L’attenzione per le imprese ha da sempre in Italia una dimensione territoriale, non solo per il legame forte con singole regioni e zone per la forma a stivale del nostro Paese, ma anche perché le imprese italiane da sempre fanno rete per filiere, settori, ambiti regionali.
In questo contesto le Camere di Commercio locali svolgono un ruolo di aggregazione ma soprattutto garantiscono erogazione di servizi nazionali a livello locale, una vicinanza che agli imprenditori piace.
E oggi, grazie a Internet, stessi servizi, stessa interfaccia, stessa risposta per la più piccola delle Camere di Commercio italiane (Enna) fino a quelle dei comuni più popolati di realtà imprenditoriali (capitale e capoluoghi di provincia).

Chi gestisce questo mondo da più di 40 anni è Infocamere che per conto delle Camere di Commercio nazionali gestisce il Registro delle Imprese, quell’anagrafe ufficiale delle imprese italiane aperta alla consultazione da parte di cittadini, imprese, professionisti, e pubblica amministrazione. “Di fatto, Infocamere è la società di informatica e di innovazione delle Camere di Commercio, è a controllo pubblico, totalmente partecipata dalle Camere di Commercio italiane che sono pubbliche amministrazioni – esordisce Paolo Ghezzi, direttore generale di Infocamere -. I nostri soci sono le Camere di Commercio in Italia. Con i dati ufficiali raccolti e tratti dal Registro delle imprese, contribuiamo all’analisi del tessuto imprenditoriale italiano, creando valore per il Paese. Consentiamo a tutti l’accesso alle banche dati del sistema camerale sia per una rapida consultazione di visure, bilanci e fascicoli, sia in modo massivo e via web service”.

Paolo Ghezzi, direttore generale di Infocamere

Una realtà che ha visto quasi la totalità dei suoi 1.050 dipendenti lavorare in smart working negli ultimi mesi (modalità già attiva per 2-3 giorni a settimana nelle fasi pre lockdown) a garanzia della business continuity dei servizi offerti. “Il vero smart working non è però stare chiusi in casa 5 giorni alla settimana – puntualizza Ghezzi – ma trovare un giusto equilibrio che sarà alla base anche del next normal. Credo che la nuova normalità non sarà certamente un ritorno a come eravamo prima, perché un’accelerazione sull’uso degli strumenti digitali come quella che ha dato la pandemia non si era mia vista ed è una grande opportunità da cogliere”.

Il dato di partenza è il ritardo della digitalizzazione italiana argomenta. “Siamo ancora e da sempre tra gli ultimi Paesi dell’indice Desi 2020, che misura la digitalizzazione di cittadini e imprese, nonostante in questi anni sia stato istituito il Ministero dell’Innovazione e Agid abbia realizzato una ricca agenda digitale con un intenso programma. Ma non basta, siamo sempre agli ultimi posti e credo che quando si rimane indietro, purtroppo, non basta studiare con lo stesso impegno di chi deve semplicemente ripassare, ma serve studiare il doppio: per recuperare il terreno perso dovremmo stimolare una crescita con salti quantici, come quella che la pandemia ci ha spinto a fare. Il lockdown ci ha obbligato a disintermediarci”.

La fotografia ad oggi

Dei 6 milioni di imprese gestite dal registro di Infocamere, il 99% è piccolissima impresa (al di sotto della definizione di Pmi europea, secondo la quale sono realtà con meno di 40 dipendenti e un fatturato al di sotto di 50 milioni di euro). “A queste realtà servono servizi essenziali – precisa Ghezzi -. Dal 2000 il sistema camerale ha introdotto la posta elettronica certificata per rendere totalmente digitale l’iscrizione al Registro delle imprese digitale, un passaggio che non significava trasformare i documenti in file scansionati in Pdf, ma significa considerare il digitale come il vero strumento” .

Oggi Infocamere (“nata proprio con l’informatica” tiene a precisare Ghezzi) è una realtà da 110 milioni di euro fatturato 2019, con 1.050 dipendenti dalla formazione tecnologica (laureati in informatica e ingegneria, il 40% donne), dislocati su 4 sedi: Padova che ospita il data center principale e 550 sistemisti, Milano con 250 persone e il secondo data center ridondante il primo, Roma con la sede legale e 180 persone nel contact center, Bari aperta nel 2006 con 100 ricercatori dedicati allo sviluppo, grazie anche alla collaborazione con il Politecnico di Bari che ha creato un percorso per i data scientist. “Il focus a Bari è l’analisi dei big data,  perché lì si concentra lo sviluppo della parte applicativa che sfrutta tecnologie di analytic e machine learningprecisa il direttore generale -. I big data sono la fonte per passare da una analisi puntuale all’analisi del territorio, dalla quale può scaturire una nuova progettualità. Siamo una società senza finalità di lucro. Restituiamo ai soci il valore raccolto e ogni anno reinvestiamo in innovazione e tecnologia circa 10 milioni del fatturato. Anche nel budget 2020 sono stati allocati 10 milioni per progetti innovativi”.

