Dietro la sigla Ita, Italian Trade Agency, c’è una delle istituzioni più longeve dell’amministrazione economica italiana con una rete di circa settanta uffici distribuiti nel mondo. La storia dell’Agenzia comincia nel 1926, quando un decreto regio istituisce l’Istituto Nazionale per le Esportazioni (Ine) con il compito di promuovere le vendite all’estero dei prodotti del suolo e dell’industria italiana. Nel 1935 l’ente estende il proprio raggio d’azione alle importazioni e cambia nome in Istituto Nazionale per gli Scambi con l’Estero. Dieci anni più tardi, nel 1945, adotta la sigla destinata a durare più a lungo e ancora riconosciuta oggi: Ice (Istituto nazionale per il Commercio Estero), anche se l’ultima trasformazione è del 2011. L’Ice viene soppresso e ricostituito in forma di agenzia governativa, l’attuale Agenzia Ice per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, operativa nella nuova veste dal 2013 e conosciuta oltreconfine come Italian Trade Agency.
Il contesto e il bisogno
Il mandato è rimasto lo stesso: accompagnare le imprese italiane sui mercati stranieri e attrarre investimenti verso l’Italia. È un lavoro che si svolge in larga parte fuori dai confini nazionali, attraverso la rete di uffici che fa capo alla sede centrale. Ed è proprio questa geografia diffusa a definire il nodo tecnologico: ogni ufficio genera e conserva informazioni, ma per anni lo ha fatto con sistemi indipendenti, poco governabili in modo unitario. In altri termini, alla solidità dell’ente non è corrisposta un’architettura informatica altrettanto compatta: quest’ultima si è piuttosto adattata ufficio per ufficio, man mano che la rete si allargava. Coordinare un’organizzazione così dispersa significa invece, prima di ogni altra cosa, far dialogare i dati che ciascuna sede produce e utilizza ogni giorno.
È su questo terreno che l’Agenzia decide allora di avviare una riorganizzazione della propria infrastruttura informativa.
Il bisogno dell’Agenzia è infatti quello di ricondurre a unità un’infrastruttura cresciuta per accumulo. Con i dati sparsi su apparati separati, stand-alone, ogni sede ha teso a comportarsi come un’isola: regole di accesso stabilite in loco, livelli di protezione disomogenei, nessuna garanzia che un documento trattato a Roma e uno gestito in un ufficio estero rispondano agli stessi criteri. Una frammentazione che complica il lavoro quotidiano e, insieme, pesa sui conti: presidiare ambienti eterogenei moltiplica le competenze richieste e alza il costo totale di proprietà, quel Tco che ogni organizzazione distribuita cerca di contenere. Si aggiunge oggi anche la pressione normativa. Un ente che tratta dati su scala internazionale deve assicurare in ogni punto della rete la conformità al Gdpr e abbattere la probabilità che i dati vadano perduti, si corrompano o finiscano nelle mani sbagliate: obiettivi ardui da raggiungere quando le misure di sicurezza cambiano da una sede all’altra.
Il metodo e la soluzione
Un modello unico centralizzato nella governance, ma capace di propagarsi in modo coerente fino all’ultimo ufficio della rete è quindi allo stesso tempo il bisogno e il metodo che guida la ricerca del partner tecnologico. Con l’Agenzia che sceglie di affrontare il problema non come un aggiornamento tecnico circoscritto, ma come una revisione del modo stesso in cui i dati vengono custoditi e resi disponibili lungo tutta la sua estensione geografica. Per questo vengono scelte le tecnologie di NetApp affidandone la realizzazione al partner Softway per un intervento che tocca insieme efficienza, sicurezza e continuità dei servizi.

