientato al futuro”.
Non mi dilungo sugli interventi ma sulle vie di uscita: sei direttrici definite “le più urgenti” che i C-level dovranno prendere in considerazione già dai primi mesi del 2026, per dare un senso all’innovazione sostenibile supportata dal digitale, nell’ambito di un contesto internazionale complicato.
Eccole.
1. Garantire la sicurezza energetica e l’accesso stabile a energia rinnovabile, a costi competitivi, per garantire la sostenibilità delle infrastrutture digitali.
2. Rafforzare la sovranità infrastrutturale delle aziende e il controllo della supply chain tecnologica, per evitare la dipendenza da pochi paesi per semiconduttori, cloud e capacità di calcolo. Le imprese devono diversificare i fornitori, valutare opzioni di infrastrutture sovrane e integrare il rischio geopolitico nelle strategie di investimento.
3. Proteggere e valorizzare il capitale dei dati, in un quadro internazionale frammentato. Governance, qualità, sicurezza e controllo dei flussi diventano leve per innovazione, competitività e conformità normativa.
4. Investire sui talenti e sulle competenze tecnologiche avanzate, perché il capitale umano diventa la condizione abilitante della sovranità tecnologica. La scarsità globale di competenze in AI, cloud, chip e cybersecurity deve essere affrontata con politiche di formazione e capacità di attrarre e mantenere talenti in azienda.

5. Collegare strategia energetica e trasformazione digitale, essendo impossibile sviluppare l’AI senza una base energetica solida. Questo significa per le imprese procedere con una doppia transizione: transizione verde e transizione digitale, per ridurre costi, mitigare rischi e ottenere vantaggi competitivi nei mercati regolati.
6. Prepararsi alla multipolarità tecnologica e al nuovo ordine globale dell’innovazione: India, Brasile, Indonesia, Nigeria e Arabia Saudita stanno emergendo come nuovi hub tecnologici. Questo implica per i C-level ripensare a supply chain, partnership e strategie di mercato, con la consapevolezza che l’innovazione non è più centrata solo su Stati Uniti, Europa e Cina.
Ma c’è un ulteriore impegno preso durante il convegno che abbiamo apprezzato, anche come giornalisti alla ricerca costante di fonti affidabili e verificate: la creazione di un gruppo per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione con l’obiettivo di guidare la trasformazione sostenibile della comunicazione d’impresa, per promuovere pratiche comunicative responsabili, capaci di contrastare la disinformazione e favorire l’inclusione. Un affondo sulla comunicazione per evitare l’abuso delle parole “sostenibilità digitale” nella comunicazione delle aziende laddove è solo per belletto.
E’ pungente Epifani: “Stiamo attraversando una fase di crisi profonda sul tema della sostenibilità, aggravata da uno scenario internazionale instabile. Il punto critico, però, siamo noi: quando riduciamo la sostenibilità a voce contabile, a leva di comunicazione, o a una forma edulcorata di responsabilità sociale che pensa di compensare modelli insostenibili piantando alberi o sistemando rotatorie”.
E bacchetta: “Siamo perfettamente consapevoli che l’Agenda 2030, nei fatti, è stata un fallimento rispetto agli obiettivi che si era posta; ma proprio per questo dobbiamo recuperarne la lezione e costruire su di essa, invece di abbandonarla a quel silenzio imbarazzato a cui sembrano destinarla alle Nazioni Unite. Se la sostenibilità è “morta”, lo è perché l’abbiamo trattata come un peso e non come un’opportunità. Dobbiamo invece vederla come leva di crescita: non per consumare meno, ma per consumare meglio. In questa prospettiva, la trasformazione digitale è un passaggio obbligato, perché non serve a rendere la tecnologia meno impattante, ma a ridurre l’impatto di tutto il resto. Sostenibilità digitale significa questo: usare l’innovazione per generare valore e orientarne lo sviluppo in modo coerente”.
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