Difficoltà incontrate e missione aziendale

Lavorare con la PA significa avere ben presenti le lentezze e i ritardi nell’attuazione di progetti magari già deliberati e implica gestire cambiamenti a volte inaspettati. “Le crisi di impresa si basano oggi su parametri che prima non erano previsti” e questo comporta un continuo tuning di risorse e progetti, con una razionalizzazione anche dell’esistente. Un caso su tutti avanza Ghezzi: “Oggi in Italia ci sono più di 10.000 data center pubblici, ma di questi sono molto pochi quelli con le caratteristiche stabilite da Agid. Si dovrebbero stabilizzare in 30-40 data center, non di più, perché oggi ogni singolo comune ha un proprio data center che nella migliore delle ipotesi non è né aggiornato né in grado di affrontare le sfide del digitale. La prima è quella della sicurezza, legata a privacy e Gdpr, che a livello normativo vengono portate avanti con grande fermezza dall’Europa, con più determinazione rispetto alle normative oltreoceano, e necessitano di infrastrutture conformi”.

La missione iniziale di gestire l’anagrafe delle imprese, già perseguita negli anni 80, ha visto negli anni affiancare nuovi obiettivi e mutare il perimento aziendale, con spin off e cessioni. Tra queste lo spin off di una ottantina di persone che ha portato alla nascita di Cerved (“era il vecchio nome di Infocamere e fu un errore cedere alla nuova realtà il nome”) così come lo spin oggi dei servizi offerte alle imprese, come la posta elettronica certificata, dando vita a Infocert nel 2009. “Decisioni prese in quando l’antitrust sentenziò che, essendo noi un soggetto pubblico, non potevamo nello stesso tempo gestire i dati e portarli sul mercato alle aziende con un ritorno commerciale” spiega.

Gli impegni presi

Oggi il core business di Infocamere ruota attorno a due impegni: la completa automazione e l’efficientamento della macchina pubblica delle Camere di Commercio (“Abbiamo dimostrato anche nel lockdown di essere in grado di continuare ad erogare servizi ai soci solo via browser, dimostrando di essere uno degli enti più efficienti della PA) e la gestione e la tenuta del registro delle imprese, su Registroimprese.it, una piattaforma di valore per tutti gli operatori. “Oggi ogni impresa può collegarsi al portale e avere anche sullo smartphone documenti, visure, materiali – precisa Ghezzi -. Un’innovazione che prevede che gli imprenditori si digitalizzino”.

Il Sistema Camerale in Cifre
Il Sistema Camerale in Cifre

Lo stesso vale per il servizio Cassetto Digitale dell’Imprenditore dove si accede via Spid, “ma non tutti ancora capiscono che l’identità digitale è fondamentale per autenticarsi in rete ed essere riconosciuti ovunque”.
Il Cassetto Digitale diventa la repository dei documenti che ogni imprenditore deve avere con sé, dai bilanci ai documenti di impresa. “Oggi 600mila imprenditori utilizzano il Cassetto, quindi solo il 10% dei 6 milioni di imprese. Tutte le realtà hanno la firma digitale, ma molte non lo sanno e la lasciano nella stanza del commercialista. Dobbiamo far capire agli imprenditori l’importanza di questi strumenti. Il Registro delle imprese è l’unico originale da cui altre fonti attingono e si può consultare gratuitamente. Ma anche in questo caso serve un salto quantico: come i cittadini hanno capito che l’e-commerce è utile, imparandolo durante i mesi di lockdown, cosi auspico che questo strumento venga conosciuto dagli imprenditori per la sua completezza. Poi il sapere leggere un bilancio rimane altra cosa e richiede la consulenza di professionisti diversi, ma i documenti dell’impresa sono raccolti e disponibili a priori senza nessun onere. Registroimprese.it è il negozio originale dal quale tutti i professionisti poi attingono”.

Sfide legate al Made in Italy

Oltre a competenze e digitalizzazione, anche la dimensione delle piccole aziende italiane può essere un ostacolo al loro sviluppo. “Dovremmo aiutare le nostre imprese a crescere, puntando su competenze, conoscenza di prodotto, strumenti di marketing e di contabilità. Dietro ai 6 milioni di imprese che oggi abbiamo in Italia, il brand Made in Italy è molto forte ed è conosciuto in tutto il mondo, ma bisogna supportarlo con l’uso delle moderne tecnologie, per esportarlo con forza ed evitare alle aziende il rischio di essere risucchiate da multinazionali e fondi di investimento. Anche il turismo Made In Italy è per noi una grande risorsa”.

Critica Ghezzi le piattaforme di prenotazione (“Booking mangia il 15% per centro delle prenotazioni pur non avendo alberghi e lo stesso vale per Airbnb che non ha case”), il modello di ecommerce americano e cinese (“Non può valere né solo il modello dei marketplace americani senza regole alla Amazon, né il modello cinese iperprotetto alla Alibaba. Credo che tra questi due estremi l’Europa possa giocare un ruolo diverso e determinante nel trovare il giusto modello per le imprese nel rispetto di etica e privacy).

E conclude: “Credo che parlare di impresa oggi siamo importante, e dobbiamo capire come arrivare di nuovo alle imprese. Perché l’impresa è un cittadino, un padre di famiglia, una persona”. Lanciando nuovi progetti, come il percorso che Infocamere sta realizzando sui temi della legalità delle imprese,  mettendosi al servizio di forze dell’ordine, Guardia di Finanza e antimafia, analizzando indicatori che non solo studiano fenomeni economici classici. “Ci vuole coraggio, come quello per razionalizzare i data center, ma come in tanti casi ci sono persone contro ma anche molte persone a favore”. Un perimetro di azione che si allarga.

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