Il perno tecnico è la funzione di caching remoto Ontap FlexCache, che tiene copie aggiornate dei dati in prossimità degli uffici che le usano: così una sede lontana dal data center centrale lavora sulle informazioni con la prontezza di un accesso locale, senza che la fonte cessi di essere unica e governata dal centro. Il vantaggio non è astratto: tra un continente e l’altro la distanza fisica si traduce in latenza, e un ufficio costretto a interrogare ogni volta un archivio dall’altra parte del mondo pagherebbe quell’attesa su ciascuna operazione.
La realizzazione del progetto passa dalle competenze del partner. Softway cura un’implementazione su misura, traducendo i requisiti istituzionali dell’Agenzia in una configurazione tecnica e coordinando la messa in opera di 48 sistemi NetApp Aff, governati dal sistema operativo Ontap. È il livello a cui, di regola, un progetto del genere si gioca la riuscita: non nella tecnologia in sé, ma nella capacità di adattarla a un’organizzazione con procedure e vincoli propri. I numeri stessi dell’intervento, con decine di apparati coordinati e ricondotti a una medesima logica, dicono che la posta non era la singola installazione, bensì la coerenza dell’insieme.
Il risultato e i vantaggi
Il risultato è un ambiente in cui il controllo torna al centro. Rispetto ai precedenti sistemi indipendenti, l’infrastruttura integra l’autenticazione di dominio e permette di stabilire da un unico punto i livelli di autorizzazione: i sistemi remoti riproducono la medesima griglia di autorizzazioni definita per i volumi del data center principale, così che l’accesso a un’informazione segua le medesime regole ovunque venga richiesta. È la differenza tra una rete di sistemi che si limitano a coesistere e un’unica infrastruttura che si comporta come un solo sistema, per quanto distribuito.
Lo stesso criterio di uniformità vale per la protezione. Backup, misure di sicurezza e politiche di governo del dato (dalla classificazione ai privilegi di accesso) sono identici tra la sede centrale e gli uffici periferici. È l’impianto che presidia i tre requisiti classici della sicurezza delle informazioni, riservatezza, integrità e disponibilità, e che tiene anche negli scenari di disaster recovery, a sostegno degli obiettivi di tempo di ripristino e di perdita massima di dati tollerata, gli indicatori Rto e Rpo.
È il punto che il responsabile del progetto di infrastruttura IT di Ita, Massimiliano Pioli, colloca al cuore dell’operazione: una scelta, la definisce, di “governance manageriale, finalizzata a superare la frammentazione tecnologica e a costruire un modello centralizzato, scalabile e sicuro”, che ha consolidato “i tre pilastri della protezione dei dati: riservatezza, integrità e disponibilità”.

Sul piano operativo, il guadagno immediato è la semplicità. Un’infrastruttura più snella riduce il numero di ambienti da presidiare e restituisce all’Agenzia una stabilità di funzionamento omogenea su tutta la rete — condizione non secondaria per un ente i cui servizi sostengono, in ultima analisi, l’attività delle imprese italiane all’estero. Lo sottolinea il Cio dell’Agenzia, Giuseppe Maria Armenia, che lega la scelta alla natura stessa dell’organizzazione: per una presenza internazionale tanto estesa, osserva, contano soprattutto “continuità operativa e semplicità di gestione”, ed è su questo terreno che la collaborazione ha migliorato l’efficienza nel trattamento dei dati.
C’è poi un cambio di prospettiva che va oltre l’aspetto tecnico: la gestione dei dati smette di essere una voce di costo e diventa una risorsa su cui poggiano resilienza e sicurezza, anche di fronte alle minacce informatiche.

È la lettura che ne dà Davide Marini, country manager di NetApp Italia, quando riconduce il progetto al bisogno di fondo di chi lavora su scala mondiale: un’infrastruttura semplice da gestire e in grado di rendere le informazioni raggiungibili in sicurezza «ovunque esse si trovino». Per Alessandro Staltari, amministratore delegato di Softway, il caso conferma soprattutto il valore delle soluzioni costruite su misura, a partire dalla tecnologia FlexCache attorno a cui è stato disegnato l’intervento.
Resta, come in ogni progetto di questo tipo, la parte non ancora scritta: un’infrastruttura centralizzata e coerente è anche la base su cui potranno innestarsi gli sviluppi successivi, dall’automazione alle applicazioni di analisi dei dati. Per un’agenzia nata quasi un secolo fa per spedire oltreconfine i prodotti del suolo e dell’industria italiana, il perimetro da presidiare, oggi, è fatto prima di tutto di dati.
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