L'intelligenza artificiale è entrata stabilmente nel dibattito sulla cybersecurity, ma tra promesse, aspettative e timori permane una domanda centrale: quanto e come l’AI può realmente contribuire alla protezione delle organizzazioni e quali sono invece i rischi che introduce? È da questa riflessione che prende avvio il whitepaper proposto da ESET – La sicurezza informatica nell'era dell'intelligenza artificiale – che analizza il rapporto sempre più stretto tra AI e difesa cyber, sulla base di una prospettiva pragmatica e orientata alle applicazioni concrete.
Il documento esplora innanzitutto le modalità con cui l'intelligenza artificiale può rafforzare le attività di prevenzione, rilevamento e risposta alle minacce. Dalla threat intelligence alla prioritizzazione degli alert, dall'analisi automatica di grandi volumi di dati fino agli assistenti AI integrati nelle piattaforme di sicurezza, emerge il potenziale dell'AI come strumento di supporto per i team di cybersecurity, chiamati a gestire ambienti sempre più complessi e una superficie di attacco in continua espansione. Ampio spazio è dedicato quindi all'esperienza maturata da ESET nell'utilizzo dell'intelligenza artificiale, con una ricostruzione dell'evoluzione delle tecnologie adottate dall'azienda negli ultimi venticinque anni: dai primi sistemi di machine learning per il rilevamento dei malware fino alle più recenti applicazioni basate su modelli generativi, AI Advisor, threat intelligence avanzata e piattaforme XDR.
Si analizzano però anche i limiti della tecnologie quando non sono utilizzate nella giusta prospettiva, evidenziando temi come i falsi positivi, le allucinazioni dei modelli generativi, la necessità di dataset di qualità e l'importanza della supervisione umana. Gli stessi strumenti AI possano essere utilizzati dai criminali informatici per potenziare campagne di phishing, disinformazione, social engineering e sviluppo di nuove tecniche di attacco; serve quindi abbracciare in una visione equilibrata il potenziale dell’AI, riconoscendone il valore non tanto come abilitatore digitale in sostituzione delle competenze umane, ma come componente di un approccio multilivello alla sicurezza informatica.
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